Itinerari religiosi della regione Abruzzo
La religiosita' degli abruzzesi
attraverso i luoghi di culto
Molti dei luoghi sacri dell'Abruzzo contemporaneo sono testimoni di una straordinaria continuita' cultuale che ha coinvolto l'intera regione fin dai tempi piu' remoti. E’ il caso, ad esempio, di alcune grotte.
La sacralita' delle grotte e' immemorabile, ed accompagna l'intera storia della cultura umana. Prima che l'unione carnale con la terra, propria delle culture agricole, fu infatti l'adorazione ancestrale dell'elemento tellurico a spingere l'uomo a far della grotta - oltre che un ricovero - un santuario.
La Grotta dei Piccioni
Fra le tante che costellano le sue pendici, la Majella custodisce una grotta che piu’ di ogni altra ha il potere di trasportare il visitatore in una dimensione di contatto assoluto col Tempo, col trascorrere delle vicende umane: e’ la Grotta dei Piccioni, presso Bolognano.
Le prime tracce dell'uomo, nella Grotta dei Piccioni, risalgono a 6500 anni or sono. Cio’ che la grotta offre e’ tuttavia unico, per la particolarita’ ed il fascino delle testimonianze che conserva: essa, infatti, non era - per cosi’ dire - l’«abitazione» delle antiche popolazioni neolitiche, che vivevano in villaggi di capanne, organizzati in tribu’; non era un rifugio temporaneo per la caccia, per loro che erano gia’ agricoltori, che conservavano le semenze, che conoscevano l'arte della ceramica: era, invece, un santuario.
Infatti, all'interno della grotta, in una fossetta, e’ ancora oggi visibile un mucchietto di piccole ossa: secondo gli archeologi sono i resti di un bambino di circa dieci anni, sacrificato 6500 anni fa nel corso di un rito sacro in onore della dea Terra.
Il culto della dea Bona e di Ercole Curino
Un'ulteriore testimonianza della sacralita’ delle grotte e della continuita’ cultuale rilevabile nella regione e’ la Grotta di S. Angelo, nei pressi di Palombaro, sempre sulla Majella. Si suppone che l'antro fosse un santuario dedicato al culto di Bona, dea della fertilita’: secondo la leggenda, il bagnarsi le mammelle con l'acqua che sgorga all'interno della grotta avrebbe favorito l'abbondanza di latte.
A tale culto si sarebbe sovrapposto poi, con la cristianizzazione, quello di Sant'Agata, preposta dalla devozione popolare appunto a tale abbondanza.
La sacralita’ del luogo e’ testimoniata infine dai resti, sorprendenti, di un'antichissima chiesetta medievale, costruita fra l'XI e il XII secolo, nel punto piu’ interno della grotta, dove uno sperone roccioso sporgente dal terreno innalza una specie di piattaforma irregolare. Per oltre un millennio, sia in epoca italica che romana, Ercole fu tra le divinita’ piu’ venerate in Abruzzo.
Nel culto tributatogli dalle popolazioni abruzzesi, sembra quasi riemergere la memoria degli antichi pastori-guerrieri e cercatori di metalli provenienti dall'Oriente, il cui impatto civilizzatore con le popolazioni neolitiche indigene provoco’ una sorta di rivoluzione culturale.
Il tempio piu’ importante ed insigne, nell'antichita’ come oggi, e’ certamente quello presso Sulmona, dedicato al culto di Ercole Curino, divinita’ assai cara ai pastori precristiani e che, durante la grande rivolta delle popolazioni italiche contro Roma, divenne il massimo centro religioso degli insorti, riuniti nella Lega Italica.
Il culto di San Michele Arcangelo
Con la diffusione del cristianesimo, ad Ercole - nel ruolo di divinita’ prediletta dal mondo pastorale centro-meridionale - subentro’ l'Arcangelo Michele. Nella devozione popolare, egli fu rappresentato come un giovane santo-guerriero, uccisore del dragone, cioe’ debellatore delle forze maligne. In sostanza, dunque, anch'egli un eroe cultuale come l'Ercole precristiano.
La strettissima analogia iconografica che collega le due divinita’ dimostra come nella religiosita’ popolare abruzzese il culto di Ercole si sia conservato pressoche’ intatto, semplicemente subentrando nella nuova cornice rituale cristiana, e trasferendo sull'Arcangelo Michele gli attributi propri della divinita’ precedente.
In Abruzzo, le grotte dedicate al culto di S. Michele Arcangelo, o S. Angelo, sono decine, disseminate lungo tutta la dorsale appenninica. Questa grande diffusione che il culto dell'Arcangelo consegui’ nella regione fu certamente sostenuta dal carattere di continuita’ che esso realizzo’ con i precedenti riti in grotta pagani.
Non a caso, infatti, esso subentro’ in molte grotte che la tradizione popolare gia’ segnava come "sacre" perche’ legate a culti precedenti. Testimonianze di riti di fecondita’, di adorazione delle rocce e delle acque, e - come nel caso della importantissima e quanto mai suggestiva Grotta S. Angelo di Ripe di Civitella del Tronto - anche tracce di sacrifici umani e di cannibalismo rituale documentano la persistenza ininterrotta per migliaia di anni delle funzioni religiose e rituali di tali ambienti, in un quadro di continuita’ cultuale grandioso, misterioso ed affascinante.
Gli eremi
Alla sacralita’ immemorabile delle rocce, delle acque e delle grotte si collego’ pure l'esempio piu’ tipico della cultura religiosa abruzzese dall'Alto Medioevo: l'eremitismo.
In fuga assoluta dal mondo, alla ricerca di un'alternativa puramente ascetica, gli eremiti vivevano in grotte e ripari sottoroccia; successivamente, fu la devozione dei fedeli o l'ampliamento della comunita’ eremitica a munirli d'ingresso, giungendo infine all'edificazione di una cappella, addossata e quasi compenetrata con la roccia.
L'eremo viene cosi’ a costituire una tappa ideale, un elemento di transizione fra la primitiva grotta cultuale e la chiesa poggiante solo sulle proprie fondamenta.
Fra gli eremi piu’ importanti vanno ricordati: l'eremo di S. Onofrio al Morrone, noto anche come Eremo di Celestino V, che, incastonato come un nido d'aquila su una immane parete rocciosa, domina la Valle Peligna ed il sottostante tempio di Ercole Curino; la Grotta-Eremo di S. Michele di Pescocostanzo, sita nei pressi del tratturo; l'Eremo di S. Onofrio a Serramonacesca, posto sotto un'enorme rupe nel cuore del bosco, con stretti cunicoli che si addentrano nella roccia; l'Eremo di S. Bartolomeo di Legio, mimeticamente connaturato alla parete dell'omonimo vallone nei pressi di Roccamorice
MANOPPELLO: Il Volto Santo
La notizia sorprende
nte viene da Manoppello, un piccolo paese dell’Abruzzo ai piedi della Majella. Proprio qui, dimenticata da 400 anni, si trova la Veronica (la vera icona), il velo su cui sarebbe rimasto impresso il volto di Gesù Cristo e che si trovava una volta in San Pietro a Roma.
Il Prof. Heinrich Pfeiffer, gesuita tedesco e storico dell’arte, ha esaminato la reliquia di Manoppello dal punto di vista storico ed artistico ed è sicuro di aver identificato l’originale del velo santo. Un fatto che apre vaste discussioni scientifiche, storiche e religiose.
Si può adesso, giusto in tempo per il Giubileo e dopo quasi 2000 anni dalla Crocifissione, conoscere l’aspetto di Gesù? Sì, secondo Heinrich Pfeiffer, professore tedesco di iconologia e storia dell’arte cristiana all’Università Gregoriana di Roma. Per tredici anni Padre Pfeiffer si è dedicato ad approfondite ricerche su una reliquia che non era mai stata presa in considerazione dalla scienza. La reliquia, un velo di cm 17 x 24, si trova custodita nella Chiesa del Monastero dei Frati Cappuccini nel paese abruzzese di Manoppello. Mentre la Sindone di Torino, la benda funeraria nella quale - secondo Matteo 27,59; Marco 15,46; Luca 23,52 - è stato avvolto Cristo, costituisce l’oggetto religioso e archeologico più esaminato del mondo (la scienza si chiama Sindonologia), il velo di Manoppello è stato dimenticato per 400 anni.
Santuario di San Gabriele dell'Addolorata
S. Gabriele dell'Addolorata, al secolo Francesco Possenti, nacque ad Assisi il 1 marzo 1838 in una aristocratica e numerosa famiglia. Il padre che ricopriva la carica di governatore dello Stato pontificio, lo avvio' a ricevere una educazione culturale e sociale assai completa. Le cronache descrivono il Santo come un giovane di bell'aspetto, brillante in societa e molto colto. A diciotto anni, in seguito a una visione in cui la Madonna lo invito' a farsi religioso, entro' come novizio nel convento dei Passionisti di Morrovalle (MC), e dopo aver compiuto gli studi filosofici a Pieve Torina (MC) nel 1859 giunse a Isola del Gran Sasso, per completare in quel ritiro la sua preparazione teologica prima di ricevere gli ordini sacerdotali.
Nel convento si distinse per devozione e bonta' d'animo. Pregava intere ore davanti al Crocifisso e mostrava un sentimento particolare per la Madonna dei sette Dolori cui aveva dedicato la sua vita religiosa.
Ammalatosi di tubercolosi si spense il 27 febbraio del 1862. Fu sepolto nella fossa comune dei religiosi, all'interno della chiesa del Convento. La fama della sua santita' si era intanto sparsa nei paesi circostanti e la sua tomba divenne presto meta di pellegrini e di devoti che vi ricevevano miracoli e guarigioni prodigiose.
Nel 1892 iniziava la glorificazione di S. Gabriele che veniva proclamato Santo nel 1920. Gli abruzzesi di cui e' Patrono lo festeggiano il 27 febbraio.
Dalla Chiesa antica e' possibile seguire un percorso di visita
dei Ricordi del Santo a cominciare dalla grande sala che espone gli ex-voto per grazia ricevuta. Segue poi la Camera del Transito, trasformata in cappella e adornata dalle immagini sacre che il giovane Passionista aveva piu' care e che volle contemplare in punto di morte.
La visita continua nel coro che fu luogo di preghiera di San Gabriele e si conclude nel museo che raccoglie i cimeli, documenti e reliquie insigni.
LANCIANO: Il Miracolo Eucaristico
Da oltre dodici secoli, a Lanciano, e' conservato il primo e piu' importante Miracolo Eucaristico della Chiesa Cattolica.
Tale prodigio avvenne verso la meta' del secolo VIII d.C., nella chiesa di San Legonziano, per il dubbio di un monaco basiliano sulla presenza reale di Gesu' nell'Eucarestia.
Durante la celebrazione della Santa Messa, fatta la doppia consacrazione, l'ostia divento' Carne viva e il vino si muto' in Sangue vivo, raggrumandosi in cinque globuli irregolari e diversi per forma e grandezza.
L'Ostia-Carne, come oggi si osserva molto bene, ha la grandezza dell'ostia grande attualmente in uso nella Chiesa latina, e' leggermente bruna e diventa tutta rosea se osservata in trasparenza.
Il Sangue e' coagulato, di colore terreo, tendente al giallo-ocra.
La Carne dal 1713 e' conservata in un artistico Ostensorio d'argento, finemente cesellato, di scuola napoletana. Il Sangue e' contenuto in una ricca e antica ampolla di cristallo di Rocca.
Il Santuario e' attualmente gestito dai Frati Conventuali Minori della Chiesa di San Francesco.
Il complesso del Santuario e' attrezzato a ricevere pellegrini portatori di handicap.
Celestino V a Collemaggio
Di ritorno da Lione, dove aveva ottenuto l'approvazione dell'ordine dei Fratelli dello Spirito Santo, Fra' Pietro da Morrone, nei primi mesi del 1275, si trovo’ a passare la notte a L'Aquila. Le storie raccontano che, in sogno, la Vergine Maria gli comando’ di erigerle una basilica sul Colle di Maggio. La costruzione, che in una citta’ di recenti origini come era L'Aquila a quel tempo costituiva una novita’ a livello sociale, fu lunga e complessa tanto che la chiesa, benche’ ultimata, pote’ essere consacrata solo nel 1288 e la fabbrica del monastero annesso era ancora in corso quando Fra' Pietro da Morrone vi fu incoronato pontefice il 29 agosto del 1294.
In quell'occasione Celestino V istitui’ la Perdonanza, ossia la remissione dinanzi a Dio della pena temporale dei peccati, legata a particolari condizioni religiose e penitenziali.
CASALBORDINO: La Madonna dei Miracoli
Il santuario della Madonna dei Miracoli, in Casalbordino, trae la sua origine dall'apparizione della Beata Vergine Maria a un fedele di Pollutri di nome Alessandro Muzio, avvenuta l'11 giugno 1576.
La documentazione dell'avvenimento è conservata nell'archivio parrocchiale di Pollutri.
Nel pomeriggio del 10 giugno 1576, Solennità di Pentecoste, una tempesta si era scatenata su tutto il territorio di Casalbordino, procurando danni irreparabili a tutta l'agricoltura.
Il giorno dopo, Alessandro si avviò mesto e rassegnato al Pian del Lago, dove aveva una coltivazione di grano, per constatare la rovina. Giunto al luogo dove ora sorge il santuario, udì suonare a Casalbordino la campana che annunziava l'elevazione della S. Messa e, subito interrompendo la recita del rosario si inginocchiò in adorazione con animo penitente.
Contemporaneamente apparve la Vergine avvolta in una luce vivissima.
Se fu grande lo stupore del veggente, più materna non poteva essere la Madonna: gli affidò il pressante messaggio, quale richiamo del cielo da riferire al suo parroco, sul dovere della Santificazione della Festa. Inoltre lo rassicurò che il su campo non aveva subito alcun danno.
Riconosciuta l'autenticità dell'apparizione, fu subito eretta una piccola cappella a ricordo dell'avvenimento, al quale fecero seguito pellegrinaggi e numerosi miracoli tali da fare invocare Maria SS. come Madre dei Miracoli.
L'Effige posta sull'altare maggiore è l'immagine autentica dipinta subito dopo l'apparizione. Successivamente la primitiva cappella subì ampliamenti fino a quando nel 1824 si iniziò l'erezione della Chiesa a croce greca progettata dall'architetto Torresi.
Non avendo il santuario fin dall'epoca dell'apparizione della Vergine una stabile assistenza spirituale, si provvide ad affidarlo nel 1925 ai monaci benedettini, iniziando la costruzione del monastero attiguo.
Le dimensioni della Chiesa non erano più sufficienti a soddisfare le esigenze di culto per l'incremento dei devoti. Si provvide a costruire l'attuale santuario, consacrato l'11 agosto 1962. Nell'ottobre 1994 vengono ultimati i lavori di sistemazione della cripta dove si accede al luogo dell'apparizione.
L’iconografia corrente mostra la Madonna dei Miracoli assisa sopra una quercia, circonfusa di luce, nell’atto di ammonire il vecchio devoto, inginocchiato ai piedi dell’albero. Tutta la scena è immersa in un paesaggio agrario, tanto che anche la rappresentazione costituisce un elemento identificante del culto espresso soprattutto dai ceti rurali. L’11 giugno il santuario è meta di pellegrinaggi che giungono dall’Abruzzo, dal Molise e dalla Puglia. Oggi non vi si pratica più, almeno non con l’antica intensità, le forme della devozione popolare che colpirono l’immaginazione di Gabriele d’Annunzio e Francesco Paolo Michetti, tanto che il primo le definì barbariche nelle pagine del Trionfo della morte e il secondo le ritrasse nel grande quadro degli Storpi. Però ancora oggi, alcuni pellegrini, specie per impetrare o ringraziare per un beneficio, lasciano i propri ex-voto nella ricca stipe del santuario, così come ancora alcuni si stendono nelle cappelle laterali.
ORTONA - Cattedrale di San Tommaso
L’Abruzzo vanta molti altri santuari, spesso antichissimi e la cui presenza costituisce un punto di riferimento della devozione locale.
Una menzione speciale spetta alla grande cattedrale di Ortona che vanta il privilegio di conservare le ossa di San Tommaso Apostolo, giunte il 6 settembre del 1258 come bottino di guerra conquistato dal capitano Leone degli Acciaiuoli nel saccheggio dell’isola di Scio.
In seguito la Cattedrale fu accresciuta tanto da divenire uno dei piu' insigni monumenti gotici della regione e in parte rovinata sotto il terribile bombardamento che colpi' Ortona nel 1943.
Degli antichi splendori restano il ricchissimo portale di Nicola Mancino (1311) l’antica porta sul lato sinistro, il famoso campanone del 1588, una Pieta' goticizzante del XV secolo.
Le spoglie di San Tommaso sono conservate nella cripta, entro un sarcofago scolpito (sec. VI).
Ortona dedica all’Apostolo due feste: quella del 6 settembre e quella, più grande, del Perdono, la Ia domenica di maggio, a cui è legato il privilegio dell’Indulgenza plenaria. In quell’occasione, solennizzata dal magnifico Corteo storico delle Chiavi, giungono ad Ortona migliaia di pellegrini.
BUCCHIANICO - San Camillo de Lellis
Si racconta che da giovane Camillo de Lellis avesse una statura e un portamento imponenti che ben si addicevano ad un uomo addestrato alla vita militare. Nato a Bucchianico il 25 maggio del 1550 da Camilla Caselli, un’aristocratica gia' avanti negli anni e da Giovanni capitano al servizio dei D’Avalos nella guerra franco-spagnola, dopo la morte della madre, ancora adolescente segui' il padre nei vari arruolamenti. Nel 1570 avrebbe voluto partecipare alla crociata contro i turchi indetta da Venezia, ma dopo la morte del genitore rinuncio' all’idea. Intanto una ferita alla caviglia rendeva il suo stato di salute sempre piu' precario tanto che il giovane chiese aiuto all’Ospedale di San Giacomo degli Incurabili a Roma, dove resto' per qualche tempo come inserviente.
Ripresa la vita militare fu al soldo dei Veneziani e degli Spagnoli. Si dice che all’epoca avesse un carattere litigioso e una grande passione per il gioco, tanto che un giorno a Napoli avesse perso armi e mantello. In memoria di quell’episodio, piu' tardi, sul luogo dove era avvenuto il fatto fu eretto un tabernacolo a cui si rivolgevano le madri per allontanare i figli dal vizio delle scommesse.
In seguito svolse umili mestieri presso il convento francescano di Manfredonia e avrebbe voluto prendere gli ordini in quello di Trivento se non gli si fosse riaperta nuovamente la piaga alla caviglia, la qual cosa lo costrinse a riparare una seconda volta agli Incurabili di Roma.
Guarito, resto' nell’ospedale in qualita' di guardarobiere prima e di amministratore poi fino al 1582. In questo periodo conobbe San Filippo Neri che divenne il suo confessore.
Colpito dallo stato di misera e di abbandono che spesso accompagnava le sofferenze dei malati decise, con cinque compagni, di dedicarsi alla loro assistenza materiale e spirituale. Fu ordinato sacerdote il 26 maggio del 1583 e qualche mese dopo dava origine all'Ordine dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi approvato da Sisto V il 18 marzo 1586.
Ben presto, mentre San Camillo de Lellis prestava la sua opera a Santo Spirito di Sassia, antica casa romana degli Ospedalieri, il suo ordine si diffondeva in tutta l’Italia.
Nel 1607, fiaccato dalle malattie lascio' la direzione della Compagnia ma continuo' a servire i poveri e i malati fino alla morte che lo colse il 14 luglio 1614 nell’oratorio della Maddalena. Fu sepolto a Roma e canonizzato nel 1746. A Bucchianico si venera la reliquia del suo cuore.
FONTE: www.regione.abruzzo.it