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Basilicata

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Itinerari religiosi della regione Basilicata

Potenza: Cappella del Beato Bonaventura

Al numero civico 220 di Via Pretoria si trova un bel portale in pietra grigia a bugne squadrate singole e doppie. Dopo un breve tratto, sul lato sinistro, si trova vico San Beato Bonaventura da Potenza dove si trova la cappella del Beato Bonaventura.

Era in origine la casa natale del Beato, trasformata agli inizi del 1900, sulla facciata venne apposta la seguente lapide "nel 4 gennaio 1651/da/Lello Lavagna a Caterina Pica/ qui nacque San Bonaventura/ nel 26 ottobre 1711/ da padre conventuale/ morì in Ravello/ che a patrono celeste onorasi averlo/la cittadinanza potentina/questo sacello dell'oblio rivendicando/nel 1904 restaurò ed abbelì/a perpetua ricordanza". Nel 1906 un Comitato inviò una lettera al Capitolo Cattedrale per sollecitare il restauro della Cappella, la quale fu mantenuta aperta fino al 1926 dalla "Congregazione del Beato Bonaventura". Morto il fondatore delle Congregazione, la cappella rimase chiusa fino al 1932 finchè il vescovo del tempo nominò un rettore nella persona di Don Francesco Mecca che la officiò fino al 1958. La cappella è costituita da un solo locale diviso in due vani da un'arco a sesto ribassato su pilastri quadrati. La facciata è costituita da un portale in pietra calcarea chiara, di elegante fattura, che una tradizione orale vorrebbe proveniente dall'ex Monastero di San Luca, gli stipiti sono decorati da volute con un serto fioreale, la piattabanda reca al centro due teste di cherubini alati di ottima fattura e sopra questo due elementi a voluta racchiudono uno stemma francescano ed una corona sormonta il tutto. Il prospetto è in pietra liscia a quadroni con una finestra a lunetta, sistemazione realizzata nel 1959. Un campaniletto a vela è sistemato sul lato sinistro del tetto. All'interno, sulla parete destra è situato un dipinto del Prayer realizzato nel 1949, raffigurante l' «Ultima Cena». Il soffitto è diviso in tre zone, nelle due laterali vi sono riquadri con partiture geometriche, in quella centrale, conformata a padiglione, sono affrescati i quattro Evangelisti. Il secondo vano, ha il soffitto decorato con partiture geometriche che lo dividono in tre zone che hanno al centro di ciascuna le raffigurazioni del Sacro Cuore di Gesù; dell'Eucarestia e del Sacro Cuore dell'Immacolata. L'unico altare è in marmo rosso in forme barocche, di discreta fattura, anche questo arredo è probabile che non sia stato realizzato per la cappella, ma di altra provenienza, nella parete sopra l'altare è sistemata una tela del pittore potentino Vincenzo Busciolano del 1907. Il dipinto raffigura il Beato Bonaventura in estasi davanti ad un altare con il tabernacolo.


da www.comune.potenza.it


Potenza: Chiesa Cattedrale di San Gerardo

Percorsa Via Pretoria per un breve tratto si devia a destra, per la via Addone, in leggera salita. Al termine si trova, sul lato sinistro, la Chiesa Cattedrale di San Gerardo.

Costruita in uno dei punti più alti della città e anticamente dedicata alla Beata Vergine Assunta la chiesa attuale è in stile neoclassico poichè venne ricostruita alla fine del XVIII secolo, per volere del vescovo Andrea Serrao (1783-1799), su progetto dell'architetto Antonio Magri, o Macri, allievo del Vanvitelli.

La facciata ha un portale architravato con timpano, in pietra calcarea, e lo stemma del vescovo Bonaventura Claverio (1646-1672) inserito al centro dello stesso timpano. Un alto basamento sostiene una doppia coppia di lesene in pietra squadrata e lavorata faccia a vista con capitelli di tipo jonico collegati tra loro da un cornicione a doppia modanatura. Le specchiature tra le lesene sono con intonaco liscio. Sopra il cornicione altre due coppie di lesene sottolineano il secondo livello del prospetto, al centro del quale si apre una grande finestra con mostre in pietra chiara lavorata di restauro. L'ultimo cornicione si sviluppa a costituire timpano al centro del quale è inserito un piccolo rosone, forse l'ultimo residuo della chiesa più anticha del XIII secolo.

L'ingresso principale della Cattedrale è preceduto da un'ampia gradinata semicircolare di restauro, mentre quello sul lato destro, sotto il campanile, ha un portale in pietra scolpita preceduto da uno pseudo protiro con timpano, sorretto da due colonne cilindriche rastremate con capitelli jonici, forse di epoca romana. Il portale è preceduto da una gradinata in pietra calcarea lavorata.

A fianco dell'ingresso laterale è situata la possente mole del campanile, il quale è a quattro livelli ed è coronato da una cuspide piramidale. In origine era costituito di soli tre livelli, con terminazione tronca. Dopo l'ultima guerra fu costruito il quarto livello e, nel corso dei restauri degli anni '70, fu realizzata la cuspide superiore. Durante i lavori di restauro si dovette scavare all'interno della cattedrale per consolidare le fondamenta dell'abside e venne alla luce la parte basamentale di una muratura ad andamento semicircolare con diametro minore di quello dell'attuale abside. Sotto l'arco trionfale si trovò parte di un pavimento con decorazioni musive, racchiuso in un altro muro ad andamento semicircolare e da una parete rettilinea che scendeva a quota più bassa, all'esterno di questa si trovarono altri due frammenti di decorazione a mosaico e, sulla faccia esterna della muratura a destra, apparvero i resti di due affreschi con la data 1541.

Sotto l'intonaco della parte destra dell'abside, a circa quattro metri dal pavimento, si è scoperta una monofora archivoltata con lo stipite destro strombato, forse di epoca romanica.

Il mosaico ritrovato è stato datato III - IV secolo d.C., ciò potrebbe avallare l'ipotesi che la zona pavimentata a mosaico potrebbe essere stata il "martyrion" paleocristiano, zone absidali dove venivano custoditi i corpi dei martiri.

Prima della venerazione di San Gerardo Vescovo (1111-1119), era venerato il martire Diacono Sant'Aronzio (238-288 d.C.), il quale nacque ad Adrumeto, città marittima a sud-est di Cartagine, da Bonifacio a Tecla ed ebbe altri undici fratelli. Tutta la famiglia aveva abbracciato la religione cristiana. L'imperatore Massimiliano, più probabilmente Massimiano, inviò un tale Valeriano a verificare le notizie giunte ed, eventualmente, condurre a Roma i "rebellos Deorum nostrorum". Quindi i dodici fratelli furono fatti prigionieri ed imbarcati alla volta di Roma. Sbarcati a Messina raggiunsero Reggio e, traversato il Bruzio, arrivarono a Potenza passando per Grumento. Sotto la città Valeriano chiese nuovamente l'abiura ad Aronzio, Fortunato, Onorato e Sabiniano. Al loro rifiuto li fece uccidere il 28 di agosto. Per questo martirio i potentini elessero Aronzio patrono della città.

Nella Cattedrale è conservato un sarcofago di epoca romana nel quale, nel 1644, il vescovo Michele De Torres fece deporre i resti mortali di San Gerardo. Il sarcofago è parallelepipedo, coperto da una lastra monolitica decorata da un festone, il fronte anteriore è scanalato con due putti alati agli angoli, le fiancate hanno ciascuna un bassorilievo con una grossa bipenne. Al centro della parte inferiore erano tre giovani, dei quali rimangono le teste, con un drappeggio sorretto da due putti come fondale. Per permettere la visione delle reliquie di San Gerardo fu praticato nel sarcofago un foro che venne schermato con una griglia di ferro.

Sulla parete destra della navata è murata una lapide scritta con caratteri gotico-beneventani la quale conferma l'esistenza di un Duomo anteriore al 1200, dato che il vescovo Bartolomeo resse la diocesi potentina dal 1197 al 1206. La chiesa antica fu sostituita da una seconda chiesa "filia" certamente di stile romanico per la quale il vescovo volle rifare la facciata "tutta di marmo, con molta spesa". Possiamo supporre che alla realizzazione della cattedrale romanica abbia collaborato mastro Sarolo da Muro Lucano, architetto e lapicida del XIII secolo, che certamente nello stesso periodo fu impegnato nella costruzione di altre chiese a Potenza e nei dintorni. Nella muratura dell'attuale abside sono presenti elementi architettonici che testimoniano dell'antichità del monumento come il toro e le semicolonnine addossate e tronche della parte superiore, fino alla tipologia delle stesse murature che indicano i vari periodi di realizzazione. Più antica la zona inferiore, più recente la superiore. Dalle fonti documentarie sappiamo che alla fine del XII secolo fu sistemato, nella prima cappella a sinistra, un fonte battesimale in bronzo che recava scolpiti versi composti dall'arcidiacono Bartolomeo di Potenza, poi vescovo dal 1197.

Nel XIII secolo il vescovo Oberto fece fare una cappella a San Gerardo ed una statua lignea dorata del santo, nel 1250 ordinò la traslazione delle reliquie del Santo "in altro luogo, al presente incognito, dentro, però, la medesima chiesa".

Nelle cronache della Cattedrale appare spesso una cappella di "Santa Maria de' Ferri", o de Ferris, forse costruita nel 1256 da Manfredi, cantore della cattedrale, che vi fece tumulare i resti del vescovo Oberto.

Nel 1302 il vescovo Bonifacio, forse a celebrazione del primo anno Santo della storia indetto nel 1300, fece mettere la campana maggiore del campanile. Nel 1317 il vescovo Guglielmo fece erigere la tribuna del coro, un deambulatorio sopraelevato aperto verso l'interno del coro, questa tribuna fu scolpita dal lapicida Angelo. Nel 1369 il vescovo Giacomo da Ravello fece sistemare la campana detta la "mezzana".

Per quanto riguarda la sistemazione interna della Cattedrale possiamo averne un'idea approssimativa dalla consultazione dei Verbali delle Sante Visite, fatte dal vescovo Tiberio Carrafa nel XVI secolo, dai quali risulta che negli anni tra il 1566 ed il 1629 la Cattedrale aveva circa quindici tra altari e cappelle.

Sulla fine del XVIII secolo il vescovo Giovanni Andrea Serrao commissionò la ristrutturazione della cattedrale "la quale prima era come quella di San Michele e della Trinità, a tre navate", il progetto, come detto avanti, fu affidato all'architetto Magri, o Macri.

La Cattedrale ha un impianto del tipo a croce latina, ad unica navata, lunga metri 50 e larga metri 6,75, il transetto ha i bracci di profondità diverse tra loro, quello destro di metri 13,50, quello sinistro di metri 19,70. Navata, transetto e zona absidale sono coperte da volte a botte lunettate. All'incrocio tra navata e transetto si sviluppa una cupola emisferica a centro rialzato su tamburo cilindrico raccordato al quadrato d'imposta con quattro pennacchi. Le volte si sviluppano superiormente ad un cornicione che si svolge per tutto il perimetro interno della chiesa, esclusa la semicirconferenza del catino absidale. La zona presbiteriale è sopraelevata di circa un metro. Gli archi trasversali di separazione delle campate interne corrispondono, sul lato destro, a tre contrafforti esterni che contrastano la spinta della volta sul lato medesimo poichè su quello sinistro esiste in contrasto il palazzo del Vescovado.

La prima cappella a destra è chiusa da una cancellata in ferro del XIX secolo, di ignoto meridionale, rivelante un gusto di tarda età borbonica per la commissione di motivi classici e gotici presenti. All'interno della cappella è un fonte battesimale di scarso rilievo.

La seconda cappella a destra contiene un modesto altare marmoreo del XIX secolo che ha, nella nicchia superiore, una scultura lignea policroma, raffigurante San Gaetano da Thiene, di ignoto scultore napoletano del XIX secolo, alta 140 cm. È una modesta scultura legata ai canoni convenzionali dai panneggi duri, la posa rigida ed una ricerca naturalistica convenzionale e trita.

La terza cappella a destra ha un altare del XVIII secolo in marmi policromi, opera di ignoto napoletano. Il paliotto è contenuto in due elementi a voluta con foglie, al centro ha una targa verde su fondo rosso. Nei pilastrini sono degli stemmi vescovili con due leoni rampanti e corona. L'altare è stato realizzato da una bottega napoletana nel tardo settecento con linea irrigidita dei motivi decorativi e forme appiattite che indicano l'epoca di realizzazione. Nella nicchia sopra all'altare è una scultura lignea policroma della prima metà del XIX secolo, opera di ignoto napoletano, alta cm. 140. L'opera rappresenta una "Madonna con Bambino" dal movimento ispirato a modelli settecenteschi di maggiore compostezza e staticità.

La quarta cappella a destra contiene un altare della seconda metà del settecento il quale reca ai lati due stemmi uguali con due leoni sorreggenti una corona. Nella nicchia sopra l'altare è posta una statua lignea policroma della prima metà del XIX secolo, opera di ignoto napoletano, che raffigura la "Madonna del Carmine".

Il cappellone del braccio destro del transetto è quello dedicato a San Gerardo, patrono della città. E' chiuso da una cancellata in ferro datata 1864, realizzata da un ignoto artista meridionale. E' aperta al centro con un doppio battente ed ha, nella zona superiore, una targa. La cancellata è di buona fattura, forse eseguita da fabbri della zona che fondono nella decorazione elementi neoclassici con altri di gusto goticheggiante. L'altare è in marmi policromi della seconda metà del XVIII secolo, nel paliotto è sistemata una grata attraverso la quale si può vedere l'urna con le reliquie di San Gerardo. Nei pilastrini laterali dell'altare vi sono due stemmi vescovili con leoni rampanti e corona. Eseguito da qualche bottega napoletana l'altare è chiaramente del periodo citato per la durezza dei motivi decorativi, la troppo rigida stilizzazione ed il tipo di decorazione usata. Sopra l'altare, in una nicchia incorniciata con mostre marmoree, si trova una statua lignea policroma di San Gerardo, la scultura è alta cm. 175 opera di ignoto meridionale con il santo rappresentato seduto su una poltrona dorata, con la mitria ed in atto benedicente con il pastorale nella mano sinistra. L'opera risente di modelli medioevali, forse duecenteschi, la decorazione, sedia, base e tratti plastici sono chiaramente ottocenteschi. Sulla base stessa è una iscrizione che documenta i restauri avuti dalla scultura nel 1881. La parete di fondo della cappella è affrescata con una fastosa scenografia barocca che racchiude due grandi nicchie con angeli che reggono, uno la croce e l'altro una fiaccola. Nella lunetta è rappresentato la campagna potentina dove il Santo operò il miracolo di trasformare l'acqua in vino. Nella volta della cappella è rappresentata la gloria di San Gerardo tra angeli che portano mitria, pastorale ed un libro aperto con scritto "caritas", un'altra figura porta lo stemma di Potenza. La parete destra è affrescata con angeli festanti e lo stemma araldico del Santo.

Il Cappellone del braccio sinistro del transetto è dedicato al SS. Sacramento. Chiuso da una cancellata simile a quella della cappella di fronte, ne differisce soltanto perchè manca della data e della targa dedicatoria. L'altare è in marmi policromi del XVIII secolo, opera di ignoto napoletano. Ha un'apertura nel paliotto che permette di vedere un'urna nella quale si conservano le reliquie di Santa Genuaria. Il paliotto è fiancheggiato da motivi fogliacei e la mensa è sostenuta da mensole a voluta. I pilastrini laterali hanno fiori commessi e scolpiti. Sopra l'altare è sistemato un ciborio di alabastro, della prima metà del XVIII secolo, alto cm. 190, opera di ignoto meridionale. Ha un corpo centrale con una portella bronzea sovrastata da due angeli che reggono degli stemmi ed altri due angeli laterali, il tutto sorgente da un basamento decorato. Il ciborio è diviso in tre zone da colonnine a tortiglione su alti dadi decorati, su altrettanti dadi poggiano quattro angeli che sono, da sinistra: l'Angelo Custode, Gabriele, Raffaele e l'Angelo con Tobiolo. sugli appoggi superiori sono due cherubini seduti. Una balaustra conclude la zona inferiore. Al di sopra è sistemata una cupola a spicchi con copertura a scaglie, sorretta da un tamburo raccordato con volute alla base. In cima alla cupola si trova una sfera e sulla parte anteriore di questa c'è l'arcangelo Michele. Nella parete di fondo della cappella è affrescata l'Esaltazione dèll'Eucarestia, mentre nella lunetta superiore è rappresentata l'Ultima Cena. Nella volta è dipinto il Cristo che comunica una donna lucana attorniata dal popolo. Sulla parete sinistra della cappella è sistemato un grande Crocifisso ligneo Policromo, ascrivibile al XV secolo, di pregevole fattura.

La quarta cappella a sinistra è una grande cappella dedicata alla "Immacolata" che contiene un altare in marmo del '700 e, nella nicchia superiore, è custodita una scultura lignea policroma, di artista napoletano del XIX secolo, che raffigura la "Madonna Immacolata" che schiaccia il capo al serpente.

La terza cappella a sinistra ha un altare in tutto simile a quello della cappella di fronte e, nella nicchia sopra l'altare, è sistemata una scultura lignea policroma, opera di ignoto napoletano della prima metà del XIX secolo, rappresentante la Madonna Addolorata che reca il Cristo morto sulle ginocchia.

Nella seconda cappella a sinistra è un altare di scarso valore, e nella nicchia sopra l'altare è sistemata una scultura in legno policroma, piuttosto recente, che rappresenta Sant'Aronzio.

In corrispondenza della prima campata si apre una porta che dà direttamente all'interno del Vescovado.

L'altare basilicale al centro del presbiterio è stato realizzato durante i restauri degli anni '70 con gli elementi che costituivano il presistente altare maggiore. Nella sistemazione attuale si è posto il paliotto marmoreo intarsiato a marmi policroni con rosone centrale di notevole pregio sul fronte che guarda il fondo dell'abside. Ai fianchi si sono collocati due bassorilievi in marmo con stemmi vescovili, quello con la torre merlata e sole radiante potrebbe essere lo stemma di San Gerardo. Mentre sul fronte verso la navata si è ricomposta l'antica alzata di marmi policromi che sottolinea la bellezza delle due teste di putti alati posti ai corni dell'altare.

Le decorazini pittoriche delle volte e dei bracci del transetto furono realizzate negli anni 1933 - 1934 dal pittore Mario Prayer su incarico del vescovo mons. Augusto Bertazzoni. Sulla volta della navata sono dipinte scene di storia sacra, con figure di apostoli nelle unghie delle lunette, nel seguente ordine: - Cacciata dal Paradiso Terrestre, con Mosè e Noè a sinistra e Giacobbe ed Abramo a destra; nelle lunette a destra San Tommaso Apostolo, a sinistra San Mattia apostolo; - Il sacrificio del Calvario, con Isaia e Geremia da un lato, Daniele e Davide dall'altro, nelle lunette Sant'Andrea e San Giuda Taddeo apostoli; - San Pietro con i simboli dell'antico e del nuovo testamento ed i rivoli dei Sette Sacramenti; ai lati sant'Attanasio e San Giovanni Crisostomo; da una parte con Sant'Agostino e Sant'Ambrogio sull'altro lato; nelle unghie San Giacomo d'Alfeo e San Giacomo di Zebedeo apostoli; - Cristo Re in trono con ai lati San Giovanni Bosco e San Luigi Gonzaga da una parte e dall'altra San Domenico e San Francesco Saverio; nelle unghie delle lunette San Bartolomeo e San Filippo. Nei pennacchi della cupola sono i quattro evangelisti (fig. 11). Nella cupola è la Gloria del Padre Eterno con il popolo lucano che è presentato da San Gerardo alla Vergine Assunta, c'è affrescata la facciata della Cattedrale con il vescovo mons. Bertazzoni in preghiera ed i canonici, alla sinistra appgre'la Chiesa di San Michele con i frati e San Giovanni Bosco, con il popolo in processione ed i Santi Francesco d'Assisi, Nicola, Lucia, Rocco ed Aronzio. Tra le quattro finestre del tamburo della cupola sono affrescate le Virtù Teologali. La Beata Vergine è rappresentata come "janua coeli", "foederis arca", "domus aurea" e "turris eburnea". Nella volta del presbiterio sono affrescati il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo circondati da angeli; nelle unghie delle lunette sono i Santi Pietro e Paolo. Nell'abside vi sono affrescati i misteri dell'Annunciazione, della Sacra Famiglia, della Natività di Maria, della visita a Santa Elisabetta e della nascita di Gesù; nelle unghie delle lunette vi sono la fede e la speranza. Nella volta che precede il catino absidale si trovano l'Incoronazione della Vergine, la Dormitio Mariae, la Deposizione della Croce, la discesa dello Spirito Santo e Maria e la Chiesa, nelle unghie delle lunette sono la Carità e la Pietà.

Tra l'abside ed il braccio destro del transetto è situata la sagrestia, rifatta dopo il bombardamento del 1943, con le pareti ricoperta da alti armadi lignei collegati alla controsoffitatura in legno di noce scura a riquadri e specchiature, in quattro tele ottagonali vi sono i ritratti di San Giuseppe Cafasso, del Beato Bonaventura da Potenza, di San Giovanni Maria Vianney e di San Giovanni Bosco.

Nel 1978 sono state realizzate le ante bronzeo del portale della Cattedrale, opera di Giovanni Niglia di Polistena, pesanti 36 quintali. L'opera è realizzata in un solo pannello, priva di partizioni decorative, e raffigura simbolicamente la storia del popolo potentino da quando, nel 1111, acclamò vescovo Gerardo dalla Porta, agli sconforti per le guerre, i terremoti e gli oppressori stranieri momenti dai quali è sempre risorto unito per le ricostruzioni. Al centro della composizione la figura del Cristo Risorto è anche centro di un moto spiraliforme con le masse figurative che tendono al centro ottico della composizione stessa.

Nella piazza del Duomo si affaccia il Palazzo Vescovile, a sinistra della Cattedrale, il quale è stato oggetto di rifacimenti anche abbastanza recenti. Subito a sinistra del palazzo è posta la "Porta San Gerardo", o "arco Scafarelli" che si presenta dall'interno con un breve passaggio coperto con volta a botte a sesto ribassato e sormontato da una piccola finestra, forse ultimo residuo di un antico posto di guardia. La porta dall'esterno è affiancata da un contrafforte sul lato sinistro e la muratura si presenta con grosse pietre calcaree di varie forme e dimensioni sistemate con assetti abbastanza regolari. Anche sopra la facciata anteriore della porta una finestrella presenta uno stipite in pietra chiara, forse elemento di recupero, ed una soglia che sembra più antica. La porta potrebbe essere datata ai secoli XIII o XIV. Sul lato sinistro della porta, sempre dalla piazza del Duomo, prospetta il "Palazzo Scafarelli" che è stato oggetto di recenti lavori di riattamento e restauro, il fabbricato è di discreta fattura e contribuisce ad incorniciare decorosamente la piazza. Interessanti sono i mascheroni con anelli, per legare le cavalcature, posti sulla facciata del palazzo medesimo.


da www.comune.potenza.it



Potenza: Chiesa della Santissima Trinità

Risalendo alla piazza Matteotti si può riprendere la via Pretoria dalla quale, girando alla terza traversa a destra, si imbocca la via Caserma Lucania che conduce a Piazza Plebiscito. All'angolo sinistro della via con la piazza, dove si trova l'ex Palazzo Corrado è rimasta una bifora, che ha una soglia in pietra in cinque pezzi sagomata con, un guscio ed un piattino. I due stipiti e gli archivolti sono in conci di pietra calcarea lavorati faccia a vista, come forse era tutta la muratura della facciata del palazzo. La bifora potrebbe appartenere ad un periodo attorno al XIII secolo. A sinistra della bifora, più in basso, resta anche un balcone con soglia in pietra monolitica sostenuta da tre gattoni di grosse dimensioni.

Nella piazza antistante si nota subito la parte interna della "Porta San Giovanni", la terza porta urbana della città medioevale preceduta da una rampa a gradoni. Attraversando la porta si possono vedere, nel largo antistante la via Caserma Lucania, due torri, una di fronte all'altra situata al termine delle residue mura di cinta che si sviluppano a lato della porta San Giovanni. Le torri risultano largamente rimaneggiate in epoca aragonese. Superando l'isolato posto a destra, guardando la porta, e girando sul retro si trova una terza torre più bassa delle precedenti ed appartenente anch'essa all'antico sistema difensivo. Ritornando alla porta urbana si costeggia la cortina muraria a sinistra, si supera la torre e si sale la gradinata di fronte che permette di arrivare alla via Due Torri, dietro il palazzo del Municipio, nella quale sono rimaste altre due torri, attualmente rispecchianti il periodo aragonese.

Quindi si può ritornare alla via Pretoria facendo il percorso inverso e si trova il bel portale del Palazzo Giuliani, ex Palazzo Centomani, quindi si supera un elegante portale in pietra che precede un doppio arco con volta a crociera il quale si apre su un elegante cortiletto.

Subito dopo si trova la piazza Duca della Verdura, sul lato destro della quale, è visibile il prospetto laterale sinistro della Chiesa della Santissima Trinità.

Per la storia di questo monumento possiamo riferirci ai verbali delle Sante Visite Pastorali di mons. Carrafa del 1566 e del 1571. Storici locali ricordano che venne riconsacrata dal vescovo Iacopo Squacquara nel 1429, perchè non si conosceva chi l'avesse consacrata la prima volta. In un documento d'archivio della chiesa della seconda metà del XVII secolo si testimonia che la celebrazione della Trinità è di istituzione antichissima, anteriore al 1061, e si celebrava prima che il papa Giovanni XXIII ne estendesse la festa alla chiesa universale, nel 1328. Quindi nell'Xl secolo già esisteva una chiesa della Santissima Trinità a Potenza. Un'altro documento del 1178, con il quali i Cleri di San Michele e della Santissima Trinità chiedevano conferma degli ordinamenti concessi dal normanno Re Ruggero II nel 1148 al vescovo Giovanni Sola, attestano ancora l'antichità della chiesa. Un atto notarile del 1200 registra la donazione, fatta alla chiesa, di una casa in "castrovetere". Dell'aprile 1220 è ancora un documento ove è citato Guglielmo, presbiterio della Trinità, che presenziò alla costituzione di un legato per la chiesa stessa. Un ricorso del 16 giugno 1228 nomina ancora una volta la chiesa della Santissima Trinità. Molti atti del clero sono dei periodi 1274 - 1276 e 1300 - 1351 fino ai secoli XVII e XVIII. Tutto ciò conferma l'antichità e la continuità dell'istituzione. Le rendite e le pie donazioni erano usate per mantenere un numeroso clero ricettizio oltre che a costruire, riparare e conservare chiese e cappelle con i loro arredi sparse su tutto il territorio.

Nel 1407 il Capitolo vendette una casa per riparazioni urgenti da fare alla chiesa.

Nel 1416 furono donate terre alla chiesa perchè si riparasse il lucernario.

Nel 1500 fu lasciato denaro alla chiesa per l'acquisto di una casa per dote alla cappella di San Leonardo.

Un documento del 1564 contiene la richiesta di autorizzazione a vendere una vigna per restauri alla campana.

Nel 1616 la fondazione del Seminario Diocesano sottrasse alla chiesa della Santissima Trinità una cospicua fetta dei frutti Capitolari.

Dopo la visita Pastorale del 1566, mons. Carrafax fece annettere alla chiesa il beneficio semplice della Cappella di San Cataldo, con una bolla del 12 agosto 1568.

Come fatto in precedenza possiamo trarre un'idea abbastanza precisa della disposizione intema della Trinità nel XVI secolo dai verbali delle Visite Pastorali, da precisare che la chiesa, in quel periodo, conservava ancora un'impianto a tre navate con presbiterio terminante in una o tre absidi, con cappelle aperte nelle navate minori. Quindi si rileva che la chiesa era dotata tra un numero variante tra tredici e quindici tra cappelle e singoli altari.

Il terremoto del 1694 provocò il crollo parziale del campanile e, quello successivo del 1857, fece crollare quasi completamente l'antica chiesa. Fu necessario procedere alla ricostruzione della stessa per la quale furono certamente impiegate maestranze locali.

La nuova chiesa è ad aula unica con cappelle laterali non molto profonde ed il transetto con abside. La zona superiore è alleggerita da grandi finestre le quali con la copiosa illuminazione che producono, alleggeriscono anche il controsoffitto a cassettoni con decorazioni in oro.

I lavori di ricostruzione, iniziati nel 1860, furono completati nel 1930 con la sistemazione del catino absidale, la realizzazione della cantoria e del controsoffitto a cassettoni.

Per la visita alla chiesa si può entrare dall'ingresso principale che reca scritto, sulla facciata interna, "Deum Verum unum in Trinitate et Trinitatem in unitate, venite, adoremus, Exultemus", "Venite. Adoriamo il Dio vero, uno nella Trinità, Trino nell'Unità. Esultiamo". Quindi, a partire dal lato destro troviamo il primo altare del XIX Secolo; nella nicchia sull'altare è sistemata una scultura in legno policroma di San Vincenzo Ferrer, alta cm. 170, di ignoto scultore meridionale del XVIII secolo.

Subito appresso si trova l'ingresso laterale della chiesa, che si apre su via Pretoria, nella lunetta dell'areo sopra l'ingresso è sistemata una tempera su tavola con l' "Annunciazione", di cm. 200x 120, opera di ignoto meridionale del XVI secolo, la tempera proviene dal soppresso monastero di San Luca. L'acquasantiera a lato dell'ingresso è in pietra calcarea di ignoto lapicida del XVIII secolo.

Il secondo altare è in marmi policromo, attribuito ad ignoto artista napoletano, della seconda metà del XVIII secolo; nella nicchia sopra l'altare è sistemata la "Madonna delle Grazie", un manichino ligneo policromo, di ignoto scultore locale, rivestito di un abito di broccato con pesanti ricami in fili d'oro.

Quindi si arriva nella zona absidale con l'altare maggiore in marmi policromo, di pregevole fattura, opera di un ignoto "marmoraro" napoletano della seconda metà del XVIII secolo, di cm. 250 x 410.

Il quarto altare, dal lato sinistro, è di scarso valore, sopra l'altare è sistemato un "Crocifisso" in legno intagliato policromo, alto cm. 170, di ignoto scultore meridionale del XVIII secolo.

Nella terza cappella è sistemata in parete una grande lapide dedicata ai caduti in guerra.

Il secondo altare a sinistra è in marmi policromi, di cm. 185x286, di ignoto artista napoletano della seconda metà del XVIII secolo; nella nicchia sopra l'altare è sistemata una scultura in legno policromo che rappresenta "Sant'Anna", alta cm. 170, attribuita ad ignoto scultore locale della fine del XVIII inizi XIX secolo.

Il primo altare del lato sinistro è di scarso valore ed ha, nella nicchia superiore, una scultura in legno policromo di "San Francesco Saverio", alta cm. 160, di ignoto scultore napoletano del XIX secolo.

Le decorazioni pittoriche parietali furono eseguite dal pittore Mario Prayer nel 1934 e consistono in figure di apostoli e santi dipinti negli spazi tra le finestre della zona superiore. A partire dall'ingresso principale sul lato destro sono: San Paolo, San Luca, San Giovanni, San Giacomo, San Bartolomeo, San Simone, San Giacomo d'Alfeo, Sant'Ilario e Sant'Anselmo. Mentre sul lato sinistro sono dipinti: San Pietro, San Marco, San Matteo, Sant'Andrea, San Tommaso, San Taddeo, San Giustino e San Basilio.

Sul soffitto, al centro del cassettonato, in una superficie di cm. 300x400 è dipinta una raffigurazione della Trinità con il Padre Eterno, il Figlio e lo Spirito Santo.

Nella zona dell'arco trionfale è scritto: "Virtus Altissimi Obumbrabit Tibi" e "Hoc est filius meu dilectus", che significano "La potenza di Dio altissimo ti ricoprirà" e "questi è il Figlio mio diletto". Sul cornicione sotto le finestre è stato scritto "Te Invocamus, Te laudamus, Te Adoramus, spes nostra, vera et una trinitas, una et summa deitas", "Ti invochiamo, ti lodiamo, ti adoriamo, nostra speranza, nostra salvezza vera ed unica Trinità, una e santa divinità". Mentre sotto la calotta absidale è scritto "Benedicta sit Sancta Trinitas", "sia benedetta la Santa Trinità".

La calotta absidale è traforata e si sviluppa su 29 filari verticali e 24 orizzontali, il reticolo è realizzato con elementi ellissoidali a due punte. Nella punta inferiore è inserita una fiammella, simbolo dello Spirito Santo, per ogni elemento. La chiave di volta della calotta reca un simbolo trinitario. Il controsoffitto a cassettoni si realizzò con un solaio piano a nervature inferiori, le quali costituiscono un reticolo di cassettoni rettangolari.

Nella sagrestia della chiesa sono custoditi tre dipinti: la "Madonna e San Luca" è un olio su tela delle dimensioni di cm. 180x275 e proviene anche dal soppresso monastero di San Luca, l'artista che si firma "b.d.:N. Cacciapuoti 1738" appare ispirato alla scuola napoletana. Da alcuni critici questa opera fu sistemata nell'area dei pittori cultori di Raffaello. La "Madonna con Bambino e Santi" è ancora un dipinto ad olio su tela, di cm. 215 x 164, opera di ignoto pittore napoletano, forse della scuola di Gerolamo Imparato (1550-1612), sembra comunque una copia più modesta e a tela che, con lo stesso soggetto, è custodita alla Chiesa di San Michele di Potenza. Apparteneva anch'essa al convento di San Luca. La composizione presenta la Madonna con il Bambino ed, ai alti, i santi Pietro e Paolo, dietro questi appaiono i santi Leonardo ed Agostino. Venne ritenuta appartenente al XVIII secolo, ma studi recenti la collocano nel XVII secolo. Una "Madonna e Santi" della seconda metà del XVIII secolo è il terzo olio su tela, di ignoto locale con la sigla "G.B.F.". La Madonna con il Bambino sono seduti sulle nubi, regge lo scapolare del Carmine, circondato da cherubini, a sinistra San Giuseppe carezza la mano del Bambino e, nella parte inferiore, appaiono i santi Antonio, Filippo Neri in ginocchio con la pianeta, Vincenzo Ferrer con ali da serafino ed un libro nella sinistra e Francesco di Paola in piedi.

La chiesa della Santissima Trinità custodiva altre opere d'arte come una "Deposizione" di cm. 190 x 163, dipinto su tavola, risalente al XVI secolo di autore ignoto. L'opera passò dalla chiesa al Museo Archeologico Provinciale e, attualmente, è presso la competente Soprintendenza di Matera in restauro. La "Madonna della Sanità" o "Madonna dei Mali", è un dipinto ad olio su tavola di cm. 175x240, opera del pittore lucano Giovanni di Gregorio, detto il Pietrafesa, datata 1606. Il dipinto raffigura la Madonna col Bambino circondati da angeli. Un'altro gruppo di angeli, nella zona superiore, incoronano la Vergine che attinge con una croce in una scatola a sei scomparti tenuta da un angelo sulla destra. Nel lato sinistro un altro angelo si poggia su un fusto di colonna alla base della quale si legge la data e la firma incompleta dell'autore. In basso sei figure sono rivolte alla Vergine. La "Santa Barbara" è una tela settecentesca, con cornice alla Salvator Rosa, attribuita al periodo compreso tra XVII e XVIII secolo. Una "Santa Maria Maddalena", con le stesse caratteristiche dell'opera precedente. Una tela rappresentante I' "Immacolata", di cm. 300 x 180, opera del pittore Nicola Cacciapuoti, della prima metà del XVIII secolo. La Vergine ha le braccia incrociate sul seno, con il volto sereno ed una aureola di stelle, ha il piede sinistro poggiato su una mezza-luna che schiaccia il serpente mentre è circondata da una schiera di angeli. Tutte le tele menzionate sono attualmente in restauro.

Durante recenti lavori di consolidamento del campanile nella zona basamentale dello stesso è stata ritrovata una lapide tombale. Demolita una gradinata di mattoni all'interno del campanile si è ritrovata parte della muratura faccia a vista con un arco a dentelli che racchiudeva un affresco nel quale si individua una figura su una cattedra con la mano sinistra sulle ginocchia. Un'altra lapide è stata rinvenuta recentemente nella chiesa della Santissima Trinità.


da www.comune.potenza.it


Potenza: Chiesa di San Francesco

Sul lato destro del Teatro Stabile sorge il Palazzo del Governo il quale occupa parte dell'ex convento di San Francesco che comprendeva anche l'ala occupata dal Palazzo di Giustizia, proprio a fianco di questa parte del grande edificio è la Chiesa di San Francesco

Per questo monumento abbiamo la data di fondazione del convento 1265 e quella di fondazione della chiesa 1274. La prima data, a quarant'anni dalla morte del Santo testimonia quanto seguito avesse ottenuto San Francesco nella città.

Nel 1279 un atto notarile registra le testimonianze di due testimoni oculari che dichiararono che nel costruire le fondazioni di un grande muro per la chiesa, nel 1266, una frana seppellì con terra e pietre gli operai che vi lavoravano. Dopo diverse ore, saputa la notizia, i potentini accorsero sul posto per recuperare almeno i cadaveri invece, scavando, trovarono tutti gli operai ancora vivi.

La Chiesa dovrebbe sorgere sul luogo di un precedente oratorio, forse protoromanico, del quale alcuni reperti sono murati nelle pareti del chiostro e dell'abside.

Nel 1758, Onorio reggente dei Minori Conventuali acquistò marmi dell'antica chiesa di San Giovanni Battista che volle sistemare come sedile all'ingresso del Convento. I marmi che erano del portale maggiore della chiesa di San Giovanni avevano un'iscrizione che testimonia la costruzione di una chiesa dedicata a San Giovanni avvenuta nel 1080.

La chiesa attuale ha l'impianto ad aula unica, molto allungata, conclusa da un'abside la quale è sottolineata da un arcone trionfale che reca motivi tardo gotici di ascendenza catalana. Tipologia d'impianto tipicamente francescana. La navata è coperta con capriate lignee a vista di restauro. Le tre monofore ogivali a doppia strombatura che si trovano nella zona superiore della parete sinistra sono del XIII secolo. L'abside è arricchita da una monofora trilobata a doppia strombatura ed è coperta da una volta a crociera poligonale con costoloni in pietra raccordati ai pilastri, a sezione poligonale, mediante capitelli a cesti fogliacei stilizzati.

La tipologia della facciata a spioventi e la pietra lavorata faccia a vista sono elementi comuni a molte chiese francescane della regione. San Francesco è comunque caratterizzata da un portale in pietra calcarea di forme durazzesche con una pregevole porta in legno intagliato datato 1499. Sul lato sinistro della chiesa si alza il campanile, che si articola su quattro livelli con una parte basamentale, il primo piano con finestre di stile gotico, il manufatto si conclude con una cuspide di restauro che sostituì un piccolo tetto a padiglione coperto con un manto di coppi curvi.

Dell'antico convento rimane solo il portale d'ingresso sistemato alla base del campanile, in pietra calcarea, con motivi decorativi di tipo durazzesco-catalano, ed una porta lignea intagliata e traforata. Di periodo e tipologia simili al portale è anche una finestra ad arco inflesso sistemata sul portale del convento attorno al 1940, proveniente da un edificio esistente nelle vicinanza, ora demolito.

Del chiostro, che venne ricostruito nel '500 dai Conti Guevara di Potenza, è rimasta solo un'ala addossata al lato sinistro della chiesa. L'ingresso al chiostro avviene attraverso un portale rinascimentale proveniente, come ricorda una targa che è sulla piattabanda, da una scomparsa cappella dell'Immacolata.

La porta lignea all'ingresso della chiesa è in legno di noce intagliato, di cm. 365x266, con formelle di cm. 24,5x24,5. E' costituita da due battenti centinati all'interno dei quali si apre un battente più piccolo per parte. E' composta di otto serie di formelle rappresentanti, a partire dall'alto, il monogramma Cristologico di San Bernardino da Siena con ai lati decori a motivi fogliacei; quindi sotto sono sei rosoni gotici diversi tra loro; la terzia fila presenta due angeli reggicartiglio con la data 1499, figure di suonatori e simboli francescani; seguono tre file di rosoni con motivi decorativi gotici; le due serie di formelle seguenti hanno immagini varie come aquile, suonatori di pifferi e scene di vita francescana; nella penultima fila le formelle sono intagliate con uccelli cavalcati da figure umane, demoni alati ed altre figure umane con fronde.

L'opera, per gli intagli ricchi di chiaroscuri, inseriscono l'autore, con matrice culturale tardogotica che riprende il gusto catalano del XVI secolo di Napoli, in un contesto di alta rappresentatività. Attribuita ad un ignoto intagliatore lucano appartenente a quel gruppo di artigiani locali la cui produzione attinge alla cultura dei lapicidi catalani operanti in Campania.

Entrando nella chiesa si trova, sulla parete sinistra, un affresco con il "Martirio di San Sebastiano", che si è ritrovato mutilo, di cm. 180x121, opera di Giovanni Todisco da Abriola, documentato dal 1545 al 1566, che dopo un inizio nel filone tardo-gotico elabora un linguaggio rinascimentale con la ricerca faticosa di un maggiore equilibrio compositivo-prospettico. L'affresco, realizzato attorno al 1550, rivela una vena di attento narratore dell'artista. La scena è realizzata sullo sfondo di un paesaggio ricco di particolari, i personaggi risultano fortemente caratterizzati nei ruoli. Il re, da una torre, dà l'ordine di infliggere il martirio, gli arcieri che accaniti mirano al Santo e questo che serenamente si abbandona al martirio. Lo stesso repertorio iconografico di questa opera è abbondantemente presente in composizioni precedenti.

Un "Crocifisso" ligneo policromo è sistemato al centro dell'abside. di bottega locale del XVII secolo, le dimensioni della croce sono di cm. 265x185, la figura ha la testa reclinata sulla spalla destra, il costato appena accennato e le braccia tese con le mani fissate più in alto della linea delle spalle. il volto è di forma allungata con barba e capelli composti, gli occhi socchiusi e la bocca semiaperta che mostra la chiostra superiore dei denti.

L'analisi stilistica fa rilevare la prevalenza del corpo monumentale fermo e compatto, il panneggio del perizoma, ricco di pieghe, è realizzato in modo che ben si raccorda alla linearità del corpo.

Tutto lo schema dell'opera si rifà a modelli cinquecenteschi presenti in Basilicata.

Al centro della parete destra della navata è il sepolcro di Donato de Grasis, monumento funebre in pietra calearea di cm. 380X265, datato 1543. Su di un Casamento liscio che ha ai lati due piedistalli con figure umanoidi di tipo mitologico, poggia un secondo Casamento. Questo ha i piedistalli con putti che hanno una fiaccola capovolta e si appoggiano ad un piccolo scudo araldico. Questo basarnento è diviso in due zone da una fascia con il monogramma cristologico Bernardiniano. Sopra il secondo Livello è posto il sarcofago a vasca sostenuto da due grifoni accosciati. Ai lati sono due pilastrini riccamente decorati a candelabro con basi e capitelli. Sul sarcofago è distesa la figura del defunto. Superiormente si trova una lunetta con un bassorilievo dove è raffigurata una Madonna con il Bambino in braccio e due angeli inginocchiati ai lati. Questa opera riprende le linee stilistiche e modelli che tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo vengono realizzati per chiese e cappelle della città di Napoli da scultori lombardi. Mentre in Basilicata è presente una bottega che produce, innestandosi su un linguaggio tradizionale di schemi tardo medioevali, con repertori decorativi che sono delle opere di Tommaso Malvito.

Sempre lungo la parete destra si trovano in altre due nicchie i dipinti murali di "Santa Chiara" e "San Francesco di Assisi". La santa è di cm. 85x35 in posizione frontale eretta con il saio francescano ed un libro nella mano sinistra, nella fascia superiore è una decorazione dipinta con motivi geometrici. L'affresco deriva da prodotti napoletani della prima metà del XIV secolo, ma sia l'impostazione grafica che il disegno piatto e lineare indicano una maestranza artigianale dai dimessi toni espressivi. Il "San Francesco" di cm. 90x27, è in posizione eretta, a capo scoperto, con il saio fermato in vita da un cordone ed un libro nella mano sinistra. Recenti studi hanno individuato elementi affini tra questa opera e gli affreschi della chiesa di San Donato a Ripacandida del quinto decennio del XV secolo.

Subito appresso è sistemata una tempera su tavola di cm. 99x68, opera di ignoto meridionale del XIII secolo. L'icona è venerata con il nome di "Madonna del Terremoto", raffigura una Madonna con Bambino e fu donata nel 1852 dalla famiglia potentina degli Janora alla chiesa, perciò non si conoscono notizie relative alla provenienza ed alla originaria ubicazione del pezzo. L'opera presenta affinità sia stilistiche che iconografiche con le icone pugliesi del XIII secolo. Le ante laterali dell'icona, con angeli scolpiti a rilievo, sono opera di bottega locale della prima metà del XVII secolo.

Tra le cose notevoli che conserva la chiesa sono da segnalare ancora alcune porte lignee. Quella che separa la chiesa dell'antisagrestia, ubicata nell'abside, è del XVII secolo di cm. 197x49. E' divisa in tre riquadri per battente nei quali sono raffigurati motivi vegetali a giorno, nel riquadro centrale è un fiorone inscritto in un cerchio incorniciato da volute e foglie; nell'ultimo riquadro inferiore è un fiore stilizzato centrale racchiuso in un cerchio circondato da decorazioni vegetali. L'opera è di un intagliatore meridionale ispirato a moduli campani rinascimentali con motivi seicenteschi vivaci e più ricchi di elementi decorativi.

La porta lignea che è tra antisagrestia e sagrestia è del XVI secolo di ignoto intagliatore meridionale di cm. 270x74 costituita di due battenti divisi in tre riquadri. Quello superiore sinistro reca intagliato lo stemma francescano, in quello centrale appaiono due genietti che abbattono un obelisco, nell'ultimo riquadro l'intaglio rappresenta un mascherone e due uccelli fitoformi; il riquadro superiore del battente destro contiene uno stemma in un cartiglio sorretto da due angioletti; nel centrale è intagliato un calice circondato da girali vegetali e pampini di uva; quello inferiore è uguale al sinistro in modo da costituire elemento di base. I motivi decorativi rinascimentali fusi con simboli vari evidenziano l'influenza napoletana accolta dall'artista che ha eseguito questa finissima opera.

La porta lignea che separa il chiostro dall'antisagrestia è opera di ignoto intagliatore meridionale del XVI secolo, di cm. 196x99, è a due battenti di tre riquadri uguali tra loro. I riquadri superiori e centrali sono traforati e separati da quello inferiore da una cornice decorativa con motivi vegetali fogliacci. Gli ultimi riquadri sono costituiti da due cornici rettangolari concentriche a decorazioni fogliacee la prima e con decori fioreali, la seconda si conclude in festoni ornamentali ubicati al centro del riquadro. Il lavoro riprende motivi del primo cinquecento campano.

Sono conservati nella chiesa anche dodici dipinti su tela raffiguranti gli apostoli. Di scuola napoletana eseguiti da diversi artisti e in un arco di tempo compreso tra la fine del '600 e gli inizi del '700. Si ritiene che le tele fossero state originariamente incastonate in un plafone in legno che costituiva il controsoffitto della chiesa, dal quale furono recuperate le tele ed uno stemma del committente. E dipinto del "San Pietro", per tratto pittorico ed affinità stilistiche, è molto vicino ai modi di Giovan Battista Vela. Quello del "San Giovanni", invece, è ispirato alla scuola del Solimena.

Il portale che funge da ingresso all'ala residua del chiostro, in pietra calcarea di cm. 295x291, è opera di lapicidi lucani attivi nella prima metà del XVI secolo. Ha due lesene con grottesche che si concludono in due capitelli jonici. Sopra questi ultimi poggia una trabeazione decorata con due fioroni laterali e due leoni al centro che sorreggono un epigrafe.


da www.comune.potenza.it


Potenza: Chiesa di San Michele Arcangelo

Lasciata la chiesa di San Francesco e tornati sulla piazza Mario Pagano si riprende la via Pretoria e, alla seconda traversa a destra, si gira per la via San Michele Arcangelo, sullo sfondo della quale si trova la facciata laterale della Chiesa di San Michele Arcangelo.

Nel già citato documento del 1° gennaio 1178 appare anche la chiesa di San Michele come esistente nella parte alta della città, l'atto che approvava i capitoli e le costituzioni di San Michele e della Santissima Trinità venne sottoscritto dal vescovo Giovanni Sola e dai preti canonici Guglielmo Infante, Rodolfo, Giovanni Ospirelli, Segnovando ed Acardo.

La fondazione della chiesa dovrebbe risalire a molto tempo prima del 1178 anche perchè la dedicazione a San Michele denuncia origini longobarde. Circa la devozione al santo, tra il 492 ed il 496 il papa Gelasio I affidò ad Erculenzio, vescovo potentino, l'incarico di dedicare al santo e a Marco, o Martino, una basilica da erigere nel fondo "sestiliano" di un certo Trigenzio o Frigenzio. Non abbiamo elementi per far coincidere questa antica basilicata con l'attuale San Michele, comunque già dal V secolo esisteva a Potenza una chiesa dedicata al santo.

Nel giugno del 1206 il vescovo Enrico, in presenza dei giudici Ruggero Manfredi e Giordano, donò al clero di San Michele la chiesa di San Giacomo Apostolo, fuori le mura presso Portasalza. Nel novembre del 1311 si registra una permuta di beni della chiesa. Nel 1317 viene venduta una casa. Nell'agosto del 1366 l'arciprete di San Michele acquista delle case. Con bolla del 15 aprile 1440, papa Eugenio IV, confermò all'abate di Sant'Angelo al Bosco la donazione di alcune terre a San Michele. Nel 1481 si registra una rivendicazione del Capitolo di alcune terre contestate dal priore di San Lorenzo di Padula. Nell'archivio della Chiesa di San Michele esistono molti registri e resoconti dei secoli dal XVI al XIX. Il 27 agosto 1499 un arbitrato assegna ai Capitoli di San Michele e della Santissima Trinità le terre "lo perato de Santo Michele nel vallone di Malarnugliera", "isca de Tora", e presso il "vallone de lo sorbo e vallone de lo lupo".

Dai fascicoli con i Verbali delle Sante Visite già citate si rileva anche per il San Michele, nel XVI secolo, esistevano da tredici a quindici tra singoli altari e cappelle con altari all'interno della chiesa. Nell'archivio è conservato un inventario del 1571 che porta un lunghissimo elenco di reliquie custodite nella chiesa in questione, le quali erano tutte oggetto di venerazione. Dalla "Relazione ad Limina" dell'8 febbraio 1629 il vescovo Diego de Vargas (1626-1633), spagnolo, annotò "vi sono costruite tredici cappelle senza altari......".

La Chiesa di San Michele presenta i caratteri delle chiese di epoca romanica. Il prospetto anteriore è con muratura in conci di pietra lavorati faccia a vista, diviso in tre zone da quattro lesene sistemate alle estremità della facciata ed a segnare l'ampiezza della navata centrale, sopraelevata rispetto alle laterali, che presentano spioventi con pendenze verso l'esterno. Sul lato sinistro la facciata prosegue con un tratto corrispondente ad un ampliamento realizzato nel 1849. Il portale principale presenta un doppio stipite con doppio arco a tutto sesto. Un elemento orizzontale tra le lesene centrali; sottolinea l'arretramento di muratura di facciata della navata centrale. Gli spioventi delle navate minori ed i lati maggiori della navata centrale e di quella laterale destra sono alleggeriti da un filare di archetti pensili. L'ingresso laterale alla chiesa si apre al centro della parete destra, innestato su un elemento di ringrosso della muratura. Il portale è in pietra con conci lavorati faccia a vista ed ha, sopra alla piattabanda, nella lunetta un bassorilievo di "Madonna con Bambino" che ha a sinistra il simbolo francescano ed a destra un elemento decorativo con motivi floreali, la fattura dell'opera è di modesta levatura forse richiamantesi ad antiche tipologie.

L'interno della chiesa è di tipo basilicale, a tre navate con tre absidi, la navata centrale più alta delle laterali.

Le navate sono divise tra loro da dodici pilastri quadrati privi di basi con capitelli romanici a forma di piramide tronca rovesciata, i quali sostengono archi a tutto sesto. Nella zona superiore della navata centrale si aprono tre monofore per lato che sono del tipo a doppia strombatura. Visitando l'interno, nella navata laterale sinistra si trova la cappella con il fonte battesimale, realizzata attorno al 1950, nella quale il pittore Mario Prayer eseguì due dipinti murali con temi battesimali.

Subito dopo, addossato alla parete della navata laterale è sistemato I' "altare ligneo di Sant'Antonio", opera di ignoto intagliatore lucano del XVII secolo, dalle dimensioni di cm. 480x279. La mensa dell'altare ed il sottostante paliotto sono elementi di restauro del 1970, l'alzata è in legno policromo e risulta ricomposta in passato con l'uso di elementi di scuole ed epoche diverse. La cimasa, a coronamento della macchina, proviene da un'altro complesso precedente almeno di un secolo (XVI sec.). L'alzata poggia su una base dipinta a girali e motivi floreali con al centro una testa d'angelo con cartiglio sul quale è scritto Devotorum Pietate et Elemosinarum Largition A.D. 165., ai lati sono cariatidi antropomorfe con volute che chiudono l'alzata, la quale è conclusa da una trabeazione decorata con motivi fantastici e floreali. La pala dell'altare è divisa, con quattro semicolonne addossate con putti e grottesche, in tre zone. Sulle fasce verticali laterali sono posti dei dipinti ad olio su tavola, coevi dell'alzata, nei quali sono raffigurati San Gerardo e San Francesco da Paola a sinistra e San Vito con Sant'Ignazio a destra, tutti opera di un ignoto pittore locale. Nella nicchia centrale è sistemata una scultura lignea policromo di Sant'Antonio con i relativi attributi iconografici, opera di ignoto intagliatore lucano del XVIII secolo.

Al centro della cimasa è sistemato un'altro dipinto racchiuso in un elemento trilobato ligneo con semicolonnine che dividono la zona in tre parti. In quella centrale è dipinto un Cristo a mezzo busto deposto dalla Croce, in quella sinistra è un Angelo annunziante e nella destra appare l'Annunziata. Questi dipinti forse erano parte di un polittico composto di un dipinto su tavola della "Madonna del Carmine" del 1532 e di una predella con "Cristo e i dodici Apostoli", entrambi conservati nella stessa chiesa di San Michele.

La parte lignea dell'altare è un importante documento della tradizione artigianale lucana caratterizzata da un elegante apparato decorativo in una scenografia ancora ispirata a moduli cinquecenteschi.

Nella navata laterale destra si sono rinvenuti due nicchioni con affreschi. Il primo con una "Maestà in trono" con la Vergine in trono che regge il Bambino in grembo, tra i santi vescovi Nicola di Bari e Ambrogio, nella parte bassa sono ritratti i due donatori e nella lunetta superiore è dipinto un San Michele che uccide il drago ed a sinistra, sullo sfondo, è la città di Potenza. L'autore è della cerchia di Giovanni Luce da Eboli, o Giovanni di Luca da Eboli, vissuto nella prima metà del XVI secolo. Questa opera riprende i modi stilistici del maestro nei panneggi dei vescovi e della vergine e nel cromatismo e linearismo dei volti. Nel secondo nicchione sono raffigurati una santa ed un frammento di figura dell'Etemo riquadrati a un motivo decoiativo praticamente illeggibile. Quest'ultimo nicchione è inquadrato ad un arcone in pietra calcarea con alte basi che sostengono due lesene a scanalatura con pseudocapitelli di stile jonico. Nella zona tra la piattabanda e l'arco, di semplice sagoma, vi sono due elementi floreali con decori fogliacei. Sulla piattabanda è il nome del donatore Donato Cannillo e la data 1551.

L'altare maggiore è del tipo basilicale costituito da una mensa in pietra monoblocco, che è un'antica mensa di altare, trovata durante i lavori di restauro degli anni '70 nelle murature della chiesa. Il sostegno della mensa è un rocco di colonna, forse del XIII secolo, che venne rimosso dallo spigolo esterno sinistro della facciata, ove era stato murato in periodo non documentato.

Nella chiesa si custodiscono altre opere molto interessanti tra le quali la già nominata "Madonna del Carmine" che è una tempera su tavola di cm. 155x67, datata 1532 ed attribuita a Simone da Firenze, che fu il tramite di diffusione nel meridione del linguaggio pittorico toscano e dell'Italia centrale, che presenta influenza recepite da Andrea da Salerno e Stefano Sparano.

Si conserva anche una "Madonna del Rosario e quindici misteri" olio su tela di cm. 240x158, opera del pittore potentino Antonio Stabile, documentato dal 1569 al 1584, che viaggiò a lungo fermandosi a Roma, Bologna, Firenze e Venezia. Il dipinto è diviso in due registri, nel superiore sono la Madonna con il Bambino che porge la corona del Rosario a San Domenico ed a San Tommaso d'Aquino. Nel registro inferiore, diviso in tre fasce sovrapposte, sono le quindici scene con: Annunciazione, Natività, Circoncisione, Disputa con i Dottori, Orazione nell'orto, Incoronazione di spine, Andata al Calvario, Crocifissione, Resurrezione, Trasfigurazione, Discesa dello Spirito Santo, Ascensione ed Incoronazione di Maria. Molto interessante è la scansione a registri sovrapposti in sostituzione di quella distribuita attorno alla scena principale. La data di esecuzione va collocata attorno all'ultimo decennio del '500 trattandosi di opera vicina a quelle di Gian Domenico Catalano ed Antonio Orlando di Nardò.

Altra opera custodita nella chiesa è una "Madonna con Bambino ed i Santi Pietro e Paolo" di cm. 281x179, databile attorno al 1580 opera di Dirk Hendricksz, detto Teodoro d"Errico. Nato verso la metà del XVI secolo ad Amsterdam fu tra il gruppo di artisti fiamminghi che erano nel vicereame di Napoli sotto Filippo II (1554-1598), l'artista mori nella città natale nel 1618. Il dipinto è in netto contrasto con il linguaggio figurativo locale per le novità che presenta. Al centro della composizione fra nubi ed angioletti è seduta la Vergine alla quale si appoggia il Bambino che regge il globo; ai lati i santi Pietro e Paolo con i loro attributi iconografici sullo sfondo di un paesaggio montano. Il gusto "baroccesco" si legge nel "tenero pittoricismo" che divenne il tramite culturale tra la "maniera" italiana e la "verità" fiamminga. Lo stile dell'opera si inserisce nel rinnovamento della pittura fiamminga per il processo di assimilazione della pittura rinascimentale italiana.

Un'altro olio su tela è una "Annunciazione" di cm. 227x115 opera di Giovanni de Gregorio, detto il Pietrafesa, la composizione presenta la Vergine inginocchiata davanti a un leggio, sulla sinistra, in atto di volgersi verso l'angelo annunciante che è con la mano destra alzata verso il cielo e tiene un giglio nella mano sinistra. Da una finestra posta sul fondo dell'ambiente la figura dell'Eterno Padre invia un raggio di luce sulla vergine ed è seguito dalla colomba dello Spirito Santo e da un angioletto portacroce. Nella zona in basso a destra è il riìratto del committente. L'opera presenta le figure delle forme molto curate con panneggi e pieghe spezzate e chiome dai riccioli quasi metallici, il riferimento diretto a gusto e cultura locali è dato dal pannello che si apre sulla figura dell'Eterno.

Il "Cristo con gli Apostoli" è un dipinto ad olio su tavola diviso in sette pezzi. In quello centrale è raffigurato il Cristo e quattro apostoli tutti con aureole d'oro, seguono due riquadri minori con un apostolo ciascuno, ancora due in cui sono dipinti due apostoli per tavola, la predella è chiusa da altri due elementi con una figura ciascuno.

La realizzazione della predella in pezzi separati può significare che fu progettata per essere sistemata con elementi di cornici separatori.

Sull'altare maggiore è sistemato un "Crocifisso" ligneo policromo di pregevole fattura opera di ignoto meridionale che, in questa opera, rivela l'influenza di ascendenze manieristiche proprio nell'intensa drammaticità che caratterizza la scultura.

La scultura lígnea di "San Michele Arcangelo" è della prima metà del XVIII secolo, opera di maestranze locali. L'arcangelo è rivestito da una corazza, con elmo piumato sul capo, in atto di schiacciare il drago. L'angelo regge una bilancia ed è armato di spada e di scudo. Scudo, bilancia e catena che trattiene il drago sono elementi di carattere devozionale aggìunti.


da www.comune.potenza.it

Potenza: Chiesa di San Rocco

Uscendo dal Museo si può ritornare al centro della città per diversi percorsi; dal qadrivio di Santa Maria si può salire rapidamente per la via discesa San Gerardo che conduce alla fine della via Vescovado, dove inizia la via Due Torri. In alternativa si può riprendere il corso Giuseppe Mazzini e, dopo un breve tratto, si imbocca a sinistra la via Caserma Lucania che conduce sino alla Porta San Giovanni da dove, attraverso la via Plebiscito e via Pretoria si può tornare a piazza Matteotti. Infine, sempre dal quadrivio di Santa Maria, si può prendere la via Cavour sulla sinistra percorrendola per intero si raggiunge, trovandola sul lato sinistro della strada, il piccolo giardino della zona posteriore della Chiesa di San Rocco

La chiesa è oggetto di grande interese popolare perchè il santo che vi è venerato è uno dei più cari alla tradizione religiosa potentina.

L'edificio risale alla seconda metà del XIX secolo e fu realizzato in sostituzione di una più antica cappella che sorgeva nella zona stessa.

La facciata anteriore si presenta con un portale affiancato da due lesene giganti che arrivano sino al cornicione, il quale sostiene un timpano dalla stessa modanatura al centro del quale si apre un oculo, appena sopra il portale è posto un varco luce a semicerchio. I prospetti laterali rivelano la forma semicilindrica dei cappelloni come quello absidale. A quest'ultimo è collegato il corpo della sagrestia e casa canonica che, nella zona posteriore e laterale destra, è circondata da un piccolo spazio che la isola dalla corrente del traffico veicolare.

L'ingresso è dimensionalmente della stessa profondità dei tre cappelloni che costituiscono l'impianto di tipo centrale della chiesa. I tre cappelloni sono uguali tra loro e tutti coperti con calotta semisferica a catino.

Vi si conservano due sculture lignee che rappresentano San Rocco e San Vito certamente della seconda metà dell'800 di discreta fattura. Si potrebbe pensare che almeno la statua di San Rocco potesse appartenere all'antica cappella, ma non risultano al proposito notizie certe.


da www.comune.potenza.it 

Potenza: Chiesa di Santa Lucia

Girando a sinistra si arriva a via Portasalza che, dopo un breve tratto, permette di raggiungere a destra il larghetto dove si affaccia la piccola Chiesa di Santa Lucia.

Per quanto riguarda la fondazione della chiesa non si hanno notizie delle fonti, riteniamo molto probabile che questa Santa Lucia abbia un collegamento diretto con "la chiesa di San Giacomo Apostolo, fuori le mura di Portasalza, senza chierici" che l'arcipresbitero della chiesa di San Michele ebbe dal vescovo di Potenza, Enrico, nel giugno del 1206.

La chiesa di Santa Lucia ha un prospetto con un portale in pietra calcarea che ha una semplice cornice superiore a sostegno di un elemento modanato che si alza a formare un arco a sesto acuto rialzato. All'interno dell'arco è sistemata una piccola statua di Santa Lucia, opera realizzata dal potentino Michele Busciolano nel 1881. L'immagine è con la mano sinistra appoggiata al seno che trattiene la palma, mentre con la mano destra solleva il piatto con gli occhi strappatigli. La figura è avvolta in un mantello con i bordi ricamati, come li ha la tunica sottostante. Il volto sereno è incorniciato da una diadema e da un'aureola. La piccola statua è racchiusa in una nicchia sormontata dalla testa di un cherubino alato. Sopra il portale è un oculo circolare con sagoma in stucco innestata sotto il cornicione di coronamento che, seguendo la pendenza delle falde di copertura, diviene timpano. Un secondo oculo all'interno del timpano ha la funzione di dare luce al sottotetto. La facciata presenta i cantonali con paraste a pseudo-bugnato che risvoltano anche sui lati. Un piccolo campanile a vela è posto sul tetto, in corrispondenza del lato sinistro.

L'interno della chiesa è ad aula unica con un solo altare, sopra il portale d'ingresso è sistemata una cantoria lignea con l'organo. Il soffitto interno è realizzato con un plafone ligneo del 1843 decorato con elementi ottagonali a doppia cornice con fioroni centrali a sei petali. Questi elementi sono intervallati con motivi floreali e fogliacei oltre a piccole stelle a sei punte.

Nella chiesa si è conservata un'acquasantiera, proveniente dalla chiesa di Santa Maria del Sepolcro a Potenza, è realizzata in pietra rosata, dal basamento costituito da tre leoni accovacciati che sostengono uno stelo decorato con motivi floreali e fogliacei a girali. Il pezzo, di notevole pregio, può attribuirsi a botteghe locali di lapicidi del XV secolo. Una statua lignea policroma del XVII secolo raffigura la Santa.Lucia, opera di ignoto meridionale, che realizzò l'opera con notevole valentia inseribile ai migliori livelli della scultura similare nell'area meridionale. Una seconda scultura lignea policroma raffigura il San Giacomo, non possiamo sapere se il riferimento all'antica cappella omonima è antico o recente per la presenza dell'apostolo nella chiesa. Anche questa scultura, di pregevole fattura, si può collocare nel periodo attorno al XVIII secolo.

Sulla parete sinistra all'esterno, durante recenti lavori, si è scoperto uno stemma araldico con cavallino rampante che ha briglie e sella. L'animale è sotto un arco con capitelli ad elementi floreali sostenuti da esili colonnine poggianti su basi cubiche, lo stemma reca la data 1586.


da www.comune.potenza.it


Potenza: Chiesa di Santa Maria del Sepolcro

Al termine del corso Giuseppe Mazzini si prende la via Ciccotti che, nel suo tratto iniziale, costeggia la villa di Santa Maria che è l'altro parco pubblico di Potenza che ospita campi da tennis, campi da bocce ed una piccola pista di pattinaggio a rotelle.

Il lato destro della via Ciccotti è costeggiato dalla Caserrna Lucania, ricostruita dopo che venne distrutta dai bombardarnenti del 1943. Al terrnine dell'edificio che ospita la caserma si apre il piazzale f.lli De Rosa sul quale prospetta la Chiesa di Santa Maria del Sepolcro

Le sue origini sembra possano collegarsi con la partecipazione di elementi locali alle Crociate, forse la terza del 1190-1191, alla quale presero parte il Conti di Santasofia signori di Rivisco, che era una contrada periferica di Potenza, i quali ritornati dalla crociata avrebbero fatto costruire la prima chiesa. Un'altra ipotesi collega la fondazione al miracolo di San Gerardo operato alla località Santa Maria. Recenti ricerche propongono l'origine della chiesa del contesto delle vicende che, nei secoli XII e XIII, interessarono il Santo Sepolcro ricollegabili alla storia dei Templari i quali, dapprima poveri e generosi divennero sempre più ricchi e potenti finchè, nel 1291, si stanziarono in Francia dove il re Filippo il Bello, per acquisire i loro tesori, nel 1307 ne ordinò l'arresto e ne confiscò i beni. Nel 1312 l'Ordine fu sciolto durante il Concilio di Vienna. Nel Regno di Napoli, per volontà del Papa, Roberto d'Angiò affidò le terre dell'Ordine in fitto in Capitanata, Basilicata e Terra d'Otranto. Quindi assicurò nelle mani di diversi vescovi e prelati i beni dell'Ordine già sequestrati.

Agli inizi del XV secolo Guglielmo, vescovo di Potenza, ebbe da Roberto D'Angiò i diritti feudali sul casale di Santa Maria del Sepolcro.

Dato che i Templari costruivano le loro chiese a pianta centrale forse anche quella di Potenza inizialmente ebbe questa tipologia.

Nel 1399 la città venne assediata dal re Ladislao ed è probabile che gli assedianti saccheggiarono e devastarono le contrade periferiche. Il Casale forse scomparve anche per la terribile peste del 1413 e rimase la chiesa in aperta campagna. Vi si stabilirono due eremiti che ne presero cura con il culto della Madonna fra i pochi contadini rimasti nella zona.

Nel 1488 il Conte di Potenza, Antonio de Guevara, chiamò i Frati Minori Osservanti a tenere la chiea di Santa Maria del Sepolcro. Altre fonti attestano che il Conte di Potenza costruì a sue spese il convento e ristrutturò l'antica chiesa, predisponendo, in una sala attigua il sepolcro gentilizio della famiglia, ora scomparso. Perciò negli ultimi anni del XV secolo la piccola chiesa venne sostituita da una più grande e più bella che aveva richiami all'architettura gotico catalana.

Nel 1647 il vescovo di Potenza, mons. Claverio, fu inviato a Grumento dal papa Innocenzo I (1644-1655) come visitatore, apostolico per dirimere alcune questioni. A Grumento fu colpito da una Reliquia del Sangue di Cristo, per cui ne chiese una parte ai Canonici del posto e la portò a Potenza. Tenne la Reliquia presso di sè per diversi anni e quando i frati di Santa Maria del Sepolcro vollero restaurare la chiesa ed il convento il vescovo pensò di sistemarvi la Reliquia quindi arricchì a sue spese la chiesa di un soffitto ligneo e cassettoni ottagonali intagliati e dorati. Sulla parete destra della navata fece costruire un monumentale altare barocco con sfarzose decorazioni in stucco e, al centro della parte superiore, in una urna protetta da una portella con tre chiavi, il 4 giugno 1656, venne posta a Reliquia in un calice d'argento che recava incise quattro scene pasquali: l'agonia nell'orto; la flagellazione alla colonna; una caduta di Gesù sotto la Croce; e la Resurrezione del Sepolcro. Il coperchio ha il sigillo di mons. Claverio, una corona merlata ed una croce. Più tardi il reliquiario fu sostituito con un secondo in argento a guglie, di sapore gotico, nel quale ancora si conserva la Reliquia. Il vescovo stabilì che le chiavi fossero custodite dalla prima Dignità della Cattedrale, dal Superiore del convento e dal primo cittadino di Potenza. Ogni venerdì Santo la reliquia doveva essere esposta alla venerazione e portata in processione fino alla Cattedrale. Quando vennero istituite solenni funzioni in Cattedrale per il venerdì Santo la processione fu limitata al piazzale della Chiesa con la benedizione del vescovo, il quale la impartiva dai gradini della croce che esiste ancora sulla piazza.

La chiesa si presenta con un portico anteriore a tre archi con basi, stipiti, e capitelli e archivolti in pietra lavorata. Il portico è concluso con un cornicione a romanella, dal quale imposta la copertura a falda che muore contro la facciata. Questa è con tetto a capanna ed un grande oculo, di restauro. Entrando nel portico si trova il portale principale in pietra calcarea a semplici modanature, ai lati sono due stemmi anche in pietra uno Francescano e l'altro nobiliare. Sopra la piattabanda del portale, incorniciata da un costolone di tipo gotico-catalano con i peducci a decori fioreali, è una lunetta che contiene un affresco della "Deposizione con le tre Marie". Il portone ligneo è un pregevole esempio del primo '500 con intagli a motivi floreali in riquadri geometrici. Sui lati minori del portico vi sono altri due portali in pietra calcarea, anche del XVI secolo, di buona fattura.

La chiesa ha un impianto ad aula unica con abside terminale ed una navata laterale sinistra che appartiene ad un successivo ampliamento. Nella grande navata centrale si nota subito, sulla parete destra, l'altare del "Santissimo Sacramento" realizzato in stucco di cm. 900x1041 circa, opera di Masillo Faiella. Tutto l'apparecchio è realizzato in stucco bianco, diviso in tre zone. In quella centrale, inquadrata da due coppie di colonne binate scanalate con capitelli jonico-corinzi, è un ovale con nuvole, teste di cherubini alati e scene del calvario. Al centro dell'ovale è posto il portello in rame che racchiude la reliquia del Santissimo Sangue di Cristo. Altre due coppie di cherubini reggono lo stemma del Claverio negli scomparti laterali. La fascia inferiore del basamento è di semplici cornici classiche. L'altare presenta uno schema architettonico-decorativo di stile manieristico con cornici ad ovuli e dentelli. La modanatura del timpano ad arco spezzato ha al di sopra due angeli che reggono la scala e la spugna, simboli iconografici della Passione. Gli angeli dalla plastica intensa e dai capelli formicolanti ricordano le figure del Mollica. Nella zona superiore dell'altare si trova una nicchia con la statua di San Michele, la nicchia è circondata da cornici e volute che inglobano anche le due finestre e che fiancheggiano lo spazio dell'altare. L'artista che realizzò l'opera è poco conosciuto, forse apparteneva ad una famiglia di stuccatori napoletani attiva nel '600. Le sculture in legno policromo del XVII secolo che raffigurano gli arcangeli Michele Raffaele e Gabriele, tutti alti cm. 150 provengono da una bottega napoletana e sono stati realizzati contemporaneamente ed appositamente per l'altare. Risultano essere documenti della penetrazione in Basilicata dell'arte che rispecchiò a Napoli il periodo più interessante della cultura manieristica toscana. Gli occhi delle statue, come fu uso nel '700 e nell' 800 a Napoli, furono modificati con l'inserzione nelle orbite di pupille vitree.

Sempre sulla parete destra sono visibili le tracce della chiesa anteriore al 1488, rinvenute durante i restauri degli anni '70, che consistono in un tratto di muratura in grandi conci di pietra calcarea ed in una piccola monofora con strombatura molto accentuata.

Sulla stessa parete si può ammirare un bassorilievo in pietra che rappresenta una "Madonna con Bambino e due angeli", di cm. 75x100x20, attribuita ad uno scultore documentato nel 1519 detto "Maestro di Noepoli". L'opera proviene appunto dalla chiesa parrocchiale di Noepoli e raffigura la Madonna in Trono che regge il Bambino sulle ginocchia; ai lati sono due angeli che sostengono un "cuoio di Cordova" con fiori di cardo stampati, le ali risultano di proporzioni ridotte per le riprese del gusto del "vero quotidiano di cinquanta anni addietro". L'autore è uno scultore lucano vissuto tra i secoli XV e XVI, di formazione napoletana, che dovrebbe aver operato per circa trent'anni in Basilicata allineato a gusti della tradizione borgognona e fiammingo-catalana. La critica più recente avanza l'ipotesi che l'opera facesse parte del monumento funebre di Maria Donata Orsini, moglie di Pirro del Balzo e madre della regina Isabella di Napoli, attualmente nella Chiesa della Santissima Trinità di Venosa.

La navata centrale è coperta da un controsoffitto a cassettoni ottagonali in legno policromo intagliato con decorazioni in oro, è uno dei pezzi più rilevanti di tutta la scultura lignea del '600 lucano.

In fondo alla navata la zona absidale è preceduta dall'arco trionfale, o arco maggiore, in pietra calcarea con basi ad elementi fioreali stilizzati con una testa di leone a tutto tondo di piccole dimensioni per ciascuna base da queste si elevano i fusti delle colonne, di tipo composito, poco slanciate e sovrastate da capitelli realizzati con foglie d'acanto stilizzate che recano ancora un piccolo leone genuflesso. Ai lati dei capitelli, sulle pareti, sono quattro lastre che hanno in bassorilievo due Agnus Dei che reggono la Croce con una zampa affiancati da due grandi corolle di margherite. Nel concio di chiave dell'arcone è raffigurato il Cristo che esce dal sepolcro.

Oltre l'arco trionfale si entra nell'abside a pianta poligonale con gli angoli sottolineati da esili colonnine in pietra che hanno basi e capitelli; dei cordoncini, anche in pietra, sottolineano l'imposta della volta lunettata interrotti nel secondo, quarto e sesto lato da tre monoforte trilobate a doppia strombatura. La volta ad ombrello della zona absidale è pure sottolineata da costoloni in pietra che chiuso in un elemento di chiave di volta con il monogramma cristologico Bernardiniano, anche le pareti verticali delle lunette sono sottolineate da costolonature in pietra. Nella parte anteriore della zona absidale i costoloni sottolineano una volta a crociera.

La navata laterale sinistra è separata da quella centrale da pilastri con archi a tutto sesto, su questi pilastri sono stati rinvenute delle nicchie, uguali tra loro, forse destinate a contenere dei reliquari in legno policromo, raffiguranti santi a mezzo busto che sono ancora conservati nella chiesa. Due di queste nicchie hanno rivelato la presenza di pilastri più antichi e di minori dimensioni, più bassi degli attuali, con capitello tronco piramidale rovesciato certamente anteriore al XIV secolo. La navata laterale è del XVII secolo, a quattro campati divise da archi a sesto ribassato e coperte da volte a crociera con lunettoni. Sulla parete sinistra vi sono quattro altari in stucco.

Tra le opere conservate nella chiesa vanno segnalate la "Madonna delle Grazie con San Francesco d'Assisi e San Patrizio", un olio su tela di cm. 230x208, attribuito al lucano Antonio Stabile, documentato dal 1569 al 1584, reca l'iscrizione "Sante Maria Mater Gracie 1582 Sante Francisce, Sante Patrice". Questa sacra conversazione è inquadrata e caratterizzata da un paesaggio ispirato a canoni veneti attraverso una mediazione tardo manieristica napoletana. La Madonna regge il Bambino in braccio ed è piegata dolcemente verso San Giovanni bambino che ha un ramoscello di pero. Ai lati del trono sono i Santi Francesco d'Assisi e Patrizio, del quale se ne venerava una reliquia nella stessa chiesa nel '500, la bottega dello Stabile che produsse l'opera aveva, nel maestro una delle maggiori personalità della pittura lucana del XVI secolo.

Una tempera su tavola centinaia con "l'apparizione della Vergine ai Santi Francesco e Rocco" è di cm. 263x204. Al centro dell'opera in una lieve mandorla di nubi è la figura della Vergine con i canoni iconografici dell'Immacolata. Ai lati della nube sono i santi Francesco e Rocco che inginocchiati hanno gli attributi iconografici propri bene in vista, mentre dalla coltre di nubi nella zona superiore appare il Padre Eterno. La tavola attribuita ad Antonio Stabile, presenta chiarezza d'impianto compositivo, calibrato equilibrio e qualità d'esecuzione che la fanno ritenere proprio opera del maestro che, tra l'altro, è l'unico dei fratelli Stabile ricordato dallo storico napoletano B. De Dominici.

Una terza opera è l'olio su tela con l' "Adorazione dei Pastori" di cm. 275x222 opera di Onofrio Palumbo, documentato nella prima metà del XVII secolo. L'opera presenta un moderato naturalismo con l'impianto compositivo ricollegabile allo Spagnoletto o alla sua cerchia. Un gruppo di cherubini è in volo sulla parte alta a sinistra, i pastori inginocchiati sono anche a sinistra mentre a destra è posto il gruppo della Vergine con il Bambino e San Giuseppe. Nell'opera, come nelle altre note, l'artista fonde gli elementi di una formazione naturalistica di partenza con l'indirizzo accademizzante filobolognese del quarto decennio del XVII secolo.

da www.comune.potenza.it

Matera

La Madonna delle Virtù è un chiesa rupestre ed è contigua al convento di S. Nicola dei Greci, un grosso complesso su due piani di grandi grotte interamente affrescate ed attualmente usato per concerti e mostre.
La chiesa di San Giovanni Battista, 1204, è una costruzione in stile romanico-pugliese, rimaneggiata nel XVIII secolo, non ha facciata perché è incorporata in un antico convento. Ha un fianco ad arcate risalenti alla costruzione e un portale scolpito a più cornici. L’interno è ben conservato e presenta elementi di influenza orientale, gotica e borgognona.
San Pietro Caveoso, invece, è stata eretta nel 1656 sull’orlo di un baratro.
San Francesco, del 1670 circa, è rifatta in stile barocco ed eretta su quella ipogea dei santi Pietro e Paolo risalente al 1000. La vecchia chiesa sotterranea si può raggiungere attraverso una botola posta in una delle cappelle laterali. Usata nel 1400 come sepolcreto, è formata da due cappelle ed ha le pareti affrescate. La scalinata che precede la nuova chiesa è moderna, all’interno conserva pannelli di un polittico del Vivarini.
Santa Chiara è del XVII secolo, in stile tardo manierista, il convento dedicato alla santa ospita ora il Museo nazionale Ridola, mentre il seminario è trasformato nel liceo classico in cui, all’inizio della carriera, insegnò Giovanni Pascoli che ne conservò sempre cara memoria, e l’ex convento delle domenicane è ora il palazzo di Giustizia.
La chiesa della Mater Domini, che affaccia su Piazza Vittorio Veneto, è stata costruita nel 1700 sul luogo dell’antico monastero dello Spirito Santo. Apparteneva ai Cavalieri di Malta, è caratterizzata da un campaniletto con bugne a punta di diamante nella parte inferiore e ornato da un loggiato. In alto spicca la croce dell’ordine di Malta. Sull’altare è posta un’Annunciazione di pietra policroma del XIV secolo che si trovava nella chiesa ipogea del precedente monastero.
Sulla stessa piazza, dal lato opposto c’è la chiesa di san Domenico che dell’originale costruzione romanica, 1200, conserva la parte superiore della facciata.
Interessanti sono anche le chiese della Madonna della Palomba, 1300, di santa Lucia, del Purgatorio, di sant’Agostino che presenta una scenografica facciata ricostruita nel 1750, del Carmelo.
Particolare il Convicinio di sant’Antonio, quattro chiese che formano i lati di un cortile e che alla fine del ‘700 furono trasformate in cantine.

fonte: www.arcobaleno.net

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