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Basilicata

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Itinerari storici - artistici della regione Basilicata

profilo storico artistico della Basilicata

ha vissuto alti momenti artistici fin dalla comparsa dell'uomo sul suo territorio

Un viaggio senza dubbio affascinante è quello attraverso il passato storico-artistico della Basilicata. Qui più che altrove, la storia spiega l'arte e l'arte racconta la storia della regione. Contesa tra Oriente e Occidente, ha vissuto alti momenti artistici fin dalla comparsa dell'uomo sul suo territorio. Devastazioni o ruberie, frane, terremoti o l'oblio sono i tributi che il patrimonio artistico lucano ha pagato alla storia e che non consentono un'analisi organica. Un patrimonio prezioso quanto vario, lontano dagli abituali canoni stilistici, ha da sempre attinto dall'artigianale artistico che ha fatto propria ogni corrente o cultura con cui sia venuto in contatto. Il materiale ceramico raccolto nei musei della regione rivela una grande tradizione nella lavorazione dell'argilla di cui la regione è ricca; si pensi alla cultura neolitica di serra d'Alto con ceramica graffita e dipinta con spirali, triangoli o losanghe a campitura piena di colore bruno, o allo splendore delle colonie greche, dotate di fornaci proprie e scuole di decorazione con i pittori di Pisticci e di Policoro. Si pensi ancora al periodo romano con i mosaici dei pavimenti o il meraviglioso sarcofago di Rapolla del II sec. a.C. che può essere eletto a simbolo del fenomeno di arte importata, in quanto proveniente dall'Asia Minore. Il fenomeno dell'arte importata divenne poi tipico in epoca feudale e continuò nel '600. Della dominazione gotica oggi resta l'antica Pietra Pagana (Pescopagano), dove sono stati rinvenuti idoli e iscrizioni dedicate al dio Silvano. Poi nuovi impulsi culturali si sono avuti grazie al diffondersi del monachesimo greco-orientale fin dal VII sec. e nel corso di tutto il Medioevo, periodo in cui arrivano in Lucania monaci che seguono la regola di S. Basilio. In fuga dalle persecuzioni Iconoclaste e dal dilagare delle popolazioni arabe, animati dal bisogno di vita contemplativa, costruiscono numerosi eremi, laure e cenobi soprattutto sulla Murgia di Matera e all'interno della stessa città. L'architettura scolpita in negativo e la pittura parietale a fresco influiscono non poco sulle vicende artistiche del Materano, in cui vi è la più alta concentrazione di chiese rupestri (155 a oggi accertate), del Pollino, della valle dell'Agri e del Sinni, dove ancora rimangono i ruderi affrescati del monastero di S. Angelo al monte Raparo fondato da S. Vitale. E dagli affreschi della Cripta del Peccato Originale a Matera che si è soliti fare iniziare la storia dell'arte in Basilicata. Con il Medioevo normanno-svevo si hanno imponenti opere di fortificazione soprattutto in Basilicata. Conti e baroni ampliano fortilizi longobardi e bizantini preesistenti o edificano nuove roccaforti e castelli: fondamentali sono quelli federiciani di Melfi, Lagopesole e Palazzo S. Gervasio. Anche in ambito religioso si hanno segni tangibili di vivacità artistica. Sorgono i nuovi insediamenti benedettini e nuovi artisti sono chiamati a dirigerli e decorarli: Sarolo da Muro, Melchiorre da Montalbano, Noslo di Remerio, Mele da Stigliano. Ascrivibili al romanico, con influssi di diverse regioni italiane nonché di gotico cluniacense, sono: l'abbazia della SS. Trinità di Venosa, la Cattedrale di Acerenza, il campanile della Cattedrale di Melfi, S. Maria di Anglona, la Cattedrale di Matera e quella di Rapolla, il santuario di S. Maria di Pierno, l'abbazia di S. Michele Arcangelo a Montescaglioso, S. Michele a Potenza, la chiesetta di S. Maria delle Grazie in Capodigiano a Muro Lucano, S. Giovanni Battista e S. Domenico a Matera e il Duomo di Atella. Appartengono all'Età angioina gli affreschi della Trinità di Venosa e delle chiese rupestri di S. Maria della Valle a Matera, di S. Antuono a Oppido Lucano, di S. Lucia a Rapolla e di S. Margherita a Melfi. Si continua a dipingere nelle chiese rupestri, ma la diffusione, verso la fine del XIII sec., dei francescani e degli affreschi delle loro chiese rappresenta una vena innovativa nella pittura lucana (cripta di S. Francesco a Irsina). Alla crisi del Regno di Napoli fa riscontro solo un'alta pressione fiscale e il territorio è frazionato in piccoli stati nelle mani di feudatari che edificano castelli e ne riadattano di preesistenti: imponenti quelli di Melfi, Miglionico, Valsinni, Episcopia. Oggi torri superstiti sono a S. Mauro Forte e a Picerno, ma belli anche sono i castelli di Moliterno, Brienza, Cancellara e Lavello. Alcuni sono diroccati, altri sono ridotti a semplici ruderi, eppure costituiscono, insieme a interi centri abbandonati come Craco, ambienti ruderali che segnano il paesaggio conferendogli un'atmosfera ricca di memoria. Con gli Aragonesi si ha un'ulteriore fortificazione che riguarda le coste del Tirreno e dello Ionio. Di epoca aragonese sono i castelli di Venosa, Matera e Bernalda. Nella scultura si hanno i pregevoli portali durazzeschi di S. Francesco a Potenza e di S. Antonio a Tricarico, o di reminiscenze catalane a cui accenna il bel portale del convento dei Minori Osservanti di Rivello. È nella Cattedrale di Matera con il Presepe in pietra di Altobello Persie (1534) e con la cappella dell'Annunciazione del figlio Giulio, anche essa in pietra, che si affermano il '500 e l'eco rinascimentale adriatica. Importanti accenni al Rinascimento sono nell'abbazia di S. Michele Arcangelo a Montescaglioso o nei pilastri affrescati di S. Donato a Ripacandida. Acquista vigore il fenomeno dell'arte importata e di imitazione: rappresentativo è il Polittico di Cima da Conegliano conservato nella chiesa di S. Francesco a Miglionico. Emergono anche pittori locali come Giovanni de Gregorio detto il Pietrafesa, Carlo Sellitto, Pier Antonio Ferro e i fratelli Antonio e Costantino Costabille. Il monastero di S. Maria di Orsoleo accoglie nel chiostro gli affreschi di Giovanni Todisco di Abriola, il protagonista del '500 lucano che affresca anche la rinascimentale cripta Ferrillo della Cattedrale di Acerenza. Una nuova generazione di feudatari edifica nuove residenze: Palazzo Pignatelli a Marsico Nuovo e Palazzo Ducale a Tricarico sono solo degli esempi. Al Barocco lucano si deve un risveglio culturale esteso non solo ai nuovi signori, vista la diffusione di sontuosi portali. A Matera Palazzo Lanfranchi è il polo di espansione urbanistica a cui fanno riscontro la chiesa del Purgatorio ed il convento delle Clarisse di S. Chiara e ancora S. Francesco d'Assisi e il Palazzo del Sedile, oggi sede del Conservatorio. Una sintesi artistica dal Medioevo all'800 è rappresentata dalle masserie fortificate: sorte su insediamenti monastici o presso stazioni di transumanza; tra le numerose si ricordano la masseria castello di S. Basilio a Pisticci e la masseria Palazzo di Scanzano Ionico. A discutibili opere o rifacimenti di età contemporanea si alternano opere di rilievo come la chiesa del Borgo rurale La Martella di Ludovico Quaroni. Importanti artisti contemporanei sono Joseph Stella, Luigi Guerricchio, Mauro Masi, ma anche tanti altri.

da www.aptbasilicata.it

Archeologia in Basilicata

La Grotta dei Pipistrelli ed altro


Paleolitico inferiore presso Venosa, dove uno studio stratigrafico ha evidenziato, tra i resti di rinoceronti, orsi, cervi, elefanti, bovidi ed equidi, industrie liti-che del tipo clactoniano evoluto del tipo di Venosa. Altre testimonianze del Paleolitico inferiore sono sparse in tutta la Basilicata: numerosi i bifacciali della Valle del Gradano e della Grotta dei Pipistrelli presso Matera, quelli delle Valli di Vitalba e di Atella e ancora presso Accettura,

La Grotta dei Pipistrelli e quelle di Fiumicello lungo la costa tirrenica hanno fornito tracce del Paleolitico medio presenti anche nel Metapontino. Industrie litiche del Paleolitico superiore sono presenti nella Grotta Funeraria e in quella dei Pipistrelli a Matera, nonché lungo il Gradano e negli stessi dintorni di Matera, con ciottoli incisi a motivi geometrici. Si tratta di preistoria recente quando i neandertaliani si sono estinti (35 000 anni fa) e dal Medio Oriente arriva in Europa l'uomo di Cro-Magnon che aggiunge alla cultura materiale del tagliare la pietra quella dell'espressione artistica, come nel caso della grotta di Tuppo Li Sassi a Filiano.
Qui, nel 1965, fu individuato un riparo sotto roccia con industrie mesolitiche e importanti pitture rupestri raffiguranti scene di cattura o semplici cervi tra la vegetazione in stretta analogia con quelle iberiche. Dopo le glaciazioni le condizioni climatiche più stabili rendono favorevole una organizzazione collettiva basata sull'allevamento e sull'agricoltura. Ed è nel Neolitico che nascono la tessitura e la ceramica, soprattutto quest'ultima nelle forme di Matera/Capri, ceramica dipinta a 2 o 3 colori, e in quelle più note di serra d'Alto, incisa a crudo, punzonata e dipinta finemente con bande a spirale.
Sebbene le grotte continuino a essere abitate, è proprio nel Neolitico che si ha il massimo sviluppo dei villaggi trincerati a serra d'Alto, Tirlecchia, Murgecchia e Murgia Timone sulla Murgia materana, nel Melfese a Rendina. Sono insediamenti di capanne protette da profondi fossati, scavati nella roccia e prossimi a sorgenti d'acqua; altri insediamenti neolitici sono a Toppo d'Aguzzo, Gaudiano di Lavello e nel Metapontino. Con l'Eneolitico che presenta riscontri di civiltà del Gaudo nella Grotta di Latronico e le nuove tecniche metallurgiche di gruppi egeo-anatolici, la regione assume quel ruolo di incontro/scontro tra culture che si perpetuerà in epoca storica, mentre è certa la frequentazione minoico-micenea lungo la costa ionica che la leggenda vuole come terra di approdo di eroi della saga troiana. La civiltà appenninica nell'Età del Bronzo è caratterizzata oltre che dall'agricoltura dalla pastorizia transumante; la regione presenta due aree culturali distinte secondo i rituali funerari di inumazione supina (sepolture di Aliano e Chiaromonte) o rannicchiata (necropoli di Incoronata di Pisticci e S. Maria di Anglona). Al tardo Bronzo risalgono i ritrovamenti di Timmari relativi a campi di urne cinerarie tipici di una cultura protovillanoviana più nota al centronord dell'Italia. L'Età del Ferro in Basilicata sembra sia segnata dall'arrivo di nuove popolazioni, i Liky che, nel 1300-1200 a.C., muovono dalle regioni anatoliche e si stanziano a sud dell'Ofanto, tra il Bradano e il Basente. È infatti questo il momento in cui si assiste alla formazione di veri centri abitati su alture a dominio delle valli come sul monte Torretta di Pietragalla, sul monte Croccia o a serra di Vaglio. Si determina un'organizzazione di tipo democratico costituita da liberi individui dediti all'artigianale, all'allevamento, all'agricoltura, che dividono equamente la terra e la difesa della comunità; non c'è divario sociale e in caso di guerra il Basileus è il capo politico-militare delle tribù federate. Frattanto lungo le coste i primi contatti di esploratori, mercanti o artigiani minoico-micenei con le popolazioni autoctone (Enotri, Choni, Morgeti, Itali o Siculi) preparavano la colonizzazione massiccia che si sarebbe avuta a partire dalI'VIII secolo a.C. Presso le foci dei fiumi e nella pianura fertile i Greci fondarono le poleis coloniali della raffinata civiltà della Magna Grecia. Spiccano per prestigio le colonie di Metaponto, Siris, Heraclea e Pandosia: ricca e fiorente la loro economia agricola a prevalenza di frumento, tanto che la spiga è sulla moneta di Metaponto. La capacità di organizzazione delle attività agricole è testimoniata dalle Tavole di Heraclea oggi al Museo archeologico nazionale di Napoli. L'importanza dei reperti custoditi nei musei di Metaponto e Policoro è confermata dai relativi Parchi Archeologici. Ancora si stagliano, nell'azzurro del cielo di Metaponto, le quindici colonne superstiti dell'antico tempio di Mera a guardia sul Bradano, mentre si distinguono, oltre l'impianto urbano, l'area sacra ad Apollo Licio e la cavea del Teatro. A Policoro, sulla collina, oltre il palazzo Baronale, doveva sorgere Siris che, distrutta dalla coalizione achea di Metaponto, Crotone e Sibari, vide la nascita di Heraclea (433 a.C.), che oggi si presenta con isolati regolari. Recipienti e tracce di canalizzazione delle acque distinguono il quartiere artigianale con le fornaci da quello residenziale. Il fenomeno di ellenizzazione dei centri interni della Lucania avviene lungo le naturali vie d'acqua: Bradano, Basente, Gavone, Agri e Sinni. Molti centri dominano le valli, ma sopra tutti vanno citati Melfi quale punto di incontro delle civiltà daune ed enotrie (candelabro di Melfi) e più ancora serra di Vaglio, acropoli in posizione strategica lungo le valli di Basente, Ofanto, Sele tra lo Ionio e il Tirreno. La sua importanza è confermata dalla presenza del vicino Santuario Italico dedicato alla dea Mephitis (IV sec. a.C.) rinvenuto a Macchia di Possano. Sul monte Moltone di Tolve si trovano i resti della più antica villa rustica finora scoperta in Basilicata: di periodo ellenistico (IV-III sec. a.C.), ha l'impianto a corte centrale diffuso nel Mediterraneo e presso i Romani. L'assetto di questi centri ellenizzati è sconvolto dall'arrivo degli Osco-Sanniti di ceppo Sabellico, popoli guerrieri alla ricerca di pascoli e terre fertili che avanzano dove minore è l'influenza politica culturale e militare degli stati italioti. La nuova entità territoriale che si determina dal Sele al Lao, sul Tirreno, e dal Grati al Bradano, sullo Ionio, è denominata Lucania e la sua pressione sulle colonie, logorate da contrasti interni, non sarà da queste adeguatamente contrastata. Un popolo fiero che costituirà un problema anche per i Romani sia durante le guerre San-nitiche e Puniche che con la guerra Sociale. All'inizio del III sec. a.C. i Romani fondano le colonie di Venusia e Grumentum: la via Herculia le collega alla Popilia e all'Appia. I centri delle aree interne si spopolano, Metaponto ed Heraclea si riducono rispettivamente a un castrum e a un piccolo abitato. I Romani impongono il latifondo che determinerà un territorio punteggiato da tante ville rustiche con evidenti tracce nella toponomastica della Basilicata. Nota è quella di Malvaccaro a Potenza con splendidi mosaici restaurati di recente. Dell'antica Venusia si possono ancora ammirare l'Anfiteatro, le Terme e la cosiddetta Casa di Grazio nell'attuale centro storico di Venosa. Nel Parco Archeologico di Grumento sono conservati il Teatro, una Domus con mosaico e uno dei più antichi anfiteatri romani in Italia. La costa di Maratea conobbe un'intensa frequentazione soprattutto in epoca romana, come documentano i ritrovamenti di Civita di Pivello, Fiumara di Castrocucco, Capo la Secca e Santavenere, stimolati dai risultati ottenuti dalle ricerche subacquee. Presso Castrocucco e l'isolotto di Santo lanni sono state rinvenute una quantità di anfore da trasporto, di ancore, due villae maritimae e vasche in cocciopesto per la produzione di garum.

da www.aptbasilicata.it

Potenza: Passeggiando per il centro antico tra chiese e palazzi

Trekking Urbano, ovvero come rivalutare i percorsi a piedi in città. Camminare fino all'ufficio, camminare fino alla scuola, parlare con gli amici e camminare nel tempo libero, camminare per scoprire il fascino ed i segreti di altre città. Comunque camminare; camminare perché una vita sedentaria porta all'obesità, al diabete, all'ansia; camminare perché è di tendenza. Camminare perché camminando il turismo è un'avventura.
Il Trekking Urbano è la ricetta scelta da 14 sindaci italiani per migliorare lo stile di vita dei cittadini. Il primo passo è la giornata nazionale delle passeggiate in città fissata per il 3 ottobre. Ancona, Aosta, Arezzo, Ascoli Piceno, Brescia, Bolzano, Lucca, Massa, Perugia, Potenza, Roma, Salerno, Urbino e naturalmente Siena, organizzeranno percorsi di trekking con l'accompagnamento di guide turistiche e la distribuzione di depliants.
La visita di luoghi, per l'occasione aperti al pubblico, sarà accompagnata dall'assaggio di cibi tipici ed i percorsi a piedi varieranno da 2 a 8 chilometri. Sarà distribuito il depliant nazionale, sponsorizzato dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena, con i percorsi delle quattordici città partecipanti, indicazioni sui luoghi da visitare e sulle specialità gastronomiche.
Nato nel 2002 a Siena come strumento di sostenibilità turistica, il Trekking Urbano serve anche ad indirizzare i turisti verso esperienze lente e partecipate delle città che visitano. Camminare nei centri storici, che sono nati per uomini che andavano a piedi, dà l'opportunità di capirli meglio, di uscire dai luoghi più famosi e scoprire gli artigiani, le trattorie, i mercati dove sopravvivono le tradizioni più antiche. Il Trekking Urbano permette anche di fare "cacce al tesoro" culturali, dove panorami ed opere d'arte, godute in solitudine, fanno scoprire, capire ed assaporare l'esperienza di viaggio con emozioni molto più intense.
Il futuro del Trekking Urbano è negli itinerari stabili muniti di air check - semafori ambientali che segnalano l'inquinamento come quelli sperimentati a Siena da ACI Consult. Il piano che ha in mente l'inventore del Trekking Urbano - Donatella Cinelli Colombini, Assessore al Turismo di Siena, - prevede di ripetere ogni anno la Giornata del Trekking Urbano, unendo le città che vi partecipano in un network con regole comuni sul monitoraggio e sulla purificazione dell'aria. Un sogno ad occhi aperti che riguarda l'incremento dei parchi urbani e degli itinerari pedonali.
Potenza propone un chilometro e mezzo di passeggiata tra monumenti, chiese e palazzi storici, con soste gastronomiche dove poter gustare i piatti tipici locali.

da www.comune.potenza.it

Potenza: Ponte San Vito

anticamente chiamato S. Aronzio e S. Orazio

La via Erculea compiva il tracciato Venosa, Potenza, Grumentum, Policoro ed Eraclea e fu realizzata durante l'impero di Diocleziano, il nome le deriva da Massimiliano Erculeo, il quale gestiva con l'imperatore l'Italia Meridionale.
La data di costruzione del ponte è da porre tra il 248 a.c., anno dell'avvento di Diocleziano, ed il 305 a.c., quando finì il regno dello stesso.
Dell'antica struttura del ponte sono rimasti i soli piloni perchè tutta la parte superiore porta i segni di vari interventi di restauro in epoca medioevale e nelle successive, tra le quali è da notare l'abbreviazione degli archi per ottenere una maggiore robustezza.
Il ponte è a tre luci; a pianta rettilinea, su due piloni centrali, fondati nell'alveo del fiume con spallette terminali. Sulle pile si sviluppano tre cerchi a tutto sesto di luci variabili che, impostati alla stessa altezza, riducono progressivamente determinando la pendenza del piano stradale. I piloni, legati tra loro con grappe di ferro, sono costituiti da grandi blocchi di notevole spessore che sopportano la spinta delle acque con speroni triangolari a monte e semicilindrici a valle.
L'incerta struttura lapidea della zona superiore denuncia la scadente qualità costruttiva che stride con i pregevoli elementi basamentali.
La larghezza massima del ponte è di circa tre metri, lo spessore dei parapetti riduce la carreggiata a circa due metri.
Per quanto detto sopra il ponte S. Vito anticamente chiamato S. Aronzio e S. Orazio, dovrebbe essere parte integrante dell'antico percorso della via Erculea che, nell'attraversamento della Lucania toccava anche la città di Potenza.

da www.comune.potenza.it

Potenza: Porta San Gerardo

Vico 78 San Gerardo

Il toponimo denomina l'intero vicolo che dal largo Duomo raggiunge la strada extramurale San Gerardo fiancheggiante la Cattedrale, dedicata al Patrono della Città San Gerardo, il Seminario e la Mensa Vescovile. Il catasto, infatti, censisce in questo vicolo, oltre a 20 case, 10 sottani e 2 cantine, la chiesa con sacrestia, la camera dei sacramenti di membri 3, l'abitazione degli alunni di membri 20, camerone di membri 1 e la Mensa Vescovile di membri 28. San Gerardo della Porta, da Piacenza, è stato vescovo di Potenza per 8 anni a datare dal 1111. Soltanto a seguito di lavori di consolidamento e restauro, sui quali si sofferma ampiamente Messina, è stato possibile scoprire alcuni mosaici di particolare interesse storico-artistico, che, tra l'altro, hanno consentito di accertare l'edificazione del Duomo sulle preesistenze di una basilica paleocristiana del IV secolo d.C., il che lascia presupporre la presenza di un insediamento antropico sull'area circostante la chiesa.

da www.comune.potenza.it


Potenza: Porta San Giovanni

Ubicazione attuale: via Caserma Basilicata

La "porta" prende il nome dalla Chiesa di San Giovanni Battista, che i coniugi Roberto e Palma edificarono nell'anno 1186, con molta spesa, per essere tutta di marmo, che è fuori la Porta della Città nella strada, che si và a' Reformati; fu per l'addietro Ospidale, al presente è Commenda di Malta, ed oggi 1758 non se ne vede vestigio alcuno. Il tutto si fà risalire all'iscrizione scolpita su una pietra recuperata dall'antica chiesa e murata nel Convento di San Francesco. Sulla data di fondazione della chiesa di San Giovanni si riscontrano discordanze tra i cronisti: Viggiano, che ha presente Ughello, porta la data del 1080; Rendina, che è l'origine della notizia fornita all'Ughello, nella trascrizione del Picernese annota l'anno 1186; Tripepi e Pedio riportano come anno di fondazione 1180. Si ha conferma dell'esistenza dell'ospedale di San Giovanni di Potenza in un atto del 1253 e in atto notarile del 1326. L'ospedale, già accertato come appartenente ai Gerosolomitani, dal 1424 si trova, probabilmente come commenda, intitolato, per oltre 150 anni, a Santo Spirito de Saxso, che deve intendersi Santo Spirito in Sassio de Urbe come riportato nella visita del Carrafa del 1571. Alla fine del '500, un Ospedale col nome della SS. Annunziata servito da cosi detti Benfratelli (Fatebenefratelli), istituito dal Comune... fa le veci di altr'Ospedale, che aveva il nome di S. Giovanni... e che ora non è più. Il catasto provvisorio, quando l'opera pia, per effetto delle leggi eversive murattiane, non esisteva più, censisce nel vicolo 9 abitazioni, 4 cantine, 1 stalla, 1 bottega e la locanda di Gaetano Scolletta, alias Spolidoro. La massiccia porta, unico accesso "quasi" carrabile dal lato settentrionale delle mura, ha restituito ai tanti terremoti che hanno interessato il territorio potentino, però, dopo quello del 1826, la relazione tecnina annota: il piè dritto del vano arcato è molto rovinoso ed in conseguenza in tale stato trovasi la volta che poggia sul medesimo.


da www.comune.potenza.it

Potenza: Porta San Luca

Ubicazione attuale: via e rampa Manhes

Il toponimo deriva dall'antica "porta" (tav. VI, B) di accesso alla città dal versante sud-orientale, adiacente al convento delle Chiariste di San Luca. Trattasi dell'inizio della strada, denominata a volta "dei mulini", a volta "del correzionale o delle prigioni", che dalla città porta alla Chiesa di San Rocco e, quindi, nella piana del Basento ove erano ubicati i mulini. Nel catasto provvisorio sono censiti nel vico 4 case, 4 sottani, 3 botteghe e la Cappella di Santa Croce, la quale, pochi anni più tardi, con le casette di Giacinto Giuliani e Matteo Iorio viene demolita per la costruzione del Carcere. Nell'elenco di classificazione delle strade comunali il vicolo è riportato per la lunghezza di m. 80, pari alla distanza dalla porta al carcere. Il Convento di San Luca, dal 1862 Quartiere Militare e tuttora Caserma dei Carabinieri a sorvegliare il centro storico e le vastissime aree edificatorie che degradano verso il fiume, è noto dal 1253, come riportato in una pergamena della Cattedrale. Dopo il 1445 confluiscono in questo convento le consorelle Benedettine del Monastero di San Lazzaro, presente in città sin dal 1252. A causa dei "costumi rilassati" su segnalazione del vescovo Vassallo, il monastero, nel 1466, viene affidato alle Clarisse nella persona di suor Sveva de' Ginefra da Tricarico. Di parere diverso appare Viggiano, che, con riferimento alla Bolla di Clemente VII del 1531, ritiene il passaggio dalle Benedettine alla Clarisse successivo a tale data e, comunque, anteriore al 1534 riportata da p. Gonzaga. L'edificio adibito a monastero si ritrova sin dal XV secolo, tanto che il chiostro è annotato come "minacciante rovina". La posizione economica del "Venerabile Monisterio delle Monache di Santa Chiara sotto il titolo di San Luca" appare di notevole rilevanza alla metà del secolo XVIII, tanto che è tassato, sul reddito rilevato di oncia 9.480 circa, per 26 appezzamenti di terreni distribuiti sull'intero territorio di Potenza e tra i quali si individuano le tre grandi tenute di Pallareta, della Macchia e di Varco Izzo; il mulino alla contrada Isca del Ponte sul Basento vicino al ponte San Vito; case, cellari e cantine affittate in città; animali "di corpo, di frutto e per servizio, così del Monisterio come della Masseria"; censi in "grano" perpetui, censi redimibili e perpetui e "Istrumentarj al 5%" per 3.650 oncia e, soltanto 65 oncia di "pesi a dedursi". Con il catasto provvisorio sono meglio specificate le proprietà, ancora intestate al monastero nonostante l'eversione murattiana. I terreni sono accatastati per il totale di 3096 tomoli, fra i quali i tre grandi appezzamenti presentano la seguente estensione: in contrada Madama Laura (Pallareta) t. 862, alla Macchia t. 825, a Varco d'Izzo t. 521. Oltre al citato "molino ad acqua", nella città sono censiti, di proprietà del convento, 55 case, 22 sottani, 2 cantine, 10 stalle, 13 botteghe e il forno.
NOTA: Da quando il monastero è stato adibito ad uso militare ed interdetto all'accesso, è impossibile ogni analisi della struttura edilizia, che, in aggiunta alla scomparsa dell'antico archivio, non consente approfondimenti ulteriori per la conoscenza di questa presenza cittadina.


da www.comune.potenza.it


Potenza: Portasalza

Il toponimo deriva dall'antico nome del casale, costruito a margine dell'abitato e da questo separato dal fossato e dallomonima porta. Non si può dar fede alla rappresentazione iconografica che Cassiano da Silva o Pacichelli danno della città di Potenza per individuare e rappresentare l'antica porta cittadina (tav. I E), che fino alla sua demolizione ha significato l'unico ingresso carrabile controllato all'urbanizzato. La forma architettonica dell'ingresso non è documentata neppure dalla descrizione dell'entrata in città di don Alfonso de Guevara, 24.6.1578, che il cancelliere dell'Università annota nel Verbale, conservato nel Registro relativo al triennio 1578-1580, in cui si legge che "l'Illustrissimo Possessore Conte sopra lo ponte di detta Porta, il quale fu fatto per la Città tutto di taffità di vari e diversi colori". Questo conferma soltanto che il ponte levatoio ed il fossato costituivano l'unica struttura di accesso, imboccandosi direttamente la via più centrale dell'abitato. Sull'importanza della porta e sull'esatta ubicazione della stessa non vi sono incertezze dopo la lettura della "relazione Marchi", che porta alla compilazione della "prima" toponomastica ufficiale di Potenza: "più non esiste quella (porta) di Portasalza, che pure era la principale per l'accesso alla Città, preceduta da un fossato ed avente il ponte levatoio, dappoichè venne abbattuta, per disposizione del decurionato cittadino del 2.10.1817, stante l'ingrandimento della Città disposto con altra precedente decisione dello stesso decurionato del 16.1.1816. Così il borgo o rione di Portasalza, sorto al di fuori della porta, venne aggregato alla Città. La detta porta cittadina esisteva per lo appunto al principio della Strada Pretoria, e propriamente nell'attuale crocevia costituito dalle due vie laterali presso cui finisce la salita di Portasalza". Si argomenta che all'inizio del secolo scorso il complesso edilizio nel quale è inserita la "porta" mostra i segni di una avanzata vetustà, per cui diventa necessario l'adozione del provvedimento di demolizione del 18.8.1818: "dopo aver rilevato che le 5 casette le quali sostengono la così detta Portasalza hanno le soffitte e i muri all'intutto diruti e cadenti... ma soprattutto la casetta di detto Pomponio nonchè la stessa Portasalza necessariamente devono essere demolite per evitare il pericolo... decide di doversi abbattere con somma urgenza tali immobili e quindi ricostruirsi". I lavori sono affidati agli appaltatori G. Lanzara e L. Conforti e consistono nell'abbattimento "degli antichi muri sfrabbricati delle case che attaccavano con Porta si Alza per essersi in quel sito allargata la strada". Vengono abbattuti gli "antichi pilastri di Porta Salza"; la casa di Giovanni Pomponio, posta sull'arco della Porta non può essere ricostruita, mentre quelle di Rocco Masi, Silvestro Brienza e Rocco Manta saranno parzialmente riedificate; tali lavori terminano il 30.12.1818. La prioprietà delle nuove case, nel giro di pochi decenni, cambia spesso: alla metà dell'800, sul lato destro di via Pretoria i proprietari sono Arcangela Marsico, Pasquale Cortese, Saverio Ricotti e Francesco Manta; sul lato sinistro gli eredi di Vincenzo Scolletta, Vito Di Tolla e Rocco Masi. Qualche anno più tardi saranno costruiti 2 soli palazzi: a destra la proprietà Angrisani-Petruccelli, a sinistra la proprietà Tufaroli, poi Morlino. L'esistenza del casale, ipotizzata per la Potentia romana, è accertata in pieno medioevo: la presenza della cappella di San Giacomo è documentata sin dal 1206, anteriore a quella di Santa Lucia; questa, pur rappresentando una datazione certa, non può essere considerato il limite temporale più antico per datare l'insediamento antropico del sito. La mancanza di documentazione certa per alcuni secoli della storia potentina non fa dimenticare che l'esistenza di queste cappelle, quasi rurali al margine dell'abitato, è la manifestazione dell'esigenza pastorale della chiesa di San Michele, che governa buona parte della vita cittadina, tant'è, che, quando la struttura ecclesiastica ha annotato i suoi rapporti col il mondo contadino circostante, l'archivio ha restituito gli atti sui quali è stato possibile documentare la presenza antropica e lo sviluppo di questa parte della città. Intorno a queste strutture religiose si insediarono, sin dal medioevo, casupole e stalle di contadini, botteghe di artigiani e taverne e fondaci di mercanti forestieri, che scelsero questo sito per la posizioni geo-morfologica, per l'esposizione a mezzogiorno e per la vicinanza alla "porta dell'abitato", ove rifugiarsi in caso di pericolo. Della presenza antropica e della provenienza degli abitanti, all'inizio del XVI secolo, si ha conferma dall'elenco nominativo dei parrocchiani di San Michele residenti nel casale: francisco de cola viczarro. stiephano de diana, giurgia schavon, bernardino de livera, rado de radoboy, joanni rayana, lo fratello de tomasj, radogna de m.a, thomasi de rifrano, amarillo de refrano. In un altro documento, della metà del secolo si legge che il casale risulta diviso per "contrata": Sante Jacobj, sopto lo Puczangaro, lo manchoso. In questo documento mentre i terreni della Chiesa di San Michele sono divisi per contrade, le case e le botteghe di questa stessa proprietà, nel totale di 37, sono elencate insieme con quelle ubicate entro le mura. Da altri documenti è possibile individuare l'ubicazione di alcune costruzioni del casale ed enucleare le caratteristiche edilizie del costruito: franco di miliza tene una spatolaria nella strata de lo Lago et confina co S. Jacobo et lo monozare et l'horto di Jobat. Ferrera; paulo de vietro tene una casa tutta di ligname dreto Santa Lucia verso ponente; lucio de tricarico tene una vingna entro ortto justa la Tribuna di Sancto Jacobo; Jo. Tomashi Circiello tien un horto co la casa dentro detto horto allo Laco cò sue fini dove Sancta Lucia; Jo. Maria capilongo tien un horto cò la spatolaria justa la porta salza; Jo. Bat. Ferrera tene un'horto di ditta Chiesa juxta lo monnizzaro de la porta Salza... confinato co li carbonari; johabatta brixsciano tene una casa justa lo lavinaro. Nel 1569 si legge che il Capitolo tiene alcune case "vacue", tutte di "ligname", vicino a Santa Lucia: pitrillo de pitrillo justa la sopra ditta puro de lingnama. All'inizio del XVIII secolo si verifica un certo incremento demografico e quindi nuovi insediamenti abitativi nel casale, denominato, ormai, "borgo", regolarmente annotati nei registri di contabilità del Capitolo di San Michele, che elenca accuratamente le operazioni finanziarie, - censi, mutui, prestiti ai parrocchiani e ad altri cittadini -, per la costruzione di nuove case nel borgo: Luigi Brancaccio, nel 1721, chiede in prestito ducati 15 per costruirsi una "casa fuor Santa Lucia" ; qualche anno dopo Filippo Barbella e sorelle hanno "una casa di fabbrica nuova" e, nel 1733, Biase Brancaccio, Giuseppe Mangino e Domenico Di Bello, chiedono un prestito per le loro case "da finire"; nello stesso anno Francesco Antonio Laronzana ha una casa "di fabbrica nuova" e, così pure, Michelangelo Santarsiero nel 1759. I terreni, che, nei primi anni del secolo, Pietro Riviezzo e Giacomo Antonio Mancino tenevano infitto come orti e vigne, alla fine del secolo divengono i suoli per siti di case, nel luogo detto lo Lago avanti Santa Lucia e nello stesso anno Girolamo la Borragine costruisce una nuova casa incorporata alla taverna del signor Cortese. Già nel 1780 il Capitolo aveva avviato la cessione di suoli edificatori, "seu luoghi di case", come per esempio, a Giuseppe Santarsiero, a Gerardo Bilancia con Teresa Seferino, a Donato Riviello e Francesco Abruzzo, agli eredi di Petito Pergola. All'inizio del secolo scorso il borgo è quasi interamente edificato. Lo sviluppo della città, reso urgente e pressante dalla scelta di Potenza "novella capitale" della provincia di Basilicata, non si realizza con l'ampliamento del borgo, malgrado che per molti decenni si siano presi di mira i terreni demaniali di Montereale, ovvero nonostante, sin dal 1844, fosse stata decisa la costruzione di un sobborgo sul suolo del vicino demanio detto il Monte che il comune avrebbe fornito gratuitamente. Questa idea viene riproposta, ancor prima del terremoto del 1857, quando alcuni cittadini chiedono di acquistare terreni con la dispensa dalle subaste e la espressa condizione di edificarsi un casamento di non meno tre piani da compiere nel termine improrogabile di anni cinque, al lato destro della strada Montereale. Il catasto urbano provvisorio, sezione Domiciliaria, presenta il borgo diviso in otto vicoli innestati sulla strada Portasalza. Seppure non è agevole disegnare i contorni precisi di questa parte dell'abitato fuori delle mure, le indicazioni catastali consentono di individuare la consistenza immobiliare e l'ubicazione topografica dei diversi fabbricati. Nelle partite 2165-2189 sono censite le proprietà a mano sinistra dalla porta fino alla taverna di Cortese, consitenti in 13 case, 3 sottani, 1 stalla e 5 botteghe con l'ultimo fabbricato, la più grande taverna della città, che comprende 11 membri. La taverna è gestita da Luca Cortese, sposato a Celestina Canfora, con i fratelli Paolo e Ferdinando, sposato a Luigia Ricotta. Nelle partite 2190-2215 sono censite le proprietà, idem da basso verso sopra a mano sinistra, che iniziano con la fornace di Nicola Di Lorenzo, la taverna di Luigi Prisco, la cappella di Santa Lucia e consistenti in 10 case, 4 sottani, 1 stalla e 6 botteghe. I proprietari che posseggono la maggior consistenza immobiliare su questa strada sono don Nicola Addone, Michelangelo Cavallo, Gerardo Carbonara, Michelangelo Martorano e il Convento delle Monache di San Luca.


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Provincia di Potenza

Avigliano-Lagopesole
se il castello di Melfi è il più noto, Castel Lagopesole è il più bello, magico e misterioso ove aleggia ancora lo spirito del grande Federico II. È l'ultimo dei castelli edificati dall'Imperatore svevo, fra il 1242 e ili 250, quando morì. Andando da Potenza verso il Vulture appare e scompare alla vista alto e solitario su di una radura, splendido se illuminato dal sole.
La sua pianta rettangolare lo allontana però dall'esagono, figura classica adottata nel periodo di Federico II. È diviso in due parti, una raccolta intorno al cortile d'onore di rappresentanza; l'altra più legata ai fatti d'arme, il mastio al centro. Per la sua posizione, sulla strada per la Puglia, costituiva una sosta e un incremento alla caccia, grande passione del re. Probabilmente, esisteva già prima di Federico II, visto che qui si riconciliarono Papa Innocenze II con l'abate Rinaldo di Montecassino, presente l'Imperatore Lotario II di Sassonia, al tempo della guerra contro Buggero il Normanno.
Nel 1268 e nel 1294 vi soggiornò (e vi fece restauri) Carlo I d'Angiò. Nel 1416 passò alla famiglia Caracciolo, insieme a Melfi. Nel 1531 Carlo V lo donò ai Doria. È stato museo provvisorio dei reperti salvati dal terremoto e per più di un anno la sua mole rossiccia in bugnato calcareo ha ospitato nelle varie stanze quadri e sculture, arte popolare e aulica, che lo hanno reso una testimonianza fondamentale dell'anima e della storia lucane.

Brienza
l'abitato è dominato dai resti imponenti del castello angioino rifatto nel 1571. Oltre al mastio cilindrico vi è una semitorre circolare a metà della cortina muraria, con funzioni maggiormente difensive. Appare comunque piuttosto rovinato dopo il terremoto dell'80.

Genzano di Lucania
in paese vi è il castello settecentesco con primo impianto angioino, oggi sede del Municipio; nei dintorni, castello di Monteserico (542 m) ove i Bizantini furono sconfitti dai Normanni nel 1041. Fu ampliato dagli Svevi: si nota ancora l'architettura con volta a botte. Nei sotterranei grotte preistoriche, prime abitazioni dei monaci basiliani.

Lavello
il castello fu costruito in epoca sveva ma venne rifatto nel 1600. Oggi vi ha sede il Municipio e un piccolo Antiquarium civico.

Melfi
è senz'altro il castello più noto della regione. Eretto dai Normanni, venne ampliato dagli Svevi e dagli Angioini. Qui nel 1231 Federico di Svevia promulgò le Constitutiones Augustales del Regno di Sicilia. L'intervento angioino è caratterizzato dalla cortina esterna con torri quadrate e poligonali, opera di Riccardo da Foggia. Oggi si nota l'assenza di torri cilindriche e la forma della pianta (un quadrilatero irregolare) è stata condizionata dalla morfologia del terreno.
Nel secolo XVI passò ai Doria che lo trasformarono soprattutto nel corpo centrale. La parte scuderie, stallaggio e mortorio, angioina, immette alla Sala del Trono e al sottostante Salone degli Armigeri. Oggi vi ha sede il Museo nazionale del Melfese.

Moliterno
oltre ai notevoli resti del castello, molto vivace appare il centro antico che lo circonda. Il mastio all'interno delle mura è di epoca tardo longobarda; le due torri forse sono successive.

Muro Lucano
purtroppo dopo il terremoto dell'80, il castello resta soltanto un ricordo di pietre e di ruderi.

Oppido Lucano
anche qui consistenti resti di un castello a pianta irregolare inserito benissimo in un intrico di vicoli e angiporti.

Palazzo San Gervasio
il suo stesso nome ha origine dalla domus di caccia di Federico II. Il castello, appunto, è stato rimaneggiato ma vi si distingue il suo stile con due torrioni a punta quadrata, quattro bifore e una trifora-loggiato. Di fianco un palazzotto dello stesso periodo per le scuderie.

Pietragalla
come per Marsiconuovo nominiamo qui il Palazzo Ducale degli Acquaviva perché notevole. È del '400, restaurato nel 1700.

Senise
il castello è del XIII secolo e lo si nota dalle torri e dai merli. È stato però ristrutturato nel 1400.

Venosa
molto imponente e in ottimo stato il castello aragonese che introduce alla cittadina, a guardia di una piazza di interessante impianto urbanistico. Fu eretto nel 1470 da Pirro del Balzo che conservò i caratteri difensivi del periodo angioino. Ricorda molto Castelnuovo (o Maschio angioino) di Napoli. Nelle torri erano sistemate le prigioni di cui ci restano iscrizioni alle pareti. Circondato da un profondo fossato, ha anche un lungo ponte di accesso.


Provincia di Matera

Bernalda
il castello del 1470 appare un po' tozzo ma tipico di quell'epoca. A erigerlo fu Bernardino de Bernardo - fondatore del paese - segretario della corte aragonese che con il castello fortificato dette il via alla costruzione di Bernalda che da lui prese il nome. Alcune fonti, comunque, dicono che il castello esisteva già con i Normanni, in più la base tronco-conica di una delle torri cilindriche induce a pensare che la costruzione sia invece angioina. In ogni caso esistono rimaneggiamenti e stratificazioni.

Ferrandina
castello di Uggiano, fortificazione militare bizantina risalente ai primi del IX secolo, preso e ricostruito dai Normanni agli inizi dell'XI secolo, divenne residenza signorile per la trasformazione operata da Jacopus de Astiliano nella prima metà del XIV secolo; fu distrutto dal terremoto nel 1456.

Irsina
il vecchio castello di Montepeloso (antico nome) era d'impianto normanno rimaneggiato in seguito da Federico di Svevia nel 1228. Oggi appare nell'aspetto cinquecentesco, diventato convento di S. Francesco. La cripta è stata ricavata dal fondo di una torre quadrangolare del castello del 1100.

Matera
verso i primi del '500 fu costruito il castello Tramontano dal nome del feudatario a cui la città era stata data da Ferdinando II. L'edificio domina la valle del fiume Bradano e presenta due torri cilindriche intervallate da un enorme torrione circolare. La forma è abbastanza rara all'epoca e ciò dipende dal fatto che il feudatario imitò il Maschio angioino di Napoli, inizialmente, ma non fece in tempo a finirlo poiché fu ucciso, probabilmente perché, proprietario della salina di Manfredonia e di un deposito cerealicolo a Barletta, dava ombra ai ricchi locali. Il curioso è che intorno al castello incompiuto oggi si stendono i nuovi rioni residenziali.

Miglionico
appare definito, il paese, dalla gran mole del castello. Detto del "Malconsiglio", vi congiurarono i baroni contro il re di Napoli Ferdinando I d'Aragona nel 1481. Fu anche feudo di Ettore Fieramosca. Fu costruito dai Normanni nell'XI secolo e si scorge il loro stile nelle torri quadrate laterali; le torri cilindriche sono più tarde. All'interno appare rimaneggiato e diviso ma il fascino di questo castello possente, stabile e minaccioso, resta immutato.

Nova Siri
allo scalo, vicino al mare, bella la Torre Bollita, 1300.

San Mauro Forte
resta soltanto il mastio normanno rimaneggiato nel '400 e la torre con beccatelli a triplice mensola, una delle più conservate della regione.

Scanzano Ionico
piccolo ma davvero diverso dagli altri paesi, conserva il centro antico raccolto attorno al "Palazzaccio", edificio padronale del 700, considerato dagli abitanti il castello.

Tricarico
sola superstite è la torre, altissima (30 metri e più) e cilindrica. Essa riporta ai caratteri morfologici dell'abitato difensivo tipico degli Angioini.

Valsinni
e concludiamo con il più dolce e il più poetico dei castelli. Lo si vede da ogni lato e da molti chilometri di distanza. Oggi appare di aspetto aragonese e la sua proprietaria più illustre è stata la poetessa Isabella Morra di Valsinni (1520-1545). Ma si sa che esisteva già in epoca medievale.

da www.aptbasilicata.it


PALAZZI

Potenza: Il Mosaico di Malvaccaro

Nella periferia della città, alla località "Malvaccaro", nei pressi della Contrada Cocuzzo, tra le via Adriatico e via Anzio si rinvennero, qualche anno fa degli ambienti appartenuti ad una villa costruita in epoca romana.

Le strutture murarie presentano pavimenti con mosaici e un'aula absidata che ha un mosaico policromo, attorno a questa si aprono cinque ambienti. Il pozzo e un cortile o un'ambiente di servizio con pavimentazione a piccoli mattoni su letto di malta, la quale fu successivamente rifatta in coccio pesto. Nell'abside dell'aula centrale, appena sopraelevata, si trova un motivo decorativo a squame incorniciato da una fascia di triangoli disposti a spina di pesce. I colori delle tessere sono bianco, rosso, verde oliva, giallo e blu scuro.

La sala rettangolare è decorata da motivi riquadrati di ottagoni con stelle inscritte, cerchi concentrici incrociati e cerchi allacciati. La cornice è realizzata con cerchi crocesegnati inscritti in rombi.

La decorazione si combina al centro della sala con cerchi concentrici collegati a spazi liberi con crateri a volute e kalathoi con effetti prospettici. Si trovano anche motivi di quadrati in ottagoni scuri ed esagoni intrecciati. Al centro della sata è un riquadro con medaglione che presenta due figure umane, con la testa di una figura femminile di prospetto, con capelli divisi al centro ed un diadema, il volto schematizzato con i grandi occhi sbarrati fanno pensare ad una datazione posteriore a Costantino.

Un saggio eseguito sotto il pavimento del lato orientale ha rivelato le strutture di un precedente impianto con pavimenti in battuto di coccio pesto e tracce di incendio, si è trovata anche ceramica ascrivibile alla fine del I, prima metà del II secolo d.C.

La scarsa ceramica rinvenuta invece all'interno della villa posteriore presenta forme tarde con vasi dagli orli a listello verniciati all'interno e frammenti di grandi piatti dell'avanzato III, inizi IV secolo d.C.

I dati acquisiti indicano una datazione post-Costantiniana con gusto decorativo che riflette l'arte musiva tendenziale che parte dal III secolo d.C; con predilezione di figure inserite in campi ornamentali e decorazioni a quadrati ed ottagoni.

Della villa si sono trovati i muri perimetrali a nord-ovest ed a nord-est ed altre strutture che proseguono verso sud.


da www.comune.potenza.it

Potenza: Palazzo Bonifacio

Lasciando alle spalle il largo Beato Bonaventura si può prendere la via Pretoria e, subito a sinistra, si evidenzia Palazzo Bonifacio.

Fino a qualche anno fa emergeva dal tessuto edilizio della zona con il suo aspetto di palazzotto nobiliare. L'edificio è ascrivibile al XVII secolo, le pareti esterne si presentano con pochissime aperture per cui il palazzo sembra chiuso intorno al piccolo cortile come un fortino. Nelle strutture sono rilevabili una sovrapposizione di fasi storico-stilistiche attribuibili alle variazioni di uso abitativo fatte nel tempo.

Il prospetto è sottolineato da un cornicione su mensole in pietra sagomata ed è concluso da un frontone triangolare realizzato in pietra e mattoni. Un grande portale in pietra con conci lavorati a bugna liscia ed a doppia bugna alternati completa il prospetto principale con il balcone posto sopra il portale. Le rimanenti aperture sono semplici finestre con mostre in pietra e piccole aperture ovali. Al piano terra vi sono due portali minori con archivolto e mascherone in chiave, questi ultimi davano accesso ai locali di servizio del palazzo.

Il cortiletto ha tre finestre con balcone e conserva ancora il pavimento lastricato oltre a tre anelli metallici infissi nelle pareti ai quali si attaccavano le cavalcature. Uno di questi anelli è infisso a sua volta in un pregevole mascherone in pietra. Ai lati dei balconcini nel cortile sono ben visibili quattro feritoie archibugiere, di circa trenta centimetri di altezza, che testimoniano l'uso a fortino avuto dal palazzo.

L'ingresso è coperto da una volta policentrica, vi si aprono due porte archivoltate che conducono al primo piano. Al piano nobile si accede attraverso un portale lapideo architravato che conduce ad una serie di stanze articolate attorno ad un salone centrale.

Strutturalmente l'edificio è costituito da pareti portanti in muratura e solai in legno, per cui presenta inalterate le caratteristiche storiche che assumono maggiore rilevanza proprio in presenza dei pesanti sventramenti e modifiche subite dall'impianto urbanistico del centro antico di Potenza.

da www.comune.potenza.it


Potenza: Palazzo Comitale o Palazzo Loffredo

Gli altri due lati della piazza del Duomo sono chiusi dall'imponente massa architettonica del Palazzo Comitale o Palazzo Loffredo.

E' una delle rare testimonianze superstiti di edilizia nobile del XVII secolo nel centro antico della città. Il fabbricato ha subito nel tempo gravi alterazioni e manomissioni.

Il prospetto principale, sulla piazza Liceo, presenta un portale archivoltato in pietra grigia con decorazioni del tipo catalano-durazzesche. Al di sopra del portale si apre un loggiato a sei fornici con mostre in pietra liscia. All'interno si può vedere un secondo portale architravato anche in pietra grigia con semplici modanature. La configurazione del fabbricato è caratterizzato da finestre con soglie su mensole scolpite. L'impianto unitario presenta una buona distribuzione dei locali su una corte interna, il collegamento verticale è assicurato da uno scalone in pietra che si sviluppa nell'ala destra. L'edificio, secondo alcune fonti, risalirebbe al 1612, fatto edificare dal Conte di Potenza Carlo Loffredo. La famiglia dei Loffredo resse la contea per circa due secoli e Nicolò Enrico Loffredo, per volere di Carlo VI imperatore, fu Vicerè fino al 1748. L'ultimo dei Loffredo, Gerardo, mori nel 1801. Il palazzo Loffredo fu la sede del Liceo e ultimamente ha ospitato il Conservatorio di Musica "Gesualdo da Venosa", il Convitto Nazionale "Salvatore Rosa" e parte dell'Istituto Statale Tecnico Commerciale "Leonardo da Vinci". Dall'evento sismico del 1980 è stato evacuato. Comunque l'amministrazione Comunale ha in programma il restauro del pregevole fabbricato che per la sua posizione è un complesso di notevole emergenza ambientale e di riferimento storico-culturale.

Sul lato sinistro del Palazzo Loffredo si trova il largo Pignatari sul quale prospetta il "Palazzo Pignatari" che conserva un magnifico portale in conci di pietra a grandi bugne.

Tornando sul lato destro della Cattedrale si prende il primo vicolo a destra che conduce a traversare la via San Luca e, proseguendo diritti, per il vico Corrado si raggiunge ancora la via Pretoria nel tratto di fronte all'attuale Caserma dei Carabinieri, che occupa l'ex convento delle Chiariste di San Luca, a sinistra del fabbricato, dopo una breve rampa di gradoni si trova la "Porta San Luca" la seconda delle porte urbane della città medioevale, della quale è rimasto un arco a tutto sesto in conci di pietra calcarea, che presenta anche parte del paramento murario in pietra squadrate e lavorate faccia a vista. Sul retro della porta sono ancora in loco i due conci di pietra sporgenti che portano il foro dei cardini del grande portone di legno che veniva chiuso al tramonto.


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Potenza: Palazzo Marsico

Lasciata la chiesa si prende la via Rosica di fronte, alla fine di questa, in un piccolo slargo, si affaccia il Palazzo Marsico

Si presenta con un piano seminterrato ed un piano rialzato in conci di pietra con sei paraste in mattoni che lo dividono in cinque comparti, in quello centrale è incluso un portale in pietra chiara con lesene su un alto basamento con arco a tutto sesto di semplice modanatura. Il basamento si sviluppa per tutto il prospetto, le paraste si concludono con capitelli in mattoni sotto un cornicione a semplice sagoma e gattoni che corona il prospetto. Le finestre hanno soglia in pietra, sostenuta da due mensole a volute, ed hanno un timpano sostenuto da altre due mensole. Dalle mensole di sostegno delle finestre due elementi scendono a sottolineare le aperture del seminterrato.


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CITTÁ D’ARTE

Matera: la città dei Sassi

unica al mondo nel suo genere è città molto dinamica e vivace

Dopo aver visitato "i più antiretorici templi cristiani", ecco la città, un coacervo di arte, archeologia, modernità. Caratterizzata, fin dalla periferia, da superfici a calanchi, assume per questo un aspetto particolare, molto diverso da ogni altra città. Conta circa 55.000 abitanti, si trova a 401 m s.l.m. ed è a soli 45 km. dal mare.
Consta di parti di varie epoche, come abbiamo già detto: quella più antica, dei Sassi congiunti, dallo sperone della Civita, con il Duomo; la parte medievale-rinascimentale lungo "il Piano", ai bordi dei Sassi; alla fine, la città nuova con rioni molto eleganti realizzati dai più noti architetti italiani. Matera infatti è città molto vivace, aggiornata, con una cultura che vive di fatti contemporanei e di storia. Moltissime sono le chiese materane dal XIII secolo al XIX, con un gruppo più nutrito barocco. S. Giovanni, S. Domenico e il Duomo sono le più antiche. Ciò dimostra che mentre esistevano le laure e le grotte, parallela si sviluppava una vita già cittadina. Le tre chiese risentono di cultura romanica e pugliese.

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MUSEI

Museo nazionale archeologico di Venosa

con reperti provenienti dalle zone di scavo di Forentum, Lavello, Banzi e Venosa

Allestito nel castello aragonese di Pirro del Balzo, raccoglie reperti relativi alla fase di romanizzazione dei territori del Vulture: epigrafi funerarie, intonaci parietali, decorazioni architettoniche e un'importante collezione numismatica. Vi è anche esposto un corredo funerario d'epoca longobarda. I reperti provengono dalle zone di scavo di Forentum, Lavello, Banzi e Venosa.

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Museo Ianora di Irsina

con una collezione di costumi femminili del '700

Il museo è allestito all'interno di palazzo Ianora. Voluto da Aldo Ianora, appartiene tuttora alla famiglia. Raccoglie manufatti d'epoca preistorica, vasi delle necropoli intorno a Irsina, monete e cimeli storici. Degna di nota una collezione di costumi femminili del '700.

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Museo di Storia Naturale della Valle del Mercure

nel palazzo Amato, a Rotonda

A Rotonda, nella sede del Parco Nazionale del Pollino, in palazzo Amato è ospitato un interessante museo di storia naturale. Lo scheletro quasi completo di un Elephas antiquus, la mandibola incompletadi un Hippopotamus amphibius, rinvenuti nella Valle del Mercure e risalenti all'epoca interglaciale Mindel Riss, sono solo un esempio di rarità di storia naturale che il museo, di recente istituzione, mette a disposizione dei visitatori.

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Museo nazionale Ridola-Matera

in costante evoluzione poichè continui sono i rinvenimenti

Il medico Ridola cominciò a condurre scavi e ricerche sin dal 1872; i reperti vennero sistemati nel Convento di S. Chiara ('600) che è ancora il nucleo principale dell'attuale museo ampliato in seguito. Il museo è sempre in evoluzione perché frequenti sono le campagne di scavo, i rinvenimenti casuali o le donazioni. Il criterio espositivo segue la cronologia e la topografia, con chiaro riferimento ai centri indigeni poi ellenizzati.
Nella Sala della preistoria è presente il Paleolitico con gli utensili litici, e il Neolitico con il racconto della fine della vita di caccia. L'uomo muta progressivamente le sue abitudini, diventa più sedentario, alleva animali e si dedica all'agricoltura: il rinnovamento più notevole è rappresentato però dalla fabbricazione della ceramica, tra cui spiccano quella "graffita" e quella di serra d'Alto, a spirale. Si sviluppano naturalmente anche le abitazioni, capanne ovali o circolari e le grotte (Pipistrelli e Funeraria, presso Matera) legate a motivi di culto. Si crea la vita associativa, riscontrabile anche nelle tombe: il sepolcreto di Timmari è uno dei primi d'Italia. Nella Sala Materano vi è un ricco apparato dei materiali trovati nelle necropoli: ceramiche indigene geometriche, corredi, grande stipe votiva scoperta da Ridola a Timmari nel 1929. È impossibile privilegiare qualcosa ma, se obbligati, diremmo che questa rappresenta uno dei più cospicui rinvenimenti italiani databili al VI secolo e seguenti. Busti, ex voto, statue, monete, gioielli di rara eleganza. Nella Sala Valle del Sradano si presenta una regione favorita negli scambi culturali ed economici proprio dal fatto di essere percorsa dal fiume. La presenza indigena (dalla prima Età del Ferro) è riscontrabile proprio attraverso i crateri, le olle, le antefisse, i vasi attici, i gioielli (persino un curioso xilofono).
Nella Sala Valle Basente è ancora il fiume a fare da protagonista. Si trovano testimonianze dei paesi-sentinella alti sul Basento: Pisticci, Ferrandina, Pomarico, Garaguso, Tricarico. Bellissimi i vasi protoitalioti a figure rosse, detti del "Pittore di Pisticci". Di Garaguso è la ricca stipe votiva: il tempietto marmoreo con divinità si trova al Museo di Potenza. Interessanti le iscrizioni di Tricarico: le fortificazioni della Civita hanno caratteri greci mentre il tempietto dell'Acropoli ha tegole con lettere osche. La Sala Ridola è il compendio di tutto, dato che raccoglie la documentazione dell'attività di Domenico Ridola, medico, senatore, archeologo.

Matera - Via Ridola, 24
Tel. 0835 310058  Fax 0835 310058
Apertura: tutti i giorni, dalle 09:00 alle 20:00, Lunedì dalle 14:00 alle 20:00
Chiusura: Lunedì mattina, Natale e Capodanno
Sono visitabili i siti archeologici di Timmari, Murgia Timone e
Murgecchia nelle vicinanze di Matera
Ingresso: € 2,50 intero - € 1,25 ridotto

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Museo di Metaponto (Bernalda)

tra i più importanti per materiali esposti

È uno dei più importanti dal punto di vista della ricchezza di materiali esposti, della destinazione d'uso, dell'impostazione didattica. Fondamentale è la Sala I poiché mostra la produzione artistica locale che, seppure a imitazione della greca, esprime un maggior senso plastico e del colore. La Sala II contiene tutto ciò che proviene dal kerameikos, dimostrando l'esistenza di una vera scuola di ceramica lucana e protolucana; a ciò si affianca la documentazione del Castro. Le Sale III e IV hanno un sapore tipicamente italico: splendide le statuine della fertilità e i fregi con scene di matrimonio, provenienti dal Santuario di S. Biagio, sorta di punto di sutura territoriale e culturale tra i Greci e i Lyki indigeni. La Sala V spazia sul territorio, soprattutto nella zona detta Terrazza dell'Incoronata, insediamento indigeno della prima Età del Ferro (IX sec. a.C.) con esemplari della "cultura a fossa", degli Enotri. Resti di capanne ricchissimi, corredi funebri vengono sostituiti a metà del secolo VII con la produzione di tipo greco, di cui l'esempio più importante è dato dal bacino lustrale con scene a stampo ispirate all'epica greca.

Bernalda - Via Aristea, 21 - Metaponto Borgo
Tel. 0835 745327  Fax 0835 745295
Apertura: tutti i giorni dalle 09:00 alle 20:00 - Lunedì dalle 14:00 alle 20:00
Chiusura: Lunedì mattina

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Museo nazionale della Siritide

a Policoro, voluto dall'archeologo Dino Adamesteanu

È del 1969 questo museo voluto dalla tenacia e dall'interesse del grande archeologo Dino Adamesteanu (tra i più grandi scopritori della Basilicata archeologica, con Rùdiger e Lattanzi), che ha voluto riunire qui tutti i reperti provenienti da Siris, da Heraclea, dalle valli dei fiumi Sinni e Agri. Nella Sala I trova spazio la Preistoria, con il Neolitico e l'Età dei Metalli (VI millennio a.C.-1000 a.C.). Vi sono documentati l'allevamento, l'agricoltura, la ceramica, l'arrivo di pastori nomadi con civiltà orientale. Nella Sala II vi sono i resti dell'antica Siris, secondo Strabene fondata agli inizi del VII secolo a.C. alla foce del Sinni. Interessante per un'indagine economica appare l'anfora con 102 barrette di piombo (forse dei pesi) che probabilmente avevano anche un valore di baratto. Nelle Sale III e IV vi sono testimonianze di Heraclea, fondata nel 433 a.C. da coloni tarantini. Molto interessante è l'esposizione di coroplastica (artigianato artistico su terracotta), le statuette votive femminili. Le sale V e VI ospitano le necropoli: il rito più usato è quello dell'inumazione (per i neonati in grossi vasi). La tomba più importante è quella datata 400 a.C., trovata nel 1963 (sudest del castello), con moltissimi vasi di produzione proto-italiota. Nelle Sale Vll e VIII vi sono i reperti delle valli dei fiumi Agri e Sinni: notevoli i reperti del Santuario di Anglona (Tursi), soprattutto le falere d'oro. Il Parco Archeologico è organizzato in insulae in cui i resti delle case hanno fondazioni a secco in ciottoli e pavimenti in cotto: le zone sono divise tra quartieri abitativi e quartieri di lavoro (kerameikos). Più lontana l'area sacra con i resti del tempio di Demetra.

Policoro - Via Colombo, 8
Tel. 0835 972154 - Fax 0835 973842
Apertura: tutti i giorni, dalle 09:00 alle 20:00 - Martedì dalle 14:00 alle 20:00
Chiusura: Martedì mattina, Natale e Capodanno
Ingresso: € 2,50 intero - € 1,25 ridotto
E' visitabile il parco archeologico gratuitamente

da www.aptbasilicata.it 

 
Museo archeologico provinciale di Potenza


collezione preistorica e protostorica dal Paleolitico alla prima Età del Ferro, ma non solo

Fondato nel 1889 dagli archeologi Lacava e De Cicco, ha avuto vita travagliata prima a causa di un incendio (1912), poi per un bombardamento nel 1943. Finalmente soltanto nel 1958 fu riordinato ma restò ancora chiuso per vari motivi. Dal 1978 è funzionante. Al Piano terreno sono esposte sculture, terrecotte, iscrizioni greche e latine: i maggiori reperti sono di Metaponto, di Vaglio, di Anzi, Potenza, Grumento e Lavello. Al Piano primo è sistemata la collezione preistorica e protostorica dal Paleolitico alla prima Età del Ferro. Al Piano secondo vi è una bella collezione di vasi fittili di provenienza dauna e locale, bronzi e ceramiche. Molto ricca è la raccolta di monete: moltissime quelle del Regno delle Due Sicilie.

Potenza - Via Ciccotti
Tel. 0971 444833 – Fax 0971 444820
Apertura: tutti i giorni, dalle 09:00 alle 13:30 ed
i pomeriggi dal Martedì al Giovedì, dalle 16:00 alle 19:00
Chiusura: Lunedì
Gli spazi museali sono accessibili ai disabili.
Il museo è dotato di sala polifunzionale e di un laboratorio per restauri
Ingresso gratuito

da www.aptbasilicata.it

Museo nazionale dell'Alta Val d'Agri

a Grumento Nova, per far conoscere un'antica colonia romana, Grumentum

Nato dall'idea di creare un polo espositivo nel settore sudoccidentale del territorio lucano, anche per dare risalto alla realtà archeologica di un'antica colonia romana, Grumentum, viene aperto al pubblico il 16 dicembre 1995. L'esposizione viene organizzata su due livelli. Le sale al piano d'ingresso ospitano la Sezione "Preromana": reperti fossili dell'Età preistorica; frammenti di ceramica appenninica, decorati con la tecnica a "puntinato", testimoniano la presenza di insediamenti neolitici nella Val d'Agri; corredi funerari provenienti dalla necropoli di Marsico Nuovo e Montemurro segnano l'itinerario cronologico che va dall'Età classica all'Età ellenistica. A chiusura di questa prima sezione uno spazio espositivo è dedicato al santuario che sorgeva nella zona di S. Marco (dove attualmente è ubicato il museo). Al piano inferiore la Sezione "Romana" illustra i vari aspetti della città di Grumentum (il culto, la produzione, il commercio) e da particolare risalto ai monumenti principali e a un singolare reperto che spicca per rarità e bellezza: la festa di Livia, moglie di Augusto, rinvenuta sotto il crollo di un edificio forense. Il parco archeologico, nelle immediate vicinanze, offre la lettura di un impianto urbano originale (prima metà del III sec. a.C.) e dei principali monumenti: il teatro, l'anfiteatro, le terme, i tempietti, la domus con mosaici.

Grumento Nova - Contrada Spineta
Tel. 0975 65074 - Fax 0975 65074
Apertura: tutti i giorni dalle 09:00 alle 20.00 ed il Lunedì dalle 14:00 alle 20:00
Chiusura: Lunedì mattina
Gli spazi museali sono accessibili ai disabili
A breve distanza dal Museo è visitabile l'area archeologica di Grumentum
dalle ore 09:00 ad un'ora prima del tramonto
Ingresso museo: € 2,50 intero - € 1,25 ridotto

da www.aptbasilicata.it


Museo nazionale del Melfese

su tre sale espone materiale preistorico con molti reperti della zona

Allestito in alcune sale del castello federiciano, raccoglie materiale preistorico. Nelle tre sale, molti i reperti della zona fra cui ceramiche, monili, armi ritrovati in località Camarda e Barone nonché un prezioso corredo principesco della necropoli dauna di Pisciolo (Melfi). In zona di Rapolla vi è anche l'insediamento di Toppo d'Aguzzo, Età del Bronzo ed Età del Ferro. Nei pressi sono anche i resti di un acquedotto romano che attraversando Rapolla e Ripacandida arrivava sino a Venosa. Tuttavia, l'opera meglio conservata, di epoca romana (II sec. d.C.), è rappresentata dal sarcofago di Rapolla. Fu trovato in agro di Rapolla nel 1856 e riproduce un piccolo tempio completo di decorazioni.

Melfi - Via Castello
Tel. 0972 238726 - Fax 0972 238726
Apertura: tutti i giorni dalle 09:00 alle 20:00 e Lunedì dalle 14:00 alle 20:00
Chiusura: Lunedì mattina, Natale e Capodanno
Allestito in alcune sale del Castello Normanno Svevo
Ingresso: € 2,50 intero - € 1,25 ridotto

da www.aptbasilicata.it


















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