Itinerari religiosi della regione Calabria
Madonna del Lauro, San Nicola in Plateis, Santa Maria d'Episcopio
itinerario religioso a Scalea
Più che le ultime chiese costruite, per l'esattezza Santissima Trinità e S. Giuseppe Lavoratore, comunque da visitare, meritano soprattutto, se non altro per la storia, le seguenti chiese:
Madonna del Lauro
Nella II metà del secolo scorso fu edificata la chiesa della Madonna del Lauro. Fu costruita all'estrema periferia di allora del paese, attaccata al muro di cinta del secondo cimitero di Scalea. Il cimitero in seguito fu trasferito altrove e sul posto fu edificato l'attuale palazzo dell'istituto di suore "Madre Maria Clarac".
San Nicola in Plateis (Don Giacomo Benvenuto)
La parte bassa del centro storico è sovrastata dall'imponente struttura della Chiesa di sotto,dedicata a San. Nicola di Platea. La chiesa di S. Nicola di Platea è molto antica.
Le prime strutture risalgono all'VIII sec. La chiesa ha nell'abside resti di costruzione gotiche e nella parte inferiore la cripta dell'Addolorata, con volte a crociera rette da colonne.
La cripta è dotata di statue e coro lignei del sec. XVII donati dal principe di Scalea. Inoltre all'entrata della cripta una lapide ricorda che lì riposano le ossa del filosofo Gregorio Caloprese morto nel 1715 all'età di 61 anni. Al di sotto della cripta si conserva un imponente ossario. Il sotterraneo della chiesa per secoli è stato l'unico luogo di sepoltura per gli abitanti della parte bassa del paese. Solo in caso di epidemie la sepoltura avveniva altrove.
Nella chiesa di S. Nicola in una tomba monumentale è sepolto anche Ademaro Romano, grande ammiraglio della flotta angioina, nato a Scalea e morto nel 1344. Il sepolcro, opera della scuola di Tino da Camaino, si trova nella cappella di S. Caterina.
Nella stessa cappella si conserva una bifora di architettura medioevale, che faceva parte del cenotafio fatto erigere da Roberto "il saggio" in onore di Ruggiero di Lauria. Il monumento funerario andò distrutto durante il terremoto del 1683 che colpì la Calabria settentrionale.
Verso la metà del sec. XIV si ebbe un ampliamento della chiesa come fa pensare un'indulgenza del 1345 di papa Clemente VI. Le indulgenze, infatti, erano concesse, allora, a chi contribuiva alla costruzione o ampliamento di chiese. Verso la metà del sec. XV la chiesa fu ancora restaurata. Per questo motivo il vescovo Soare ottenne una particolare indulgenza dal papa Callisto III, con la bolla del 18 novembre 1455. Dopo gli ampliamenti e restauri la chiesa diventò uno dei più significativi monumenti quattrocenteschi.
Nel 1510 la chiesa di San Nicola fu elevata ad arcipretura della diocesi di Cassano.
Nella metà del sec. XVI la chiesa di S. Nicola subì il saccheggio degli uomini del Saraceno Dragut. I saraceni aprirono il sarcofago, danneggiandolo, di Adimaro Romano e rubarono la spada del defunto. Portarono via inoltre una campana d'argento e dopo aver preso altri oggetti sacri di valore raggiunsero le altre imbarcazioni. L'imbarcazione su cui si trovava la campana d'argento rubata naufragò sugli scogli della "Giumenta", prima di superare Capo Scalea. La nave e la campana d'argento finirono così in fondo al mare. Una delicata tradizione vuole che il giorno di S. Nicola, il 6 dicembre, la campana suoni dal fondo del mare. Però la possono sentire solamente i puri e gli innamorati. Nel sec. XVIII un incendio distrusse l'archivio parrocchiale di S. Nicola di Platea, d'inestimabile valore storico. In seguito alle strutture della chiesa furono apportati sostanziali rifacimenti.
Nel corso dell'ultima guerra, nell'agosto del 1943, una cannonata della flotta anglo-americana distrusse la parte alta dell'antico campanile costruito in tufo, e la secolare campana grande. A causa dello stesso bombardamento aereo-navale andarono distrutti l'antichissimo organo a canne e una fonte battesimale in marmo, pregevoli opere del sec. XVII.
Verso il 1947 fu costruito il campanile e "intonacato" tutta la chiesa, che perse così l'antico, suggestivo, originario aspetto.
Santa Maria d'Episcopio (la chiesa di sopra)
Nella parte del centro storico svetta il campanile della chiesa di Sopra, dedicata a S. Maria d'Episcopio. Il suono delle campane della chiesa di Sopra, per secoli, ha accompagnato il ritmo degli avvenimenti più importanti degli abitanti di Scalea.
La chiesa, meglio conosciuta come "Madonna del Carmine", è ricca di monumenti e opere d'arte. La Madonna del Carmine è la patrona di Scalea e si festeggia il 15 e 16 luglio di ogni anno.La mattina del 16 luglio il sindaco, a nome della cittadinanza, offre un "cero"Votivo alla Madonna. Il giorno della festa La statua della Madonna è portata in processione per le vie principali del paese. Partecipano alla processione donne con le "cinte" portate sul capo. La cinta è formata da un telaio in legno, riccamente addobbata, predisposta per reggere i ceri votivi.
La Madonna del Carmine fu proclamata patrona e protettrice di Scalea il 7 marzo del 1875, dopo un'epidemia di colera. La confraternita carmelitana era stata fondata già nel 1806. L'anno dopo ebbe l'indulgenza del papa Paolo V con bolla del 1° aprile.
In occasione del centenario della proclamazione il popolo di Scalea offrì alla Madonna una corona d'oro. L'oro offerto dalla popolazione fu fuso in piazza vecchia, all'aperto, presenti tutti i fedeli, con una particolare cerimonia. Il primo nucleo della chiesa Madonna del Carmine risale all'VIII sec. Periodo questo di maggiore attività dei monaci Basiliani nella zona, conosciuta con il nome di Mercurion.
In questi anni la chiesa fu anche sede episcopale o almeno di corepiscopi, gli ausiliari dei vescovi. In questa epoca, infatti, la chiesa, già dedicata a S. Maria Annunziata, prese il nome di S. Maria d'Episcopio: Inoltre vicino alla chiesa resta un edificio signorile, con pseudo loggiato normanno, che per tradizione è indicato come il "palazzo del Vescovo".
In epoca normanna la Chiesa fu notevolmente ingrandita e affidata ai Benedettini di Cava dei Tirreni che la possedettero dal 1149 al 11452. Questo perché con l'avvento dei normanni le chiese di rito bizantino dovettero latinizzarsi. Molti monasteri greci, pertanto, furono affidati ai monasteri latini. Il superbo finestrone absidale della chiesa è appunto una testimonianza di questo periodo.
La chiesa nel 1554 subì il saccheggio dei saraceni di Dragut. Anni dopo fu ampliata e abbellita. Altri rifacimenti sostanziali furono apportati alle strutture della chiesa nei secoli XVIII e XIX.
Nel 1971 un fulmine ha distrutto l'orologio del campanile installato nel 1921 in sostituzione di uno più antico. Nel 1976 sono iniziati nella Chiesa lavori di restauro.
da www.scalea.it
Chiesa di Montevergine
itinerari religiosi a Paola
Si racconta che fu eretta in seguito ad un prodigio Divino, nella piccola pineta che era nelle vicinanze, fu trovato il quadro della "Madonna nera", questo fu portato al Duomo, ma il giorno dopo fu ritrovato nello stesso luogo, il fatto si ripeté anche l'indomani, i popolani increduli dell'accaduto, decisero di costruirgli una chiesa, proprio in quel sito.
"Con somma nostra allegrezza e consolatione habbiamo ricevuta la delegatione di benedire la prima pietra della consaputa nova chiesa in persona del nostro molto Reverendo Padre Perrimezzi": così scrivevano il 3 ottobre 1704 i "devotissimi et obligatissimi servitori Don Perseo Romano rettore e Don Paolo Giraldo arciprete" al "Reverendissimo Commissario Generale del Sant'Officio, Delegato di Monsignore Illustrissimo Arcivescovo di Cosenza". Ci si preparava, dunque, con tutte le autorizzazioni necessarie, a posare la prima pietra della nuova chiesa da dedicare alla Madonna SS. di Montevergine (o San Giacomo Maggiore), un'opera voluta fortemente dal popolo devotissimo di Paola, che desiderava in tal modo onorare degnamente la Vergine Santa che tante grazie aveva già elargito ai suoi fedeli, i quali vedevano esauditi i lori voti pregando davanti al quadro miracoloso e ungendosi con l'olio delle lampade votive che ardevano perennemente davanti al sacro dipinto. La profonda devozione popolare è puntualmente testimoniata da una fitta corrispondenza episcopale con cui, quasi quotidianamente, i parroci informavano la Curia di Cosenza sugli sviluppi della situazione. Il ricco carteggio, rinvenuto nell'Archivio Parrocchiale del Duomo di Paola, sfuggito fortunosamente al barbaro sacrilegio di pseudo-studiosi, copre l'arco di diversi mesi, dal 27 giugno al 3 ottobre 1704, e si rivela documento fondamentale per la storia della chiesa di Montevergine, non soltanto perché ci fornisce importantissime notizie circa la data e le modalità della sua costruzione, nonché del tessuto urbano di quel tempo, ma anche perché ci dipinge un interessante spaccato di vita religiosa e sociale in un'epoca in cui la gente affidava tutta la sua vita alla protezione divina (visto che, peraltro, ben poca era la protezione in terra!). La sacra immagine si trovava "dentro il Portico chiamato La Porta delli Santi nella Piazza di questa città di Paola" (lettera del 25 giugno), e cioè sotto un'arcata dell'antica porta d'ingresso alla città, Il concorso di pubblico, proveniente anche da paesi lontani, per vedere l'immagine miracolosa, si faceva di giorno in giorno più grande, tanto che per proteggere il quadro dall'ardore popolare si dovettero sistemare dei cancelli, come riferisce la lettera (del 28 luglio) ".., et oggi al consaputo luogo maggiore venerazione, e custodia, si fanno alle due porte due belle cancellate". Le innumerevoli grazie dispensato dalla Madonna convinsero ben presto i fedeli la creare un luogo più degno per accogliere il dipinto, e così: "Oggi (7 luglio 1704) più di centoventi persone sottoscritte, con offerte di elemosine in contanti, hanno fatto un Memoriale alla nostra, "Signora Marchesa, con chiederle un luogo pubblico nella Piazza, vicino la Porta delli Santi, per fondarvi una Chiesa ad onore dell'istessa Vergine sacrosanta".
Il luogo fu concesso, ma sorsero subito problemi di spazio e di proprietà, poiché per realizzare la Chiesa si sarebbe dovuta abbattere una costruzione appartenente ai Padri Agostiniani, pertanto si chiese l' intercessione dell'Arcivescovo di Cosenza per favorire la vendita di tale edificio: "Qui si manda un bel disegno per la Chiesa nuova da farsi in onore di nostra Signora di Montevergine vicino al consaputo luogo della Porta delli Santi, cioè una Chiesa ottagolata con cupola, occupando di circuito centosessanta palmi, e perciò deve occupare un lungo publico, ma anco un luogho dei Padri Agostiniani, dove si batte la chianca, e si vende la carne. Per tanto supplichiamo al maggior segno Vostra Signoria Reverendissima per amore della Beata Vergine, che interponga il suo autorevole mezo appo Monsignor nostro illustrissimo, che si degnasse scrivere appostamente un'efficacissima lettera a detti Padri Agostiniani per la vendita di tal luogo, mentre stimiamo, che con tal lettera facilmente si muovano a cederci, e venderci il menzionato luogo,che onninamente ci bisogna per edificazione di detta Chiesa" (lettera del 25 luglio). Gli Agostiniani avevano, infatti, in Paola, un grande e ben organizzato Convento, e certo economicamente florido, se potevano commerciare da se le carni in una propria bottega. Senza dubbio opposero una notevole resistenza alla vendita del fiorente negozio, visto che ancora dopo tre mesi non si era raggiunto l'accordo, nonostante ai Padri fosse stata offerta "...la commutazione con un'altra casetta fabbricata nuovamente dalli supplicanti a tal'oggetto con l'oblaziuni di limusine, di valore anche maggiore: "Il valore della casetta dei Padri Agostiniani è di ducati venticinque", e la nostra di ducati ventinove e carlini cinque" (lettera del 14 Settembre). Nel frattempo si continuava ad ammassare il materiale occorrente, per la nuova Chiesa: diversi carichi di legname giunsero da Fuscaldo, mentre la popolazione di Paola portava le pietre necessarie alla fabbrica: "Da due giorni in qua nella Piazza si vede un monte di pietre, portate a gara, non solamente da uomini, ma anche da donne d'ogni sorta, e da fanciulli, con desiderio, et oggetto, che nel medesimo luogo più vicino alla Porta delli Santi s'edificasse una nuova Chiesa ad honore di detta Vergine Santissima" (lettera del 3 luglio), e ancora: "fin da S. Francesco portarono su le spalle al consaputo luogo le pietre il Padre Provinciale, e tutto il Convento, dicendo le litanie della Vergine Santissima" (lettera del 26 agosto). Venne stabilito anche il giorno della festa della Madonna: "Questa città, essendosi informata che nel proprio luogo di Montevergine si fa la festa agli 8 di settembre, anche qui quest'anno in detto dìne vuole fare una sontuosa, a sue proprie spese, con lumi e sparatorie ad honore della gran Madre di Dio, che in detto giorno nacque" (lettera del 22 agosto). Si organizzò dunque una festa magnifica, che durò tre giorni interi e coinvolse tutta la città di Paola: persino il Marchese Spinelli vi partecipò, organizzando il Palio che si corse nella Ruga Nova, da identificarsi nell'attuale Corso Garibaldi. Ma l'evento per noi più interessante, di quella festa, è la predica di Padre Perrimezzi, ricordata nella lettera del 10 settembre, perché ci fornisce preziose notizie sul sito nel quale fu costruita la Chiesa: "Il tutto però l'ha coronato l'egregio Panegirico fatto a' primi Vesperi dal nostro Padre Provinciale Perrimezzi. Il tema è stato questo: fundamenta eius in Montibus sanctis, diligit Dominus portas Sion. La Sionne la pigliò per Paula, i Monticanti S. Francesco e la Beata Vergine, e le Porte La Maggiore, e nuova, dove presiede la statua di S. Francesco, e l'antica, chiamata La Porta delli Santi, dove presiede l'Immagine di nostra signora di Monte Vergine". Nella piazza si trovavano dunque due porte ben distinte: una antica, la Porta delli Santi, e una nuova la Porta Maggiore. Quest'ultima è, senz'ombra di dubbio, la Porta che oggi viene comunemente chiamata di S. Francesco, e che costituisce l'ingresso al centro storico, sulla quale venne posta la statua del Santo taumaturgo, a protezione della città, nel 1622, come ci riferisce il Pacichelli, che durante il suo viaggio del 1693 nel Regno di Napoli sostò anche a Paola, descrivendo accuratamente il suo arrivo in città. La porta antica, detta delli Santi, era invece uno degli ingressi della primitiva cinta muraria di Paola, importantissimo perché dava sulla strada che portava al mare, sulla quale si apriva con diverse arcate, tanto da essere definita un portico, come si legge nella lettera del 25 Giugno.
Possiamo individuarne la posizione basandoci su dati bon precisi: la lettera del 3 luglio ci indica che la nuova Chiesa sarà edificata in un luogo "vicina alla Porta delli Santi", dove i fedeli hanno già creato "un monte di pietre"; quella del 10 settembre ci informa che la Porta delli Santi non é la Porta di S. Francesco (contraddicendo quanto afferma il Ferrari); quella del 25 luglio descrive il luogo dove sorgerà la Chiesa come "luogo pubblico", tranne la piccola parte occupata dalla bottega dei PP. Agostiniani; dunque la piazza si presentava come un grande spazio delimitato sta due lati dalle due porte, e sulla sinistra "una via larga palazzata" che conduceva al Collegio dei Gesuiti coi suoi vasti giardini, alla loro Chiesa ancora in costruzione, e ad un'altra fontana, chiamata dai paolani Le Sette Cannelle.
Per ricostruire il resto della piazza basta leggere la bella descrizione del Pacichelli, il quale, entrando dalla Porta di S. Francesco, vede al centro della piazza "una fontana con quattro canali",trovarsi la porta delli Santi era sulla destra della Porta di San Francesco, e proprio in quel punto, vicinissimo alla Chiesa di Montevergine, è ancora oggi un sottopasso, con arco a tutto sesto in pietra, che dà sulla via Terravecchia, (paradossalmente ascritto all'epoca romanica dal Napoletano). Attualmente esso costituisce la base della Torre dell'Orologio, edificata nel l'Ottocento (sulla campana dell'orologio è incisa la data 1882, e non risale pertanto al Settecento, come afferma Minervino), e un tempo tale arco era parte di quel "portico della Porta delli Santi" ricordato nelle lettere, le cui arcate furono poi inglobate nei vari, palazzi costruiti a lato della piazza, e che si intravedono ancora nei magazzini a piano terra di alcuni di questi edifici; l'ultimo intervento risale al 1937 con la sopraelevazione della casa canonica. La Piazza era, pertanto, nel 1704, una vasta spiantata dentro le mura, un luogo di passaggio fra le due porte, con al centro la fontana, a fianco i giardini dei Gesuiti, e molto più su il loro Collegio con la Chiesa appena costruita: oggi la chiameremmo periferia, e certo una periferia molto degradata, se nella lettera del 3 Luglio ci si meraviglia di "vedere adesso quel luogo santificato con litanie sagre, con preghiere devote, et con lodi divine, quel medesimo luogo prima profanato da giocatori, bestemmiatori e donne impudiche". La città, infatti, si sviluppava più in alto, dove si trovavano il Duomo e il Convento degli Agostiniani, fino al Castello in cima al colle. La Madonna di Montevergine aveva così operato un ennesimo miracolo, salvando dal degrado quel punto abbandonato della città e permettendo la realizzazione di quella pregevole opera d'arte che è la sua Chiesa, uno dei lavori più belli dell'architetto Niccolò Ricciulli. Nella lettera del 19 Settembre abbiamo, a questo proposito, informazioni preziosissime: "Domenica prossima passata fu qui Mastro Nicolò Ricciulli di Rogliano, oggi abitante in Cosenza sotto le Vergini, che oltre l'arte di fabbricatore fa professione di disegnatore. ...L'é stato commesso di fare due disegni, uno ottagolato, et archeggiato con cupola in mezzo sostenuta da quattro colonne, e l'altro lungo e quadro, colla cupola alfine, dove deve stabilirsi l'altare maggiore. ...Noi confessiamo, che più ci piace il disegno lungo, che l'ottangolato, ancorché questo sembrasse più magnifico, ma la spesa immensa di più di diecimila ducati ci fa sgomentare, siccome ci ha detto il maestro; e la spesa di gran lunga minore ci fa più gradire il disegno lungo. ...Questo anco è il senso del pubblico, avvegnaché l'ottangolo è pensiero di pochi, benché d'animo grande". Per la nuova Chiesa, che vogliono splendida, i paolani hanno chiamato il migliore architetto del tempo: le sue sono idee di un "animo grande", il disegno di una Chiesa ottagonale e "pensiero di pochi", e queste parole bastano per farci comprendere quanto fosse tenuto in considerazione il famoso artista. Purtroppo, come in ogni tempo, anche la grande decisione del progetto fu determinata da motivi economici: è evidente che la preferenza andava al disegno più originale, quello della Chiesa ad otto lati, nuovo e fastoso, ma possiamo ben capire lo sgomento dei poveri parroci al sentirne il costo, diecimila ducati! Se consideriamo che dovevano sborsarne venticinque per la bottega dei Padri Agostiniani, la differenza per le loro tasche era stratosferica: solo un miracolo della Santa Vergine avrebbe procurato loro tale cifra. Ma un'altra sottile osservazione viene fuori da quéste righe, e cioè che il pubblico avrebbe sicuramente preferito il progetto tradizionale, perché "l'ottangolo è pensiero di pochi". Agli inizi del Settecento la gran massa della gente non sapeva ne leggere ne scrivere, non era mai uscita dai confini del proprio paese, e per soddisfare i propri modesti bisogni non poteva che sperare in una grazia divina: come si potevano far comprendere a questa gente lo più ardite novità dell'arte barocca - E fu così che venne edificata la Chiesa nelle forme che oggi possiamo ammirare, sui pianta quadrata, con tre corte navate, cupola impostata su tamburo ottagonale, e uno splendido portale in pietra, realizzato direttamente dal Ricciulli, come pure la balaustra, i cui motivi il maestro ripropone nelle pregevoli decorazioni della facciata della Chiesa della Madonna della Serra a Montalto Uffugo. La facciata, con tre nicchie di cui una centrale e le altre una per lato costruite presumibilmente per ospitare delle statue di Santi, esprime i modi tipici della fastosa decorazione barocca, con una profusione di volute e fogliame accartocciato ad attorniare l'intero portale, con figure maschili e femminili dalle forme piene a mo' di cariatidi per sorreggere le piccole cornici dei lati delle lesene scanalate, fiori e grappoli d'uva, il tutto proseguito anche al di sopra del timpano fino ad avvolgere la finestra sovrastante, mentre la stessa scritta incisa sulla trabeazione sottolinea le meraviglie dell'opera, descritta come "Opus mirabile Mariae Virginis iuxta aquam in plateis", quasi fosse anch'essa un miracolo della Vergine, operato di fronde alla bella fontana della piazza. Nella sua descrizione del portale in chiave antropologica, invece, il Minervino si dilunga in una ricerca di significati reconditi delle figure, definite, chissà perché, zoomorfe, visto che non hanno affatto forme animalesche, perdendo di vista, alla fine, il portale stesso, dal momento che descrive anche cornucopie e festoni assolutamente inesistenti, com'è altrettanto inverosimile la sua datazione al Quattrocento dell'origine della Chiesa, poiché i documenti del 1704 rappresentano la testimonianza certa della sua costruzione ex novo in quella data.
La Chiesa non subì gravi manomissioni nel corso dei secoli, tranne un piccolo ampliamento eseguito nel 1937 per realizzare la sacrestia e il nuovo campanile, mentre sul retro sono ancora visibili, e ben conservati, gli antichi archi che alloggiavano le campane, sormontati da pinnacoli terminanti con una sfera di pietra, motivo che ricorre anche sulla sommità della facciata. All'interno, la cupola è di circa 15 metri, le tre navate sono divise da tre grossi archi barocchi, la navatina di destra è dedicata a San Giuseppe, quella di sinistra alla Madonna di Lourdes, entrambe sono comunicanti con l'altare maggiore attraverso due piccoli archi barocchi . Sopra l'altare, una grossa cornice in legno finemente intagliata con lamine in oro zecchino impresse a fuoco ed al centro la Madonna di Montevergine "bizantina" con corona e diadema in oro. Il tabernacolo è in oro. Bellissimo è l'organo a mantice con cortiglio che porta la data 1752. Tele del 500 di San Giacomo e San Lorenzo. Rimane invece fortemente degradato il tessuto urbano dei quartieri circostanti, lasciati nel più completo abbandono e quindi alla mercé delle più svariate aggressioni edilizie, che hanno già pesantemente modificato in negativo questa parte del centro storico così importante per la storia e l'arte della città di Paola. Soprattutto la zona alle spalle della Chiesa di Montevergine e quella lungo Via Terravecchia riflettono una situazione di degrado che fa penosamente tornare alla mente le parole di quel parroco che nel 1704 descriveva l'arca della Chiesa come miracolosamente rinata alla vita civile e religiosa dopo essere stata ricettacolo di "giucatori, bestemmiatori e donne impudiche". Dopo quasi tre secoli, purtroppo, ci troviamo nuovamente nelle condizioni di doverci preoccupare del risanamento di quest'arca dimenticata, che invece avrebbe meritato ben altre attenzioni, a partire da un'appropriata campagna di recupero della Via Terravecchia che ancora serba le tracce delle terribili inondazioni del Torrente S. Domenico (la più grave fu quella del 1513), a causa delle quali rimasero sepolte sotto uno spesso strato di fango le case fino ai primi piani, di cui si distinguono le sommità dei portali e delle finestre quasi a filo della strada attuale. I1 sensibile innalzamento del livello del terreno fece evidentemente desistere gli abitanti dall'idea di poter scavare e riportare alla luce le vecchie case, e si ricostruì sopraelevando ciò che rimaneva di esse. Tale memoria storica va salvata e conservata nel suo complesso, poiché inutili e dannosi si rivelano gli interventi sporadici mirati solo al recupero di qualche emergenza monumentale più importante, se poi essi non vengono inseriti in un discorso più ampio di salvaguardia globale del territorio e di corretta pianificazione urbanistica. Sul portale "OPUS MARIAE VIRGINIS IUXTA AQUAM IN PLATEIS MONTE VERGINE".
testo a cura di Samà Franco
da www. comune.paola.cs.it
San Franceschiello a Paola
Casa Natale del Santo Patrono
Salendo per Via IV Maggio vi è il Piccolo Santuario della casa natale di Francesco Alessio (n. 1416, m. 1507), santificato col nome di San Francesco di Paola. Essa fu trasformata, nell'Ottocento, in oratorio con il nome di "San Franceschiello o Francischieddu", la facciata presenta un bel portale lapideo in tufo locale in stile barocco, opera di artigiani locali, nell'interno un'unica navata con una piccola cappella. Da alcune finestrelle con vetrino sono ancora visibili le strutture originarie della casa natale del Santo, probabilmente risalente alla fine del Trecento. La chiesetta, restaurata nel 1940, fu abbellita con affreschi sulla volta del pittore E. Juso e da un mosaico sull'altare maggiore con raffigurante il Cristo, tele dipinte ad olio da autori diversi (notevole un dipinto raffigurante S. Francesco Orante davanti alla Vergine di Loreto).
Vi si trova anche un Epigrafe a ricordo della natività del Santo.
da www. comune.paola.cs.it
Chiesa dell'Immacolata a Paola
Cappella del Suffragio
E' una costruzione attigua alla Chiesa Matrice. La Madonna del Suffragio, era annessa in origine ad un antico ospedale detto della Concezione. L'interno della chiesa si presenta a ad una navata centrale e due navatine laterali, in stile barocco. All'interno c'è un dipinto ad olio su tela, opera di bottega meridionale dell'ultimo periodo barocco (secolo XVIII) ed ancora una bella statua della Madonna, in cartapesta e gesso.
da www. comune.paola.cs.it
Chiesa della SS. Annunziata
Duomo di Paola
Un'ampia scalinata porta in cima alla chiesa arroccata su un podio. E' il massimo tempio paolano dedicato alla SS. Annunziata, detta anche chiesa Matrice, risale al 1400, ma il suo stile gotico fu rimaneggiato nel periodo barocco (XVIII sec.). E' la prima chiesa in rito latino dopo quelle di origine greco-basiliane nel territorio di Paola.
Le sue origini, si possono far risalire al periodo normanno, per le tracce di fregi e piastrini.
Nel ripristino delle arcate e delle pareti sono riapparsi gli affreschi del XIV-XV secolo.
Arrivati all' atrio del sagrato appaiono due portali, segno della doppia strutturazione eseguita sul primitivo progetto. All' interno si presenta con una grande navata e due navatine laterali, sorrette da antichissimi fasci di colonne ed archi danno l' immagine di uno stile gotico tra i più puri di tutta la Calabria. Ha subito vari rimaneggiamenti, una prima volta nel XIV-XV secolo, poi nel XVII e poi rimaneggiato nel periodo barocco (sec. XVIII).
Finestre prerinascimentali (finestre ogivali, pilastri tufacei polistili). Altare maggiore, con balaustra in marmo policromo, a commesso, opera di artigiani napoletani del XVIII secolo, in puro stampo barocco, in marmi pluricolori.
Lo stesso dicasi per l'altare del Sacramento. Coro ligneo intagliato e intarsiato barocco, iscritto e datato: Antonius Lattari a Fuscaldo, A. D. 1786, arte fuscaldese.
Stipi della Sagrestia intagliati e intarsiati, manufatto della stessa bottega.
Interessante anche il prospetto dell'organo con pilastrini e cimosa barocca lavorati ad intarsio e dorati.
Notevoli i dipinti:
-L'altare maggiore è dominato dalla grande pala dell'Annuciazione della Vergine, dipinta ad olio su tavola (in fastosa cornice lignea dorata), eccellente opera secentesca attribuita a Fabrizio Santafede;
-Presentazione al tempio, opera del 1589 di artista napoletano (forse Francesco Curia);
-Ascensione di Nostro Signore, dipinto del sec. XVIII di seguace del Solimena;
-Madonna della Maternità, olio su tela di anonimo napoletano del sec. XVII; San Giovanni Evangelista, olio su tela del 700;
-San Vito, tela settecentesca dipinta ad olio, opera di artista probabilmente siciliano dell'ultimo periodo barocco;
-dipinto, non identificato, di un certo interesse, attribuito a Fabrizio Santafede;
-una tela raffigurante una santa non bene identificata a causa del suo cattivo stato di conservazione, attribuibile al Pascaletti;
-Nella cappella del Suffragio, sede dell'omonima confraternita, tela della Madonna del Suffragio.
Ecce Homo, busto ligneo scolpito a tutto tondo e dipinto al vero, scultura secentesca di bottega minicipale.
Battistero ligneo poligonale cuspidato sei-settecentesco, pure di stampo barocco, in marmi pluricolori. con basamento lapideo scalpellato, e con pannelli e guglia a ricchi intagli decorativi, opera d'intagliatori regionali del '700.
Una bellissima fonte battesimale (per immersione) in pietra decorata con croci gemmate.
da Romano Napolitano
Era in origine la Chiesa della Grancia Florense nella terra di Paola, appartenente a quella di Fiumefeddo Bruzio, costruita nel luogo indicato da Matteo di Tarsia, signore di Fuscaldo, con la donazione nel dicembre 1203 ai monaci dell'ordine dei Florensi dell'abate Gioacchino da Fiore, poi Cistercense, della tenuta di Baracche e Cammarelle, confinante con il tenimento Don Guiccione con tutti i relativi villani e servi della gleba. Quanto sopra per completare la chiesa di Fontelaurato in Fiumefreddo Bruzio. Il casale però, sotto i monaci Florensi, si sviluppo notevolmente, tanto che venne costruito anche un "porto". La chiesa venne completata prima del 1216 in stile normanno-svevo e poi in tardo gotico, mentre quella di Fontelaurato non fu mai completata. Nel 1223 morì Matteo di Tarsia e vi succedette il nobile milanese Bernardo del Poggio, questi , resosi conto dell'allettante fortuna a due passi della sua terra, non volle tener conto della donazione del suo predecessore e fece causa ai monaci per riprendersi le terre di Paola. Il tribunale di Napoli diede ragione al del Poggio e quindi nel 1282, le terre di Paola ritornarono nel fondo di Fuscaldo e vi rimasero fino al 2.8.1806, data che sancisce la fine del feudalesimo (legge eversiva della feudalità).
E' la prima chiesa in rito latino , dopo quelle di origine Greco-Basiliane nel territorio di Paola, ristrutturata nei sec.XIV-XV e successivamente nel sec.XVII in puro stile barocco, oggi si presenta, in seguito ai lavori a partire dal 1971 che rimossero le applicazioni barocche, in stile gotico internazionale. All'origine in quel luogo ci doveva essere o un piccolo promontorio, oppure venne effettuato un riempimento per creare uno spiazzo sul declino della collina, questo si può notare dal grosso muro di sostegno, che si innalza dal piano stradale e dalle case di Via Duomo.
di Francesco Samà
Completamente ignorata dalla critica più qualificata e dagli studiosi, la Chiesa della SS. Annunziata, o Duomo rappresenta invece un interessantissima testimonianza dell'arte tardo-gotica in Calabria. Priva di qualunque riferimento documentale certo, o di tradizione orale, che possa in qualche modo darle una esatta collocazione storica, una sua datazione può essere indicata sulla base degli elementi stilistici e tipologici che la caratterizzano, elementi molto complessi a causa dei numerosi interventi a cui la chiesa è stata sottoposta, tenendo conto anche del fatto che in Calabria le novità artistiche, in modo particolare il gotico, sono giunte con molto ritardo. Si può affermare pertanto che essa fu edificata durante il periodo della costruzione della lunga serie di complessi conventuali francescani sorti nella regione nel corso del sec. XV, e si inserisce cronologicamente fra la Basilica di S. Francesco nel suo primo impianto (1454) e la chiesa annessa al complesso conventuale di Sant'Agostino, che reca incisa sull'architrave del portale d'ingresso principale la data 1493. Se la ricostruzione della storia del complesso è veritiera, come a noi sembra, ne segue che, essendo la stessa chiesa dell'Annunziata sorta dopo la nascita di Francesco (1416), non potè il Santo essere stato battezzato in essa, come pure qualcuno acriticamente ha sostenuto, e senza alcun fondamento. Fu proprio il Sec. XV l'epoca in cui Paola assunse una dimensione rilevante, grazie all'importanza del porto, molto attivo alla fine del secolo, che determinò una notevole crescita sociale, un'espansione del suo territorio, un aumento della popolazione e un crescente sviluppo culturale della città, e grazie anche alla presenza dell'ordine dei Minimi, che per la sanità di Francesco richiamava nel proto?cenobio di Paola molti devoti e pellegrini, mentre il suo territorio fino alla fine del Trecento era ancora considerato un'area agricola, "terra", assoggettata a quello di Fuscaldo, e l'unica presenza di rilievo era rappresentata dalla Badia delle Fosse o della Valle di Josaphat, documentata già nel 1218. Era appunto denominato "Terra Vecchia" il luogo dove fu costruita la SS. Annunziata, prima parrocchia della città, nome che ricorre negli annali conservati nella canonica della stessa chiesa a partire dal 1669. Di chiara derivazione gotica, la fabbrica presenta tuttavia una tipologia scarsamente leggibile, per i diversi interventi di consolidamento succedutisi nel tempo, e ancor più per la strana sequenza di archi ogivali che suddividono le navate, tutti diversi l'uno dall'altro, sia nelle dimensioni che nella esecuzione plastica, e asimmetrici rispetto a quelli frontali. Nonostante ciò, risulta evidente la primitiva impostazione dell'opera, con la navata centrale dell'accentuato slancio verticale, sottolineato dalla presenza di due arconi a sesto acuto, che sorreggono le grandi volte a crociera, e dal contrasto netto con le due navatelle laterali, molto più strette e più basse. Questa differenziazione fra le navate, così esasperata, tipica del linguaggio artistico gotico, rappresentava l'esaltazione del divino sull'umano, l'elevarsi dello spirito verso le altezze celesti, e non a caso la ritroviamo nel Santuario di San Francesco, dove l'imponenza della navata centrale è rafforzata dalla presenza di un'unica navatella laterale, sulla destra, piccola e scarsamente illuminata. Un primo intervento di consolidamento strutturale si verificò probabilmente nella seconda metà del Cinquecento, in seguito a un cedimento del terreno che rese necessaria la realizzazione dell'arcone della navata centrale, quello più vicino all'ingresso, uniformato allo stile gotico degli altri archi, anche se diverso nell'impostazione delle linee, che andò a coprire in parte 1e due arcate sottostanti, deturpando la scanzione ritmica delle navate laterali. E' interessante sottolineare che la navata laterale sinistra è caratterizzata da un arco con colonnine binate che proseguono doppie anche oltre il capitello, sull' ogiva, mentre gli altri archi sono a colonna semplice, appoggiata al pilastro in pietra, con un castolone laterale che evidentemente avvolgeva tutto l'arco, e di cui rimangono soltanto alcune basi. Una modifica sostanziale si ebbe fra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento, quando venne realizzata la serie di archi a tutto sesto nelle navate laterali per dare maggiore consistenza statica all'impianto e, nel contempo, per il desiderio di adattare la chiesa ai nuovi gusti artistici, operazione quest'ultima che comportò il danneggiamento di vasta parte delle membrature gotiche per far posto agli stucchi barocchi. Intorno alla metà del Settecento fu realizzata l'adiacente Cappella delle Anime del Purgatorio, la cui esistenza è documentata da una ricevuta di pagamento datata 11 novembre 1768, con la quale veniva consegnata al procuratore Tommaso Vincieri, che firmò la ricevuta, la somma di 20 ducati a cura del parroco don Francesco Saverio Fasani, nonché dall'elegante portale in pietra tufacea scolpita riccamente decorato da motivi ovoidali e volute.
Nello stesso periodo la Chiesa della SS. Annunziata fu abbellita da due pregevoli altari in marmi policromi scolpiti e intarsiati, di chiaro gusto napoletano, quello della Cappella della navata laterale destra datato 1769, dal mobilio di sacrestia, dal coro e dal pulpito, tutti in legno finemente scolpito e intarsiato, eseguiti dal maestro intagliatore Antonio Lattaro da Fuscaldo nel 1786. In seguito al terremoto del 1783 la chiesa subì un ulteriore intervento, che determinò il suo prolungamento e la realizzazione di altri archi a tutto sesto nella parte terminale delle navate, nonché di una doppia cupola nella navata laterale sinistra in corrispondenza del battistero che, in seguito all'apertura del nuovo ingresso laterale della Cappella del Purgatorio, fu collocato nell'attuale sede. Inoltre, nell'Ottocento, a causa della precarietà statica che ha sempre interessato la chiesa, fu realizzato l'ispessimento della muratura della facciata principale, inglobando in parte il monumentale portale in pietra tufacea, decorato da due ampie volute interrotte, ossia coprendo lo stipite destro del portale dell'adiacente Cappella del Purgatorio, frammentandone l'elegante disegno e la sua spazialità, aggravata successivamente dall'esecuzione del pronao antistante la facciata, la cui Copertura la nasconde quasi completamente alla vista. Ma il danno più grave non fu apportato alla chiesa solo dalle aggiunte e dalle manomissioni architettoniche, bensì dal sistematico e regolare saccheggio, da parte di alcune famiglie paolane o di alcuni studiosi avventurieri, del vasto e cospicuo patrimonio cartaceo e documentario riguardante la storia e la vita quotidiana della parrocchia, registrata in atti e carteggi che avrebbero potuto permettere la ricostruzione di un discorso storico delle sue origini, e, cosa ben più importante, segnare le pagine della storia vera della città. Si fa appello a queste famiglie affinché restituiscano il materiale in loro possesso, perché patrimonio di tutti, e per il rispetto della cultura e della civile convivenza. Fortunatamente. il materiale superstite viene ancora custodito gelosamente dall'attuale parroco don Pietro De Luca, al quale va il ringraziamento di tutta la comunità, mentre una nota di merito va al giovane Giancarlo Castagna, che con umana comprensione e paziente umiltà ha consentito la consultazione degli archivi parrocchiali e la lettura artistica della chiesa.
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Chiesa del SS. Rosario
edificio religioso dei padri Gesuiti a Paola
La Chiesa e il Collegio paolano dei padri Gesuiti (attualmente trasformati rispettivamente in Chiesa del Rosario e Palazzo Comunale), sono una creazione dei locali signori feudatari Don Tommaso e Donna Ottavia Spinelli, marchesi di Fuscaldo, che nel 1615 chiamarono i Gesuiti nella loro piccola città portuale calabrese. A tale scopo i marchesi Spinelli, nel 1617 acquistarono, per la "Compagnia di Gesù", un terreno sul quale doveva sorgere il complesso architettonico per la residenza dei padri Gesuiti e la Chiesa. In questo periodo ancora non era venuta fuori la proposta di arricchire la città di un collegio, difatti non appena un primo progetto fu approvato dalla Curia Generale dell'Ordine, lo stesso marchese Spinelli, pose la prima pietra per la costruzione della chiesa e della residenza dei Padri. La costruzione, però, non fece reali progressi tanto che tre anni più tardi si parlò sia di cambiare luogo sia di cambiare progetto perché invece di una residenza per due padri addetti alla chiesa, si voleva erigere un ampio e decoroso collegio per la formazione culturale e spirituale dei giovani. Chiaramente il concetto architettonico in questo tempo non era ancora ben definito.
Per espresso desiderio del marchese si fece quindi venire a Paola il P Pietro Provedi, architetto della provincia dell'Ordine, per provvedere ad un progetto definitivo. Così, non prima del 13 gennaio 1632 si addivenne ad una trasformazione della residenza in un Collegio con il quale poteva collegarsi un arricchimento del numero dei padri Gesuiti da inviare in Paola. Il marchese, frattanto, sia presso la Curia dei Gesuiti in Roma, sia presso il P. Provinciale in Napoli dichiarò di obbligarsi a provvedere "i fondi bastevoli non solo a due, ma a quanti erano necessari per la formazione di un Collegio". In realtà i lavori intensivi della costruzione non si dimostrarono tali se non intorno al 1633, dopo che giunse a Paola il Fratello Coadiutore Agazio Stoia, architetto dell'Ordine, il quale allestì un nuovo disegno del Collegio e perfezionò quello della Chiesa e diresse i lavori fino a tutto il 1634. Gran parte del Collegio fu terminato dieci anni dopo, cioè nel 1644. La Chiesa, invece, fu messa in condizione di svolgere le più essenziali celebrazioni liturgiche. I lavori si ritennero conclusi nel 1690 anche se le rifiniture della Chiesa continuarono fino al 1716 ed ancora oltre, perché, nel 1738 si perfezionò la Cappella di S. Francesco Saverio e nel 1742 si migliorò l'Abside. Un pregevole altare maggiore con marmi intarsiati dava splendore all'Abside. In alto, con cornici stuccate in oro, in grossi medaglioni sovrastavano, in un ciclo, i Santi Gesuiti con al centro la "Immacolata". A sinistra dell'Immacolata, S. Ignazio, fondatore dell'Ordine, a destra S. Francesco Saverio. Poi seguivano S. Francesco Regis, S. Francesco Borgia, Santo Stanislao Kostka, S. Luigi Gonzaga. Il coro e l'organo, su due colonne all'ingresso della Chiesa sono anche di questo periodo. Purtroppo dopo il 1767, anno in cui per ordine del Ministero Tanucci, i Padri Gesuiti furono espulsi dal Regno di Napoli, le tele della "Immacolata" con S. Ignazio e S. Francesco Saverio, furono sostituite da una unica grande pala d'altare che raffigura la Madonna con i santi nella lotta contro gli eretici.
Questa sostituzione fu operata dai padri Domenicani, dopo l'espulsione dei Gesuiti, perché il loro convento, in Largo San Domenico, era stato danneggiato da una alluvione. Da questo breve tracciato storico si può quindi concludere che il collegio e la Chiesa dei padri Gesuiti fecero capo a due progetti, quello del P. Pietro Provedi e l'altro del Fratello Agazio Stoia. Il primo fu elaborato negli anni 1617?1620, il secondo, invece, migliorando il primo, divenne esecutivo nel 1633. Il visitatore attento resta immediatamente colpito dall'imponenza di questi due edifici perfettamente legati l'uno all'altro.
L'interno della Chiesa è fatto da un'ampia navata con due cappelle per ogni lato e una abside semicircolare. In analogia con la maggior parte degli edifici sacri del tempo, costruiti dai Gesuiti, ci sarebbe da domandare come mai nel concetto architettonico originario non sia stata inclusa la Cupola ed il transetto. Ma il decorso delle antiche mura della città, che si rilevano al di sotto dell'attuale abside, fanno subito scartare questa supposizione. Risulta, nondimeno, molto interessante la strutturazione architettonica della Chiesa stessa all'interno.
Le pareti laterali della navata sono ritmate in uno schema suddiviso in spazi alternati che si restringono o si allargano. Difatti nelle chiese dei Gesuiti della stessa epoca si trovano a reggere la volta pilastri liberi tutto intorno. In questa chiesa, invece, in un settore si aprono le arcate per le volte a botte delle cappelle laterali, ed in un altro, ritmicamente alternato, si trovano spazi rettangolari che alla base hanno come delle porte entro le quali sono inseriti i confessionali. Praticamente la volta della Chiesa poggia su due ordini di pilastri: il primo all'interno e che in realtà sostiene sia la volta a botte sia le arcate delle cappelle laterali, ed il secondo, esterno, incorporato nella parete laterale, che fa da contrafforte. Quindi la volta a botte poggia sui pilastri interni, ma anche qui in alto c'è un altro gioco ritmico alternato fra una slanciata abside cieca e le finestre ornate con piccole arcate. Questa ultima alternanza ritmica in verticale contribuisce a dare slancio alla volta, che pur essendo alta, appare, così, ancora più alta e più leggera. Così si presentava la Chiesa di S. Ignazio verso la fine del settecento e così tuttora si presenta sotto l'aspetto architettonico, anche se le cappelle laterali hanno subito notevoli mutazioni a causa di aggettivazioni di tipo devozionistico.
testo a cura di Don Raimondo Verduci
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Chiesa di San Giacomo
lungo il Corso Garibaldi a Paola
Il capolavoro più significativo dell'architettura neoclassica esistente nel territorio di Paola, la chiesa di S. Giacomo, che rappresenta sicuramente lo scrigno più prezioso dei tesori artistici dell'intero comprensorio tirrenico, e si affaccia sull'antico Corso S. Giacomo, ora Corso Garibaldi, a poca distanza dalla chiesa del SS. Rosario e dell'antica porta d'ingresso alla città. I lavori di restauro hanno riportato alla luce le antiche membrature dell'impianto primigenio della Chiesa, risalente alla prima metà del Settecento, strutturata in una unica navata dalle dimensioni notevolmente più ridotte rispetto alle attuali. Sono riaffiorati infatti sulla facciata, ai lati del portale d'ingresso principale, i resti delle cornici in pietra tufacea in due nicchie, che permettono di ricostruire la tipologia originaria della fabbrica, il cui livello di base doveva essere certamente più basso, quasi sul piano stradale. Fra la fine del Settecento e gli inizi dell'Ottocento, probabilmente in seguito al terremoto del 1783, che devastò quasi tutta la Calabria, la chiesa fu ampliata e modificata nelle forme attuali.
Le navate laterali, nonché l'abside, furono realizzate utilizzando lo spazio dei sottopassi allora esistenti, che conducevano alla strada principale, tipici degli impianti medievali e che caratterizzano ancora oggi tutto il borgo S. Giacomo, inglobando anche parte delle murature dei fabbricati adiacenti. Questa soluzione rese necessaria la realizzazione dell'attuale gradinata d'accesso alla Chiesa, in pietra tufacea, affiancata da ringhiere in ferro battuto lavorato sostenute da pilastrini in arenaria scolpita a volute, opera di maestri scalpellini fuscaldesi, per compensare il dislivello venutosi a creare in seguito all'innalzamento della quota del pavimento della navata centrale, e uniformarlo a quello delle nuove navate. Non si hanno notizie precise sulla esatta data della fondazione, come pure dell'ampliamento. Si può solo affermare che la scritta incisa sulla parete centrale dell'architrave, "Carlo Palmiero di Paola ? Artefice 1832" indica la data e il nome del maestro scalpellino che eseguì il portale d'ingresso principale della Chiesa, data da non confondere con quella della sua costruzione, di epoca certamente anteriore al 1828. Ciò è supportato da un' altra iscrizione posta sul frontale del pulpito conservato all'interno della stessa Chiesa, riccamente decorato da paludamenti barocchi, "Antonius Lattari a Fuscalido Artefice 1828", nonché dalle evidenti diversità della pietra utilizzata per decorare la facciata principale, timpano, cantonali, lesene, ecc., di aspetto molto più consunto rispetto a quella del portale e quindi anteriore al 1832. E' proprio la facciata l'elemento più pregevole dell'intero edificio, caratterizzata da lesene in pietra scanalata su alti basamenti e capitelli in stile ionico, reggenti un alto cornicione con decorazione a dentelli, sul quale s'imposta il grande timpano, anch'esso in pietra e decorato interamente da una fitta ed elegante dentellatura. Le tre porte d'ingresso, come pure le tre finestre sovrastanti, hanno stipiti in pietra, con ricchi decori sul portale centrale, fiori, foglie e volute finemente scolpite, opere tutte di scalpellini fuscaldesi che, a quel tempo, come gli intagliatori della stessa località, godevano la fama di migliori specialisti in tutta la Calabria. Sulla navata laterale destra si erge il campanile, sormontato da una cupoletta coperta da pregevoli tegole in ceramica a squame, che l'intelligente restauro condotto scientificamente dalla ditta "Aloise di Paola" gli ha restituito il suo antico splendore.
testo a cura di Francesco Sama'
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ex Convento di S. Agostino
complesso architettonico del tardo Medioevo a Paola
Il complesso architettonico dell’ex Convento di S. Agostino della città, sia artisticamente che attraverso fonti storiche, ci fa risalire al tardo Medioevo. Quando ancora non si pensava neppure ad una grande chiesa e ad un convento un benestante cittadino paolano, Francesco Piscione, là dove ora c'è la Chiesa, fece erigere una cappella. Non si sa se di questa cappella restino le tracce, che eventualmente potrebbero identificarsi con alcune strutture tardogotiche tuttora esistenti nella Chiesa. Quando l’insigne cittadino paolano si dedicava a questa pia opera correva l’anno 1390. A quel tempo l’Ordine degli Agostiniani cominciava a diffondersi in Calabria e da fonti indiscutibili risulta che i primi conventi agostiniani nella diocesi di Cosenza, cioè, S. Agostino in Paola e San Giovanni Vecchio Fuori le mura in Fuscaldo, risalgono al XIV secolo.
L’ipotesi più verosimile circa l’iniziale sistemazione nel territorio di Paola degli Agostiniani è da associarsi alla donazione della cappella di proprietà della famiglia Piscione che si riservava alcuni privilegi. Benché molti movimenti, sia di canonici regolari che di monaci, si ispirassero ai principi spirituali di S. Agostino, precedentemente alla costituzione dell’ordine, esso giuridicamente fu fondato ed approvato il 1° aprile 1256 da Alessandro IV. Gli appartenenti all’ordine vennero chiamati "Eremitani di S. Agostino".
Da questo ordine, nel secolo XVI, cioè, al tempo delle riforme monastiche si staccò un ramo detto dei "Recolletti" o "Romitani Scalzi di S. Agostino". In Calabria i "Recolletti" fecero capo ad un riformatore, Francesco da Zumpano, e gli agostiniani seguaci di questa riforma furono anche detti Zumpani. La riforma degli Zumpani non interessò il Convento Agostiniano di Paola che non solo non ebbe bisogno di riformarsi, ma in tutto il secolo XVII diede alla provincia agostiniana di Calabria numerosi superiori, visitatori e vicari generali tra questi; i più celebri sono:
Ferrante da Paola nel 1630; Lorenzo da Paola nel 1652; Giambattista da Paola nel 1685; Gregorio Gagliardi da Paola nel 1687; Ambrogio Marchesi da Paola nel 1691; Tommaso Sanniti da Paola nel 1695.
Quanto gli Eremitani di S. Agostino si insediarono in Paola trovarono la Chiesa del Convento già intitolata a S. Caterina V. M. ed essi per qualche tempo ne conservarono il titolo che poi trasferirono ad un’altra cappella, riservando alla loro chiesa quello di S. Agostino. L’interno del Tempio ha tracce di architettura gotica con abside a tre campate con volte a crociera. Nel portale esterno della chiesa, di stile gotico, è scolpito l'anno 1493. Questa data indica la costruzione della nuova struttura operata dai monaci sotto la direzione di un certo Antonio Catarrus di Paola, su richiesta evidentemente degli stessi, per scolpire il magnifico portale in pietra. Questo primo periodo rappresentò un’epoca florida per l’Ordine a Paola, e lo si deduce dal fatto che i frati fondarono una successiva chiesa dedicata a S. Giacomo, detta di S. Agostino pure del 1493. Il 2 luglio 1555 il Monastero fu assalito dalle orde turche le quali, una volta penetrati in città, erano riusciti a spadroneggiare anche dentro le mura di quest’ultimo tempio paolano. Non c'è dato sapere se i monaci guadagnarono la libertà nella fuga, ma è certo che l’edificio fu saccheggiato e danneggiato.
Gli anni che seguirono furono tristi per Paola a causa della distruzione perpetrata dai turchi berberi, il primo restauro della chiesa del Monastero è registrato nel 1570. A provvedere a tale opera fu ancora chiamata la famiglia Piscione il cui nobile Marco Antonio si adoperò per riportarla all’antico splendore. L’anno successivo si ritorna a parlare della chiesa. Il motivo questa volta è legato alla sepoltura di alcuni ufficiali paolani di nome Camillo Carbonelli, Cola Zincone e un certo Canonici, morti nella battaglia navale di Lepanto del 1571. Costoro erano accorsi con altri cento volontari del posto ad aiutare l’armata austro-ispano-veneto-genovese, guidata da Don Giovanni D’Austria contro l’armata turca.
Dopo la vittoria cristiana e la spartizione del ricco bottino, le armate avevano fatto ritorno ai vari regni e, sull’esempio di questi, anche i soldati e ufficiali paolani ritornarono portandosi le loro salme. Nella chiesa di S. Agostino avvenne la tumulazione di questi eroi paolani e sulle loro lapidi furono scolpite figure di animali simili al cane. Così allora i calabresi identificavano i turchi e, quelle sepolture rappresentarono il riscatto, certamente orgoglioso, del conto in sospeso degli abitanti del posto verso i turchi dal lontano 2 luglio 1555. Le lapidi sono oggi scomparse, al loro posto sono però visibili le buche dentro cui erano custodite le salme. Sono dieci in tutto, di forma rettangolare, intervallate lungo il perimetro della navata centrale. Oltre a queste insigne figure, in periodi diversi furono tumulate le salme delle maggiori famiglie di Paola, le quali contribuirono ad abbellire nuovamente la chiesa con offerte cospicue e, per tale motivo era loro riservato un posto di rilievo nella chiesa. Buche quadrate lungo il pavimento della navata laterale, fanno ritenere che fossero state utilizzate per altrettante tumulazioni. I sei altari laterali disposti un tempo lungo la parete sinistra della navata centrale sono oggi del tutto scalzati.
Essi si distinguevano tra di loro dagli stemmi araldici delle varie famiglie di cui uno ancora si ammira perché murato in alto, in cima all’ultimo altarino rimasto in vita. Lo stemma raffigura due colombe adagiate sulle foglie di un fiore, affiancate da due stendardi a destra e a sinistra. Uno di questi altari fu eretto nel sec. XVIII da Don Muzio Rosso, appartenente ad una delle famiglie gentilizie di Paola, il quale fu eletto nel 1704 capo dei Nobili della città. Costui era discendente niente meno di quel Muzio Rosso conosciuto nel 1648 come lo "zio segreto" del marchese di Fuscaldo. Il notaio Francesco Maddalena di Paola, l’11 febbraio del 1706 aveva protocollato un rogito di Don Andrea Miceli, figlio del fu Giuseppe, nel quale il testatore disponeva che fosse stato sepolto nella chiesa del convento di S. Agostino, "nella tomba gentilizia della sua Cappella sotto il titolo di S. Nicola". Oltre a questi, altrettante famiglie benestanti fecero a gara per accaparrarsi gli altri altari. Il terzo altare fu riservato alla famiglia Piscione, antichi proprietari fondatori ed elargitori di quelle mura sacre. Il quarto altare si è dell'opinione che fosse appartenuto alla famiglia Perrimezzi. Dei restanti ultimi due non si è riusciti a scoprire i proprietari.
Questo monastero doveva essere molto importante in Calabria, poiché oltre ad assolvere alle funzioni di convento, nel 1693 vantava anche un "noviziato", un ulteriore restauro della chiesa fu operato nel 1670 con la contribuzione di Marco Antonio Piscione già uomo di legge del seggio Napoletano. Sarà questo l’ultimo contributo elargito dall’antica famiglia per questa chiesa, anticamente di loro proprietà. Gli stessi erano riusciti ad inserirsi nella realtà napoletana già anni prima, infatti Marco Antonio Piscione sin dal 1658 aveva chiesto di essere sostituito nell'ufficio di vice-secreto del fondaco di Paola. Il 12 novembre del 1620 Giovan Battista Piscione, altro componente della citata famiglia, "de terra Paulae clericus Cusentiu" abbandonò la città dei suoi padri per accettare la carica di Protonotario Apostolico "ad petitionem Ducissae Montuan". Nel corso degli anni successivi, non sopravvivendo nessun nipote di questo casato, non tanto per diritto di famiglia quanto per donazione, nell’anno 1745 un Carlo Maria Barone di Belmonte si impossessò della cappella dei Piscione. Il nuovo proprietario assegnò poi nel 1761 la medesima proprietà gentilizia ad un uomo benemerito paolano. Si trattava di un certo Carlo Mannarino che mantenne la proprietà attraverso i suoi discendenti.
L’abate Pacichelli rammenta che gli Agostiniani fondarono il convento "da più secoli". Dentro le mura fiorì una "scuola di Huomini grandi dè secondi dè quali scrive bene il P. Herrera, ecc.", fra cui "il P Maestro F. Tommaso Maria Franza dè Predicatori Lettor Publico in Napoli, e nell’Accademia oggi vescovo di d’Oria, fra i numerosi paolani ad aver indossato il saio agostiniano, viene ricordato particolarmente il padre F Crisostomo Cubelli vissuto nel secolo XVIII, il quale fu confessore dell’Imperatrice Maria d’Austria e poi Vescovo di Rosone o Rossow in Germania (consonante finale poco chiara ai fini dell'identificazione della città), mensionato dal Pacichelli e dallo storico Elia Amato il quale scrive testualmente "... Chrysostomus Cubelli, Agustianus excalceatus imperatricis Mariae de Austria confessarius deinde Roxoni in Germania antises...", un dato storico, questo molto prestigioso per l’Ordine Agostiniano e per la stessa città di Paola, ma controverso secondo altri studiosi. Ad onorare ulteriormente la città sarà ancora la famiglia Cubelli o Cobelli, per aver dato i natali ad un altro componente della famiglia di nome Prospero, morto in odore di santità, il 9 dicembre 1736 il monastero fu scelto quale sede di trattative da un parlamento popolare, impegnato nella trattazione di un ennesimo aumento della farina operato dai gabellieri comunali, dietro direttive del marchese Spinelli. Le ragioni che spinsero i paolani a tumultuare, furono riposte nelle discussioni dei parlamentari chiusi nelle mura del convento, con la collaborazione dei frati Agostiniani, mediatori quest’ultimi fra un agguerrito popolo accampato attorno al monastero e i delegati del marchese. Anche nei giorni successivi l’edificio sacro fu testimone di altrettanti sviluppi dell’infuocato problema, risolto poi successivamente a vantaggio del marchese del luogo.
Il vasto appezzamento di terra attorno al monastero, una vasta area delimitata in parte da mura, per secoli fu detenuto dai monaci, i quali lo coltivavano a giardino. Un comprensorio questo che aiutò a sfamare quegli abitanti e che fece loro godere di una certa autonomia alimentare. Con la conquista del Sud da parte dell’esercito napoleonico del 1806, iniziano per il monastero momenti tristi, in conseguenza della legge eversiva napoleonica infatti, il convento fu soppresso il 7/8/1809. Al momento dell’abbandono risultava abitato da otto sacerdoti e sei laici. Tutti i documenti che anticamente facevano parte del suo archivio-biblioteca, furono versati all’Amministrazione Diocesana di Cosenza nel 1819. L’inventario di tutti i libri, documenti, pergamene, manoscritti, platee ed altre scritture, utili per una proficua ricostruzione della sua storia, furono raccolti e catalogati dal Direttore del Registro e bollo dell'allora provincia di Calabria Citra, nella persona del Sig. D. Giuseppe De Falvo segretario presso l’Amministrazione Diocesana di Cosenza il 2 giugno 1819. Ecco in sintesi di cosa era fornito l'archivio-biblioteca: "Libro di censi dell’infermeria in due parti. Prima parte di carte in fogli tot. 36 che contiene le somme scritte della (poco chiaro) censo dal 1671 al 1797. Seconda parte di carte fogli tot. 20, le somme entrate in cassa sui censi affrancati dal 1696 al 1790. Libro dei censi (poco chiaro) dal 1779 al 1809. Libro manuale di esenzione di carte scritte, tot. 49. Platee su carte comuni del (poco chiaro) convento di scritte tot. 141. Platee in carta pergamena di tutti gli effetti del monastero di carte scritte, tot. 143 di (poco chiaro), di altre carte scritte, tot. 10. Dal libro sono in tutto carte scritte tot. 153". In seguito alla soppressione del 1809 e anche dopo tale parentesi, nonostante che altri conventi ritornassero ad essere abitati, il monastero dei frati Agostiniani rimase chiuso. Lo stato di abbandono ebbe dunque inizio da allora e lo si apprende particolarmente dalla visita pastorale effettuata il 16 maggio 1828 dall'Arcivescovo di Cosenza in visita per le diocesi. Il cronista scrive che fra le visite fatte a Paola nel corso della giornata, la terza fu dedicata "alla chiesa del soppresso Monastero dei PP. Agostiniani, fatto il discorso di S. Eminenza del buon consiglio, la quale si è trovata in pessimo stato, per cui gli alberi, dove il maggiore, quello di S. Biagio, situato nella parte destra dell'ingresso della porta maggiore, di padronato di Don Nicola Focarelli, erano in mediocre stato, sono stati tutti interdetti".
Gli Agostiniani uscirono in silenzio dalla scena del culto locale senza lasciare ulteriori tracce. Il monastero rimase chiuso per lungo tempo, mentre la chiesa fu associata a quella del Duomo, i cui parroci furono gli unici a celebrarvi qualche messa e, secondo altre fonti, a organizzarvi le poche processioni delle statue di santi, fra cui quella di S. Biagio. Del contributo sociale e culturale operato dall’Ordine Agostiniano nella comunità paolana durante la loro lunga permanenza, non è rimasto niente all’infuori di una quartina che, come nenia le nostre antenate cantavano ai bambini per addormentarli. Essa recita così: "S. Agostino nun vulia lu lattu vulia calamai pinna e carta.
S.Agostino nun vulia la minna vulia calamai carta e pinna", dopo il 1830 non si registrano notizie significative sulla storia di questo monastero. Per avere nuovamente notizie di esso, bisogna attendere la fine del secolo scorso. Nonostante la chiesa continuasse ad essere chiusa, il convento fu oggetto di interesse da parte delle locali autorità. Un’ala del vasto edificio fu adibito ad ospedale, fatto ricordato largamente dalle memorie dei vecchi paolani.
Una successiva ala del fabbricato, inoltre, viene ricordata come quartiere militare, da qui poi il nome "u quartieri", spazio adiacente attorno ad una parte di esso. I piani sottostanti all’ospedale furono successivamente utilizzati come carcere per uomini e donne i quali funzionarono fino ai primi degli anni sessanta. Chiuso da tempo l’ospedale, i locali furono riaperti per ospitarvi, per pochi anni, la scuola media Dante Alighieri. Nei medesimi anni sessanta, nella stessa ala in cui oggi aveva sede il Centro di Cultura Popolare UNLA, fu allestita una capiente mensa che diede da mangiare ai bambini delle scuole elementari. Essa raccoglieva attorno a sé numerosi giovani che si ritrovavano con il Sig. Scerra Menotti, uno degli ultimi autentici artigiani paolani, maestro nell'arte della scultura del legno. Nel tempo, istaurarono anche il museo dell’Arte Popolare.
testo a cura di Don Raimondo Verduci e Giovanni Panaro
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Chiesa dell'Addolorata
complesso architettonico del tardo Medioevo a Paola
E' stata costruita nel 1898 grazie alle rimesse della prima emigrazione transoceanica.
La chiesa è posta tra il Corso Colombo e la Salita San Francesco, è un piccolo edificio mononavato con quattro altari laterali ed un altare maggiore in marmi policromi.
Tra i dipinti si notano sulla destra una tela di anonimo del sec. XIX raffigurante la Madonna bambina con Sant'Anna e San Gioacchino; una immagine dell'Addolorata; sull'altare maggiore, la Deposizione; sul lato sinistro, Madonna del Carmine con le anime purganti e Crocifissione con pie donne. Inoltre due statue che raffigurano l'Addolorata e la Madonna del Carmine.
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