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Calabria

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Itinerari storici - artistici della regione Calabria

Cosenza , Itinerario n.1(ore 4:45)
Piazza XV Marzo - Archi di Ciaccio - Castello (h 2);
S. Francesco d'Assisi - Laboratorio di Restauro - Giostra Vecchia (h2);
Via G. Argento - Vergini (min.45). 

Giungere in Piazza XV Marzo con l'auto i le linee urbane "1 Nera" o "1 Rossa" (la prima offre una visione più panoramica, passando per la circonvallazione a monte).Dalla piazza, si può salire verso il colle Pancrazio, ove spicca il Castello, seguendo via Serra prima e via Gaetano Argento (giurista cosentino, 1680-1728) poi; si arriva così di fronte agli Archi di Ciaccio,che connotano un palazzo a due arcate cordonate a sesto ribassato, di stile aragonese (sec.XV),già di proprietà del Contestabile Ciaccio, poi Sedile dei Nobili ed infine Palazzo di Giustizia sino alla metà del XVI secolo. Salendo, a destra, per la scalinata intitolata a Pirro Schettini (poeta e scrittore seicentesco, dell'hinterland cosentino),si è nell'antico rione di Portapiana [38] dove spicca la Chiesa della Sanità (sec. XVII-XVIII) [39] ed ancora affiorano testimonianze romane. Da qui, ancora su per la piazzetta ove è la chiesa di S.Giovanni Battista (sec. XVIII), si giunge al Castello , monumento interessante malgrado i danni apportati, nei secoli, da terremoti, guerre, e dall'incuria. Tralasciando le fantasie di tanti studiosi, alcuni anche quotati, che parlano di ala araba, sotterranei, rocca bretica, diciamo che l'edificio presenta connotazioni, pregevoli, svevo-angioine, con apporti del '700-'800; solo una parte, comunque, dell'imponente maniero che, anche se non ospitò quasi mai splendide corti nobiliari, fu sempre importante sede di governo, di amministrazione della giustizia, ed anche carceraria.L'ingresso oggi praticato è del '700, riadattato nell'800: si è così nella cittadella, a livello sopraelevato rispetto al piano primitivo, che è quello dei due portali originari, uno ad est con stemma aragonese, e l'opposto, svevo. Si ha di fronte il porticato settecentesco, con la sua porta, tamponata, sormontata dallo stemma dell'arcivescovo Francone. A sinistra, si accede all'edificio; ancora a sinistra, la bella scala coeva, restaurata non proprio felicemente, così come il cemento armato ha appesantito ciò che resta, al primo piano, dell'antica abitazione dei signori, poi "Salone Militare" della caserma ottocentesca (a destra); a sinistra, il residuo primo piano, dei due della quadrata torre mastra, adibito in origine a cisterna sospesa. Salendo ancora, si accede alla sommità della torre ottagonale (anch'essa dimezzata in altezza) e della cosiddetta "Sala del Trono". Bellissimo il panorama che si gode da qui, in ogni direzione: la valle del Crati, i casali disseminati sui contrafforti della Sila, l'intera città, e ad occidente il picco di Monte Cocuzzo. Si possono anche osservare le fondamenta dell'altra torre ottagonale, saltata in aria nel sec. XVII. Ritornati giù, si ammira il passaggio angioino con fini volte, capitelli, stemmi (della casata, sostituiti a quelli svevi alla caduta degli Hohenstaufen): a sinistra, una cisterna; a destra, il grande salone svevo "del Ricevimento", ove è stato riportato alla luce, ma in maniera davvero impropria, il camino federiciano; in fondo, vani di servizio, con feritoie e scarichi, ed un'altra sala, detta, chissà perchè, "della Regina Isabella" Andando avanti, a sinistra, si entra nella prima delle sei sale sveve, chiamate unitariamente "Salone delle Armi", unica rimasta integra, con vano di servizio tipico. Continuando nel vasto Salone, si nota il buono, ma non razionale, restauro delle colonne e dei capitelli d'imposta degli archi crollati; sul lato est, belle monofore e resti, trascurati, di un altro camino.

In fondo, oltrepassata la botola di un'altra cisterna, l'ingresso, in precarie condizioni da anni, e poco opportunamente nel 1994...murato del tutto, alla torre ottagonale: dotata di saettiere e di servizi, presenta una volta impostata su otto agili costoloni e, particolare notevole, a calotta schiacciata, quindi di complessa costruzione. E l'abilità costruttiva, così come la severa eleganza stilistica, degli Svevi si coglie in molte parti dell'edificio, dai marchi degli scalpellini all'agile imponenza degli archi alla fattura dei servizi: certo, misera cosa appare, al confronto, il ripristino degli archi della contigua "Sala del Trono", realizzati...in cemento armato. Nel cortile sono visibili ruderi di murature settecentesche del Seminario, che si elevava per ben tre piani: va ricordato che i radicali lavori, dovuti agli arcivescovi Capece-Galeota, D'Afflitto e Francone, apportarono anche danni, per l'improvvido sbancamento sul lato est, che portò alla inclinazione di tutto questo lato ed a lesioni come quella visibile sulla monofora a sud della "Sala delle armi". Sul lato ovest sono due bastioni ottocenteschi, su probabile impianto angioino; vicino ai resti del locale di servizi (1800), è pregevole quanto rimane di una scala a chiocciola, probabilmente usata per arrivare ai piani superiori, e vicina al portale d'ingresso, anch'esso svevo, al "Salone del Ricevimento".

Sempre nel cortile, i resti di un peristilio che seguiva i muri nord ed est dell'edificio, consentendo un comodo accesso ed infatti gli ingressi originari al Salone del Ricevimento ed alla Sala delle Armi erano unicamente sul cortile. Se i ruderi di questo passaggio coperto sono del sec. XVIII, appare però che esso venne edificato su analoga struttura sveva. Quanto alla storia del nostro castello, dicevamo che esso ebbe funzioni politico-militari e giudiziarie, e quasi mai residenziali, dal che la sua rusticità. Messe da parte le fantasie poetiche, i documenti confermano che in esso dimorarono solo di passaggio diversi sovrani, da Federico II (durante i suoi numerosi viaggi in Sicilia, nella prima metà del 1200), a Carlo d'Angiò che fu l'unico re ad abitarlo, dal 1427 al 1434, agli Aragonesi Alfonso I e II, Ferdinando I e II (1442-1503), all'imperatore Carlo V (1535), per citare i più importanti. Nel sec. XV vi batté moneta una zecca. Ovviamente, il forte fu sempre al centro di tutti gli episodi bellici che coinvolsero la città e fu, dall'inizio, adibito a carcere, anche per detenuti comuni, oltre che per i perdenti delle guerre tra dinastie ed i perseguitati, come i Valdesi (1560) o i patrioti del 1800.

Uscendo dal castello, si ritorna all'incrocio con via Schettini, e da cui si prosegue, sul corso Vittorio Emanuele (circonvallazione, con ottima vista). Dopo poco, a sinistra, la Chiesa di S. Maria di Gerusalemme, sorta (1586) sulle rovine di un monastero cistercense coevo al Duomo (interessanti resti sotterranei, con volte ogivali). Appartenne alle Cappucinelle, e con tale nome è nota popolarmente, ed oggi è scuola ed orfanotrofio. La semplice, ma armonica, facciata ha un bel portale tufaceo con grande rosone racchiuso in un robusto torciglione, opera delle attive maestranze roglianesi del sec. XVI. All'interno, pila in marmo verde di Calabria (sec. XVII), coevo pulpito scolpito in noce e grande tavola "Immacolata" (1558) del calabrese Pietro Negroni (1505-1565) dalla caratteristica composizione: la figura centrale ha attorno i simboli delle laudi. Altra grande tela con "l'Immacolata" (1595), di scuola napoletana, è nell'edificio. Dalla circonvallazione, quasi di fronte, si scende per una scalinata che porta in piazza Marco Berardi ("Re Marcone" leggendaria figura popolare di un brigante del '500) e si giunge alla Chiesa e Convento di S. Francesco d'Assisi. Il complesso venne costruito verso la fine del sec. XIII sui ruderi di un antico cenobio benedettino compreso nel perimetro murario dell'insediamento bretico, i cui avanzi affiorarono nel terreno circostante. Della prima costruzione benedettina restano le pareti di una grande aula, con bifore e monofore su via Messer d'Andrea. Nel XVI secolo l'istituzione conobbe il suo massimo splendore, quale sede dello Studio Generale dell'Ordine per la Calabria, ricca di grandi opere d'arte, un maestoso organo dei Di Palma (1565:attribuzione Mario Borretti), una scuola di miniatura di codici (alcuni splendidi corali si conservano nella Biblioteca Civica), un'infermeria-ospedale, una "spezieria", ed altre attività. Entrando nel convento, si arriva subito al chiostro quadrilatero, con cinque arcate ogivali, su pilastri prismatici, per lato (XIV-XV secolo): su tre arcate, a sud-est, è addossato il massiccio campanile quadrato (1594). Lungo le pareti, frammenti di diversi monumenti funebri del XVI secolo, provenienti dalle cappelle delle famiglie nobili, come Telesio, Sambiase, Parisio, Arnone, ed altri reperti lapidei, nonché un frammento d'affresco (1382). Interessante è, anche, una statua in tufo d'arenaria, raffigurante in forme arcaiche il Santo d'Assisi, forse appartenente alla prima chiesa e posta in qualche nicchia esterna dell'edificio. L'attuale chiesa ha una facciata priva di interesse, risalente ai rifacimenti della fine XVI-XVII secolo ed abbellita agli inizi del '900.

L'interno è a croce latina, peraltro più volte rimaneggiato: oltre ai lavori sugli archi della navata, opera del "Maestro Mangerio" da Rogliano (1657) vi furono il rinnovamento su disegni del "Maestro" Ascanio Bova e figli (1713: datazione M. Borretti), gli stucchi di Calì (1719) e i rifacimenti seguiti al terremoto del 1854.

Entrando, si ha di fronte l'abside seicentesca, dalle ricche decorazioni barocche, e l'altare maggiore col vasto dossale intagliato e dorato, e tela "La Porziuncola", opera di pittore del XVII secolo. Nella navata sinistra, sul secondo altare, "Madonna con Bambino" marmorea di scuola gaginiana, forse del carrarese Raimo Bergantino (1593: attribuzione M. Borretti). In fondo ove era l'entrata del tempio originario altare in tufo del '400, della famiglia nobile Tarsia, oggi però privo di lapide coeva, in pietra nera, e stemma già esistenti. Nella navata di destra, verso la fine, campata quattrocentesca, con volta costolonata e portale, che immette nella Cappella dell'Arciconfraternita di S. Caterina d'Alessandria.

La cappella che forse, con la sua esplosione di barocco, costituisce il momento essenziale della visita al monumento era stata eretta dalla nobile famiglia Migliarese, che poi la cedette ai frati (1530). Questi l'abbellirono, tra la fine del XVII e l'inizio del XVIII secolo, con un ricchissimo soffitto cassettonato, ad intagli lignei di buon gusto barocco. Lungo le pareti, panche in doppio ordine, con schienali ad intagli, e ricca trabeazione. Sull'altare, tela di anonimo meridionale (G.A. D'amato?) "Martirio di S. Caterina" (1600), racchiusa in una opulenta cornice lignea con foltissimo fogliame a larghe volute, opera di buona scuola roglianese del tempo. Di notevole valore, poi, le sei tele, poste alle pareti, al disopra degli stalli, in cornici grevi di intagli, firmate e datate (1705) dal fiammingo Guglielmo Borremans da Anversa (1670-1744), con episodi della vita di S. Caterina. Pure del Borremans erano gli altri dipinti sul soffitto, poi danneggiati e perduti. Segue la Cappella dell'Immacolata, eretta per pubblico voto a seguito della pestilenza del 1656, dal maestro roglianese Domenico Giovanni Mangerio (1657: attr. M. Borretti) ed adorna di stucchi dell'architetto napoletano Giovanni Cali o Calieri (1720: attribuzione M. Borretti). Essa occupa il posto dell'antica abside della chiesa che, come abbiamo detto, era originariamente orientata con l'asse perpendicolare rispetto all'attuale. Ha un altare barocco a marmi mischi (1777), con dipinti di Daniele Russo e, alle pareti, di Gerolamo Cenatiempo, pittore napoletano ("S. Pasquale", 1721) e di ignoto meridionale. Dietro la cappella si accede al coro, ambiente con ampia volta costolonata ed altre decorazioni tufacee (1400 ?) in parte scoperte di recente. Gli scanni lignei a due ordini sono scolpiti da artigiani locali, e datati 1505. In un loculo dietro l'altare, arca lignea (1611) ove è deposto il corpo del Beato Giovanni da Castrovillari, morto in concetto di sanità, il 1530. A sinistra una porticina archiacuta immette nella sagrestia dal grande armadio ligneo, su due pareti, con pannelli dipinti a figure di santi francescani, ed al centro del quale era un politico su legno "Madonna e Santi", attualmente al L.R.S., scompartito in sei pannelli da un rilievo in stile gotico. L'opera già un tempo sull'altare della Cappella di S. Caterina, fu forse rimossa quando la cappella stessa venne modificata ed abbellita, ed è dovuta ad un ignoto meridionale del secolo XV,attivo sulla scia dei maestri della Chiesa di S. Caterina a Galatina (Lecce), non esente da influenze della pittura siracusana-valenciana. Alla parete destra, stipo ligneo, con notevoli rilievi. Interessanti anche l'arco decorato, in tufo, tamponato, e l'affresco di S. Caterina (sec. XIV), ora al L.R.S. E' indispensabile, a questo punto, visitare il Laboratorio di Restauro della Soprintendenza, sito nell'ex convento. E dove è possibile ammirare, in visite guidate, un ricco patrimonio di opere d'arte provenienti da tutta la regione e depositate nel L.R.S. sia per restauri che per ragioni di sicurezza. Segnaliamo, tra esse, la Stauroteca, l'effige della Madonna del Pilerio, e dipinti provenienti dalla stessa chiesa di S. Francesco, mentre una serie di opere di Mattia Preti, Luca Giordano, Pietro Negroni, costituiscono il nucleo di una Pinacoteca permanente.

Ritornati in Piazza M. Berardi, si segue via S. Francesco d'Assisi per una visita al quartiere medievale. Sulla piazza spiccano le arcate oblunghe del quattrocentesco palazzo dei Gaeta [43]; poco più avanti, sempre sulla destra, il portico a tre arcate ribassate su pilastroni con porte dall'arco a pieno centro iscritto in una cornice a riquadro, ed il cortile con pozzo del Palazzo Sambiase (e Vaccaro) [44] dalla caratteristica architettura durazzesco-catalana ed ove dimorò nel 1849-50 Francesco de Sanctis, come ricorda una lapide appostavi nel 1910.

Salendo a destra, la casa ritenuta dell'economista Serra [45] (sec. XVI), con porta stemmata, bslconi decorati, finestra a stipiti modanati dell'epoca. Andando ancora avanti, per via Giostra Vecchia, i numerosi edifici delle famiglie nobili, Cicala, Bombini [46] (dal grande portale, androne cinquecentesco, cortile e giardino pensile dell'800), Caselli [47], con scenografico cortile del sec. XVII, Orsomarso [48] con bei balconi a ventriera e stucchi barocchi, Grisolia [49], vicino su via B. Miraglia casa Palazzi [50], sino al notevole palazzo Sersale [51], in via Gaetano Argento (insigne giurista cosentino, 1680-1728), con il portale tamponato, a grandi stipiti e fasci di colonnine, finestre dalla larga modanatura catalana, stemma ed epigrafe (1483): in esso soggiornò, nel 1535, l'Imperatore Carlo V. Contigua è la Chiesa e Monastero di S. Maria delle Vergini [52], già delle suore cistercensi, eretta nel 1512-20 su disegni di Domenico La Cava, capomastro di val di Crati. Ha un portale esterno decorato con bugne a punte di diamante; all'interno, gustoso portale con lievi stucchi barocchi (sec. XVII), altare principale in legno intagliato e dorato con opulento fastigio, e grande pala "Assunta e Santi" del XVI secolo di M. Curia o G. De Mio, nonché altre opere sugli altari laterali, tra cui un'icona di Giovanni da Taranto (sec. XIII-XIV). A destra della via, ingresso al Palazzo Falvo , con pesante portale a tutto tondo, e notevole androne dalla volta decorata con stemma, scala e pianerottolo su due campate di volta sorrette da mensole pensili, in stile durazzesco-catalano. Tutta la zona è ricca di elementi architettonici interessanti che consigliamo di esaminare, se si ha tempo a disposizione.


Cosenza , Itinerario n.2 (ore 5:45)
Vergini - Piazza Valdesi - Lungo Busento - Rivocati - Riforma(min.45);
Via Roma - Acquedotto - Via Alimena - Piazza Fera(ore 1:00);
Piazza Loreto - Via Panebianco - Campagnano(ore 1:30);
Roges - Rende(ore 2:30)


Dalle Vergini[52],ove eravamo giunti col precedente itinerario, si può ripassare da Piazza Valdesi[17],scendendo,oltre che per il corso Telesio, per una qualsiasi delle numerose antiche vie(interessante, ad esempio, il quartiere di S. Lucia, una volta "a luci rosse"),oppure con gli autobus che passano da Portapiana[38] o dallo Spirito Santo[31]. Riattraversato il ponte Mario Martire, si è, a sinistra, al Lungo Busento Tripoli: da qui, con la bonifica dei fiumi(1913-15),iniziò l'espansione della città a nord, giunta ormai da tempo al conurbamento con il territorio di Rende. E' da dire subito che, se quantitativamente lo sviluppo edilizio di Cosenza ha segnato cifre da primato nazionale, quanto è stato realizzato non offre elementi artisticamente o, almeno, stilisticamente degni di nota: al punto che, tra la miriade di edifici del novecento, gli unici che abbiano un proprio stile, per quanto datato e in linea con la retorica di regime, sono quelli del ventennio fascista.

In conclusione, la città nuova non ha che scarso interesse per l'appassionato di arte, storia e architettura. Seguendo il Busento, si incontra la Fontana del Balilla[53]e, ancora più su dopo il palazzo delle Poste, il Cinema "Italia"[54],già sede della "Gioventù Italiana Littorio", classici esempi dell'edilizia citata. Il limitrofo quartiere dei Rivocati[55],benché antico di almeno sei secoli, non conserva più nulla di interessante, almeno visibilmente; si ripassa da piazza della Riforma(v.IT-1),ed a destra si imbocca via Vittorio Veneto, poi viale Roma, sulla cui mano sinistra, e quindi a monte, sorge, in una zona di importanti ritrovamenti archeologici, - l'Ospedale che conserva il nome antico delle precedenti istituzioni, "SS. Annunziata" - realizzato nel 1938.Poco più avanti, il nuovo(ma già nato vecchio!) edificio delle Poste, mentre, ancora più oltre, e sempre a sinistra, si ritrova il vasto agglomerato di costruzioni dell'epoca fascista[56],con l'elegante palazzo dell'ex sede Littoria, ora istituto scolastico, e la piazza (rinominata, per "contrappasso", XXV Luglio), di buon gusto coi suoi portici ed il verde: al centro, il busto a memoria di "Ciardullo" (Michele De Marco, sapido poeta dialettale,1884-1954).Salendo sulla laterale via Zara, che fiancheggia il lato Tommaso Arnoni:avvocato,1877-1950,sindaco di Cosenza, realizzò il nosocomio e l'acquedotto),all' Acquedotto del Merone, costruzione di stile indefinibile, imitante un romantico maniero, ed alle cui spalle è sito il "Parco della Rimembranza": dallo spiazzo antistante il serbatoio, si apre un vasto panorama sulla parte "vecchia" della città dispiegata sul colle Pancrazio, sulla valle del Crati e sulle pendici presilane.

Ridiscendendo per via Parisio, in direzione di Corso Mazzini, la via principale della città moderna, ricca di numerosi negozi, spesso eleganti, i cui titolari hanno dato vita ad una associazione promotrice di varie iniziative, anche culturali, si arriva al viale degli Alimena (giuristi e deputati cosentini dell'800),ove fa spicco un'altra costruzione del "ventennio", la Camera di Commercio[58], prospiciente la gradinata di via Calabria e la sottostante piazza Principe di Piemonte [59], ben più nota come "Palazzo degli Uffici" per la costruzione, anch'essa degli anni '30, che raggruppa vari servizi statali. Continuando, a nord, sul viale Alimena, si arriva alla moderna Piazza Luigi Fera (avvocato, accademico e ministro, nato in provincia, 1866-1935) [60], poco più in giù della quale v'è la piazza delle Provincie, con la Stazione delle Autolinee [61]. Proseguendo nella stessa direzione, si incontra Piazza Loreto [62], dov'è l'omonima chiesa, costruzione recente priva al pari di altri moderni edifici di culto cittadini, come S. Teresa, di interesse. Tali sono ,anche, le numerosissime costruzioni che seguono le direttrici di espansione a nord: né hanno alcunché di rilievo gli insediamenti in zone che paesaggisticamente sarebbero state meglio sfruttabili, come i colli circostanti, i rioni S. Vito, Serra Spiga, la zona verso Castrolibero (ove sono i nuovi impianti sportivi e le Cupole Geodetiche, sede fieristica permanente). Non manca, però, il rilievo funzionale e sociale delle varie strutture della città "nuova", che denotano una posizione preminente per Cosenza (e Rende) nell'ambito regionale. Continuando in direzione nord, sulla S.S. 19 e sulla parallela 19 Bis si incontrano numerosi magazzini, negozi specializzati, centri commerciali, un'altra sede dell'Archivio di Stato, il complesso militare delle "Casermette", gli impianti sportivi di Campagnano (e, proprio nella zona, sussistono ancora alcune antichità, come l'ex conventino dei Domenicani (sec. XV), con bifora di squisita fattura, e la casa colonica settecentesca dei Mollo).

Lungo il Crati, poi, sorgono l'imponente struttura della nuova Stazione delle FF. SS. e Ferrovie Calabro-Lucane, ed altri moderni edifici (nuova sede della Cassa di Risparmio, etc.), mentre diminuisce di consistenza, nel tempo, una modesta zona industriale. Poco più avanti, si è in territorio di Rende, ove spicca l'importante centro universitario di Arcavacata ove hanno sede il CUD, il CRAI e l'Intersiel e sono compresi ottimi centri alberghieri, come l'Hotel Europa, l'Hotel S. Francesco, lo splendido Hotel Executive, commerciali, e sportivo-ricreativi, nonché il nuovo Seminario. Il capoluogo, sito a 482 m. d'altezza, conta con le sue moderne frazioni come Commenda, Quattromiglia, Roges, Saporito poste in pianura a "continuare" Cosenza, circa 30.000 abitanti ed ha assunto negli ultimi anni una posizione di eccezionale rilievo, e di prevalenza su gran parte degli altri centri della zona, unitamente ad una spiccata identità, ancorata alle tradizioni del nucleo cittadino originario, di antica fondazione. Fermiamo la nostra attenzione sul centro storico, sorto forse intorno al 1000 (ma vi è chi ritiene molto prima, forse nel V sec. a.C.), e che conviene visitare accedendovi dalla strada di circonvallazione a sinistra.

S'incontrano così notevoli edifici, tra cui segnaliamo, nell'ordine: il Convento francescano (sec. XVI), con chiostro, portale interno in pietra, resti di affreschi, e chiesa barocca dal soffitto ligneo, con numerose tele, tavole, e sculture, opera di Santanna, De Mura, ed artisti locali; il grande castello, probabilmente d'origine normanna ma le cui forme più visibili sono dovute agli Alarcon y Mendoza, feudatari dal 1500 al 1800, ed oggi sede municipale (cui recentemente è stata addossata un'orripilante struttura in vetro e ferraglia); la Chiesa del Rosario (con data lapidea 1677), la cui facciata venne realizzata dall'altro rendese Raffaele De Bartolo (1779), e che all'interno ospita dipinti del Santanna, Vercillo ed altri, uno storico organo del 1700, ed intagli lignei di maestranze roglianesi, ma non più la tela "Madonna del Rosario" del napoletano Francesco De Mura (1750), trafugata; la Chiesa di S. Maria Maggiore, costruzione su schema medievale (sec. XVIII), dotata di numerose opere d'arte, per lo più dovute al rendese Cristoforo Santanna (sec. XVIII), e di un grande organo, di costruzione moderna; vicino, nel settecentesco palazzo Zagarese, il notevole Museo Civico, realizzato anche grazie all'impegno del prof. Cavalcanti, e comprendente una sezione folklorica ed una pittorica: vi figurano documenti sull'ambiente, i costumi, la vita quotidiana del passato, le attività lavorative, quelle ludiche, etc., per la prima sezione; importanti opere di Mattia Preti, Solimena, il fiammingo d'Errico (Hendricksz), De Chirico, Levi, Guttuso, e, tra gli altri, i rendesi Santanna, ed Achille Capizzano, per la seconda; la spagnolesca Chiesa del Ritiro, dalla facciata in pietra, con portale scolpito a rilievi (sec. XVIII), e ricca di begli altari, statue, - dipinti tra cui la "Trinità" di Giuseppe Pascaletti, da Fiumefreddo (1748) - e varia suppellettile artigiana dei secc. XI-VII. Rende è la terra natale, oltre che degli artisti citati, anche del direttore d'orchestra Emilio Capizzano (1883-1943), affermatosi all'estero. Purtroppo è ormai quasi scomparso l'artigianato del lavoro dell'argilla, con cui si producevano non solo classici oggetti casalinghi (come le "pignate") ma anche artistici pastori da presepe, e si è quasi perduta la memoria di altre originali manifatture, quali quelle degli artigiani armaioli e tessitori.


Cosenza , Itinerario n. 3
"Valle del Crati - Costiera Jonica direttrice sud " Km 139 o 159' (ore 8 o 9')
Cosenza - Montalto - Luzzi - Sambucina (A3+559: km. 33 o 53, ore 1:30 o 2:30*)
Luzzi - Bisignano - S. Demetrio Corone (S. Prov.: Km. 37, ore 1:30)
S. Demetrio - S. Cosmo - Vaccarizzo - Corigliano (S. Prov. +106: Km. 36, ore 2:30)
Corigliano - Patirion - Rossano (106+177: Km.33, ore 2:30)


Si consiglia, dato il numero di località di elevato interesse comprese in questo itineraro, di dividerlo in due tappe, pernottando eventualmente a Rossano Lido.Imboccando l'autostrada A3 in direzione nord, si percorre la valle del Crati, direttrice principale di innumerevoli migrazioni e, come tale, luogo di svariate scoperte archeologiche. A poco più di 14 chilometri, si esce dallo svincolo per Montalto-Rose; volgendo a sinistra, può raggiungersi Montalto Uffugo, con un aumento di percorrenza di 20 km. L'Uffugum ricordata da Tito Livio, e la cui ampia piazza del mercato dalla quale si gode una bella veduta sulla valle del Crati fu teatro nel 1562 dell'orrendo massacro dei Valdesi, sorge a 468m. e conta 11.940 ab. Sono interessanti la Chiesa di S. Maria della Serra, dalla incompiuta facciata di gustoso stile barocco (sec. XVII-XIX: Giovanni Calì- attribuzione: Mario Borretti), con statua lignea della titolare di stile gotico, e la Chiesa di S. Francesco di Paola ove è un tradizionale ritratto ritenuto coevo del Santo (ca. 1482) mentre nella cappella Alimena (1500) era la tela S. Martino opera di Mattia Preti (oggi a Bologna?). Degne di nota, ancora, le altre chiese (sec. XV) di S. Domenico, di S. Chiara e di S. Antonio, ove figura una tela, "Madonna in gloria", di Ippolito Borghese (ca. 1610).

Montalto fu anche sede di un'Accademia (sec. XVIII) e, come curiosità storica, ricordiamo infine che un fatto di sangue colà avvenuto diede al Leon-cavallo, che vi aveva assistito da ragazzo, l'ispirazione per la famosa opera lirica "Pagliacci" (1892). Caratteristici sono i festeggiamenti della Madonna delle Grazie (luglio), la processione "la Turba" con la rappresentazione della Passione (28 marzo) e quella del Corpus Domini (2 giugno). Sullo stesso tratto della S.S. 19 è anche il bivio per Rose (m. 435, ab. 4.557), patria del giurista Gaetano Argento (1680-1728). Volgendo, invece, a destra dello svincolo autostradale, dopo breve percorso è il bivio per Luzzi (m. 375, ab. 10.564), probabilmente l'antica Tebe Lucana. Qui, Chiesa di S. Giuseppe con marmo tombale paleo-cristiano proveniente dalle catacombe romane, tela di S. Gennaro di Andrea Vaccaro (ca. 1640), in deposito al L.R.S., e reliquie di S. Aurelia Marcia. Proseguendo sulla S. 559 per la Sila, a circa 6 Km. dall'abitato si trova l'Abbazia cistercense della Sambucina. L'archincenobio sorge a 850 m., e fu importante centro di vita monastica e artistica (sec. XII-XV) e dimora di personaggi celebri, dall'abate Giocchino da Fiore a Pietro Lombardo (il Magister sententiarum). Nell'abside del tempio, affresco della Vergine (primi '500). Ciò che si vede oggi, è comunque solo una piccola parte della costruzione originaria, franata a valle nel 1569; la facciata fu ottenuta, nel sec. XVII, tamponando l'ultima arcata della navata centrale, che si estendeva, con le due laterali (della sinistra è visibile un arco), per una ventina di metri ancora in avanti. Ritornati a Luzzi, si prende la S. Prov.le che, varcato il fiume Mucone, conduce a Bisignano. Il paese (m. 350, ab. 10.179) era già noto sin dai tempi delle lotte annibaliche. E' sede vescovile. Cattedrale in forme normanne, ricostruita nel XIV secolo, con interessante portale tardogotico in pietra, e rifacimento barocco del roglianese Mangerio (sec. XVII: attribuzione Mario Borretti); l'interno, rimaneggiato, conserva un fonte battesimale del sec. XV. Nella Chiesa dei Riformati (sec. XIII), altro portale aragonese, chiostro a tipo monastico ogivale del XIV secolo, grande crocefisso ligneo del siciliano Fra' Umile da Petralia (Gianfrancesco Pintorno, 1580-1639), statua marmorea della Madonna, di scuola gaginiana, e tela "S. Daniele confortato da Angeli" di scuola di Luca Giordano (fine '600, G. Simonelli?). Nella Chiesa di S. Domenico, tela "Presentazione al tempio" dell'ambiente del napoletano Laurito (sec. XV-XVI), in fase di restauro, così come la chiesa di S. Francesco di Paola, con soffitto ligneo del sec. XVIII e cappella Sanseverino con affreschi. Va segnalato l'artigianato bisignanese, che ha la sua massima espressione nei liutai, i De Bonis di fama ormai universale. Nel territorio (contrada "Grifone"), vicino all'A-3 e visibile dalla strada, il misterioso "Cozzo Rotondo", tumulo forse sepolcrale tuttora inesplorato ma provvida occasione per convegni, tavole rotonde, etc. Da Bisignano, si segue la S. Prov. (sfortunatamente disagevole per diverse zone franose) e che, superato il torrente Duglia, continua quasi sempre a mezza costa su una serie di collinette montagnose, formanti il gruppo della pre-Sila "Greca". Si giunge quindi, dopo 15 Km., a S. Sofia d'Epiro (m. 550, ab. 2.679), paese abitato da oriundi albanesi, e che conserva riti e costumi tradizionali che in alcune particolari solennità civili e religiose assumono indimenticabili aspetti di colore orientale; nella chiesa, recentemente sono stati rifatti, con gusto e proprietà, dall'artista greco specializzato Jannakakis, gli affreschi, di stile bizantineggiante. Continuando sulla stessa S. Prov., superato il bivio per Acri (sulla destra), a circa 10 Km. si trova S. Demetrio Corone (m. 520, ab. 5.038), con bella visita sulla valle del Crati. Al bivio conviene prendere a sinistra, trovando così all'entrata del paese la chiesa basiliano-normanna di S. Adriano. S. Demetrio, in cui nacque il patriota, letterato, Domenico Mauro (1812-1873) è il cento intellettuale degli Albanesi d'Italia, già sede di vescovado e del celebre Collegio Italo-Albanese fondato da Papa Corsini e dalla famiglia Rodotà dei Coronei (a S. Benedetto Ullano nel 1734, poi trasferito a S. Demetrio nel 1794). Gli abitanti sono bilingui. Annessa al Collegio, che è ormai in desolato abbandono ed avanzante degrado, si trova la notevole chiesa di S. Adriano, già monastero archimandritale fondato da S. Nilo nel 955, poi rimaneggiato in varie epoche, e che mostra nell'interno con colonne romaniche (come al "Patirion") splendidi elementi musivi sul pavimento e (probabile opera del sec. XII d'influenza jonico-greca), e paliotti in affreschi bizantini stucchi colorati sui tre altari barocchi (sec. XVIII) dell'abside, mentre è stata trafugata la conca ottagonale con coperchio in pietra calcarea di foggia paleo-bizantina (ritenuta del sec. XI), ed infine è stata spostata in altra chiesa la reliquia di S. Adriano (1531), la cui festività si celebra il 22 agosto. Nel centro si svolge, da anni, anche un Festival della canzone albanese.

Lasciato l'abitato oltre la località "Serra di S. Nicola", si costeggia la valle del Misòfato, con ampia veduta su tutti i paesi albanesi e sulla piana di Sibari; si giunge a S. Cosmo Albanese (m. 406, ab. 860), che presenta alcuni ruderi di un santuario basiliano, e poi a Vaccarizzo Albanese (m. 429, ab. 1.492) che ha due chiese entrambe dedicate alla Madonna di Costantinopoli ed officiate con rito greco e latino. Al bivio di S. Mauro, luogo di ritrovamenti archeologici, a breve distanza dalla S.S. 106, il palazzo della omonima fattoria fortificata di proprietà dei Principi di Bisignano, i Sanseverino (1515), ove fu ospite il sovrano Carlo V. Ha cortile quadrato, torrione d'ingresso, logge, ed altri ambienti d'interesse architettonico. Subito dopo, il bivio di Frasso per la S.S.106. La strada si svolge ora prevalentemente in pianura, e, dopo una diecina di chilometri, si arriva a Corigliano Calabro (m. 219, ab. 25.948).

Il paese, in via di espansione negli ultimi decenni, è da secoli al centro di una vasta zona di fiorente agricoltura (a gennaio vi si tiene la "Sagra degli agrumi"). E' patria di Antonio Toscano, che il 13 giugno 1799, rinnovando l'epico gesto di Pietro Micca, fece saltare il forte di Vigliena, presso Napoli, opponendosi così all'avanzata dei "lazzari" del Cardinale Ruffo. Tra le chiese di Corigliano: in basso, la Chiesa del Carmine, con facciata a tre portali di gusto gotico, realizzati da artisti locali: è visibile lo stemma del Vescovo di Rossano, G. B. De Lagni (1493-1503); nelle lunette, tre affreschi del secolo successivo (1555); campanile in mattoni, nonché affreschi di Domenico Oranges (1744); in alto, S. Antonio di Padova, costruzione del XV secolo, con belle cupole e maioliche policrome: nell'interno mausoleo marmoreo di Barbara Abenante (1522), due grandi dipinti di seguace del Solimena (sec. XVIII: attribuiti a Leonardo A. Olivieri) raffiguranti "L'Immacolata" ed il titolare, bell'organo del '700, mentre non vi è più traccia dei mosaici del presbiterio; Chiesa di S. Pietro, ove era il dipinto su tavola della Odigitria, proveniente dall'abbazia di S. Maria del Patire, opera di schema bizantino del sec. XV, che reca sul lato opposto altra pittura con "Cristo in Croce fra i dolenti", e che oggi è nel Museo Diocesano di Rossano, e vi sono due tele di Nicola Menzele, "Madonna del Suffragio" e "Sacra Famiglia" datate 1763 e 1762, e due busti lignei di scuola napoletana del XVIII secolo, "S. Pietro e Paolo"; Chiesa dei Cappuccini, con vasto polittico dell'altare maggiore ed altro cospicuo gruppo di opere, dovute ad Ippolito Borghese (1607); Chiesa di S. Francesco di Paola, del '400 ma rifatta nel 1500, con resti di un polittico di Pietro Negroni, "SS. Trinità" (sec. XVI), ed un coro ligneo di Pasquale Pelusio (1782). Sull'abitato sovrasta la mole turrita del castello che fu dei Ruffo (sec. XV), successivamente trasformato, e che conserva elementi durazzesco-aragonesi (1490), grandi salone e cappella decorati ad opera di Perricci, Ferrari, Morelli, Varni, sec. XIX. Nel fortilizio, in cui nacque Carlo di Durazzo, sono conservati gli archivi Saluzzo e Solazzi (importanti famiglie che dominarono Corigliano dal sec. XVII al XIX).

Seguendo la S.S. 106, sempre in direzione sud, dopo circa 6 chilometri s'incontra il bivio della strada che, attraverso un percorso breve (km. 6,7) ma tortuoso, conduce al Patirion. Su una spianata, a circa 600 m. d'altitudine, sono i resti del famoso convento basiliano fondato all'inizio del sec. XII da S. Bartolomeo da Simari. Dall'alto della solitaria propaggine silana, vista immersa sulla piana di Sibari, sino alla grande curva meridionale del golfo di Taranto, sul massiccio del Pollino, e sul boscoso fianco nord-est della Sila "Greca", nereggiante di pini. La chiesa è una costruzione, abbastanza ben conservata, di età normanna con aspetti decorativi esteriori di tipo siculo, interessanti mosaici pavimentali, ed un crocifisso ligneo del '500. Ritornati sulla S.S. 106, si imbocca dopo poco la S.S. 177, che porta, in una salita con vista bellissima su una grande distesa di argentei oliveti, a Rossano (m. 270, ab. 35.474). Già insigne città di fondazione romana, essa divenne nel X secolo il centro bizantino più importante della Calabria. Preziosi monumenti sono: S. Marco, chiesa dell'XI secolo a cinque cupolette (come la Cattolica di Stilo) e triabsidata, con tracce di affreschi raffiguranti la Madonna Odigitria; Panaghìa (sec. XII), altro edificio di suggestiva architettura bizantina, con tracce di affreschi ("S. Giovanni Crisostomo") ed altri elementi decorativi degni di nota; la Cattedrale, rifatta nel XVIII-XIX secolo in forme più progredite, e che nasconde sotto una profusione di marmi tracce della primitiva costruzione angioina (abside, finestroni, etc.), mentre la "Madonna Achiropita", oggetto di intenso culto popolare, è testimonianza di un'epoca ancora più remota (sec. X), così come i mosaici scoperti recentemente durante il restauro curato dagli ing. Leporace e Magorno: vi sono inoltre diverse, notevoli, tele di scuola napoletana del '600 e '700, ed altari e soffitto a cassettoni (fine '600) nelle navate laterali.

Annesso al palazzo arcivescovile, il Museo Diocesano. Vi sono conservati dei corali, opere di artigianato locale dei sec. XV-XVIII, tele e tavole come la già ricordata "Madonna Odigitria" del Patire e la "Pietà" firmata da Andreas Pavias, iconografo cretese della seconda metà del '400 argenteria sacra fra cui l'anello detto di S. Nilo (sec. XIII, proveniente anch'esso dal Patirion) ed il busto argenteo della patrona (Costanzo Merlino, orefice napoletano, 1768: attribuzione Raffaele Borretti), ed il famosissimo Codex Purpureus, codice membranaceo a caratteri onciali d'argento, su pergamena dipinta a Consta di 188 fogli, e contiene il testo greco dei vangeli di S. Marco e di S. Matteo, decorato con 16 grandi miniature, elaborate con gusto squisitissimo, e con alta proprietà del disegno e del colore. Meritano una visita, anche, le chiese di S. Bernardino (sec. XV), dal portale ogivale, con nell'interno il sepolcro di Oliverio di Somma (1536) e un bel crocifisso ligneo (sec. XVII), e quella di S. Nilo, con pregevoli parati del 1750. Si consiglia di vedere, infine, la parte antica dell'abitato (rione Penta) dove anticamente era situata al chiesa di S. Nicola del Vallone, con esempi di arte medievale. Nel mese di gennaio si svolgono tipiche manifestazioni popolari a carattere religioso, come la processione dei Re Magi, o la sagra dei "ciaramellari" (zampognari).

Cosenza , Itinerario n.4
"Rossano - Sila - Cosenza " Km 116 o 145 (ore 4 o 4:45')
Rossano - Paludi - Cropalati - Longobucco (S.S. 177: km. 38) (ore 1 e 30')
Longobucco - Parco (Fossiata)- Lago Cecita - Camigliatello (S.S. 177 + S.S.282: km. 44) (ore 1 e 45')
Camigliatello - Cosenza (SuperS.107: km. 34) (min. 45) o, in alternativa a quest'ultimo tratto:
Camigliatello - Fago - Varco S. Mauro - Bivio Rose - Cosenza (S.648 + S. S.Prov. + S.279 + A3: Km. 63) (ore 1 e 30')*

Terminata la visita a Rossano, si continua, verso la Sila, sulla S.S. 177. A 13 km., si incontra Paludi (m. 430, ab. 2.048): fuori dell'abitato, in contrada "Le Muraglie" (Castiglione di Paludi),sono state messe in luce tracce abbondanti di una cinta muraria con porte, di un teatro, e numerosi altri reperti archeologici di una certa importanza e di varie epoche e civiltà, dall'età del ferro ai Brezi. Nella Chiesa di S. Clemente, un pregevole crocifisso ligneo del XV secolo e dipinti settecenteschi di Onofrio Ferri. Dopo 10 Km.. Cropalati (m. 348, ab. 1.568), con interessante grotta medievale; passato il paese, si prosegue per l'ampia vallata del fiume Trionto, ove la scarsa vegetazione si alterna a querce e lecci.

Si attraversa la frazione di Destro, mentre in lontananza si scorgono le case di Longobucco, abbarbicate su uno sperone di roccia. Il paese (m. 780, ab. 6.140) era noto nell'antichità per le sue miniere d'argento, abbandonate poi nel sec. XVIII. Oggi vi ha sede un'industria tessile dalle antiche tradizioni artigiane, forse orientali: una Scuola d'Arte diffonde per il mondo una ristretta e ricercata produzione di tappeti, coperte ed arazzi, lavorati in maniera originale ("a pizzulune") nei loro motivi spesso vivaci; in agosto si effettua la "Festa delle coperte al balcone", con l'esposizione di coperte, tappeti, corredi nuziali. Nella Cattedrale dell'Assunta (sec. XVI-XVII), dal caratteristico campanile cuspidato, piccolo rilievo ligneo della Madonna (di scuola nordica del sec. XV), argenterie barocche di ottima fattura, di provenienza locale, e grande organo. Longobucco è anche punto di partenza di escursioni sulle cime più alte della Sila "Greca", dal monte Paléparto (m. 1481) al monte Sordillo (m. 1568), alle serre di Cerviòlo (m. 1319) e di Castagna (m. 1583), dalle quali si hanno suggestive visioni su tutto l'altopiano silano e sul golfo di Taranto. Dall'abitato si continua a salire sulla S.S.177, lungo un tortuoso ma pittoresco percorso, e, arrivati al Colle dell'Esca, prima della cantoniera del bosco Gallopàne, si può prendere la stradina a sinistra, che porta al vivaio forestale della "Fossiata", innestandosi poi sulla S.S.282. E' questa la zona del Parco Nazionale, la strada si svolge quasi tutta tra fitte pinete: lungo di essa, la Mostra dell'Artigianato. In una vasta radura, la Casa Forestale, dalla quale dipende la Foresta demaniale della Sila e del Patirion (11.000 ettari di boschi). Il vivaio offre una interessante vista, coi suoi simmetrici viali a larici, betulle e abeti bianchi, fittissimi, mentre ci si può dissetare a fonti dalla eccezionale leggerezza, quale è per lo più tutta l'acqua che sgorga in Sila.

Proseguendo per la S.S.282, ci si riallaccia alla S.S.177, in località "S. Giovanni di Paliàti", e si è in vista della grande pianura di Cecita, occupata dall'omonimo lago artificiale. Questo è chiuso da una diga ad elementi mobili, alta 49 m., e può raggiungere una capacità di 67 milioni di mc. La strada costeggia in parte il lago stesso, che a tratti si addentra nella vallata con pittoresche visioni. Il ponte sul fiume Cecita attraversa il lago nella parte più stretta della vallata, ed oltrepassatolo si sbocca nella vasta pianura detta "Il Campo". Passata la cantoniera Molarotta (più oltre, campo sperimentale dell'Opera per la Valorizzazione della Sila (oggi E.S.A.C.) si risale lungo i fianchi della Serra di Longo e, con la visione della Serra della Guardia, densa di pini, e del massiccio di Monte Scuro, la strada allietata da villini, più originali abitazioni in legno, e numerosi posti di ricezione turistica arriva a Camigliatello (m. 1272, ab. 1.600), località ormai rinomata, servita anche dalle Ferrovie Calabro-Lucane e dotata di numerose attrezzature per gli amanti degli sport invernali. Nei mesi di settembre ed ottobre vi si svolgono anche un Concorso ippico regionale ed una Mostra-mercato della patata silana e di macchine agricole nonché la "Sagra del fungo" con gustosi piatti. A questo punto, per il ritorno a Cosenza, si può utilizzare la veloce superstrada 107, che consente comunque di fare una puntata a paesi come Spezzano della Sila e Celico (patria dell'Abate Giocchino). Avendo tempo, si possono scegliere itinerari alternativi, come il seguente: da Camigliatello, seguendola vecchia (e più suggestiva) S.S.107, si passa per Moccone e si arriva a Fago del Soldato; da qui, si prende la S.Prov. che, fiancheggiando la Serra La Guardia, conduce al Varco S. Mauro (m. 1187), sulla S.S.279. Questa porta a Rose (m. 435, ab. 4.577), donde a pochissimi chilometri si è all'A3, con la quale, in direzione sud, si raggiunge Cosenza, 14.5 Km.



Cosenza , Itinerario n. 5
"Valle Crai - Costiera Tirrenica direttrice Nord" Km 176 (ore 9)
Cosenza - Altomonte - Castrovillari (A3+S. prov.+A3: km. 92, ore 4:30)
Castrovillari - Morano (S. S. 19: km. 7, ore 1:30) Morano - Mormanno (A3: Km. 28, ore 1:30)
Mormannno - Scalea (S. 504: Km. 49, ore 1:30)

Uscendo da Cosenza, ancora per la valle del Crati, ed usufruendo quindi dell'A3, in direzione nord, oltrepassati gli svincoli di Tarsia (dove è stato realizzato un bacino artificiale) e quello di Spezzano Albanese,cui sono vicine le Terme, si è all'uscita, da poco realizzata, per Altomonte, che costituisce una tappa obbligata, per altro raggiungibile velocemente (45 minuti). L'antico Braellum (m. 495, ab. 4.663), che porta il nome attuale dal 1343, vanta, infatti, non solo notevoli monumenti, ma anche un Museo ben organizzato e numerose iniziative culturali, tra cui spicca il "Festival" di spettacoli d'arte varia (luglio-agosto). Affascinanti, anche, le numerose manifestazioni a carattere religioso, come la "S. Messa delle stelle e dei Magli" (gennaio), la processione della Festa della presentazione di Gesù (2 febbraio), e quelle in occasione della Settimana Santa (27-28 aprile). Altomonte fu feudo, tra gli altri, dei Sangineto e dei Sanseverino. L'interessante centro storico, in via di continui recuperi ed abbellimenti, si trova nella parte più alta dell'abitato, ed è sovrastato a nord dalla severa, ma suggestiva, mole quadrilatera dell'angioina "Torre dei Pallotta", con elegante bifora ad arco trilobato (sec. XIV), e ad est dagli avanzi del castello, di epoca medievale (ambedue i monumenti, di proprietà privata); poco più in basso, e sopra il moderno anfiteatro all'aperto, si erge la maestosa mole della Chiesa di S. Maria della Consolazione.

Ricostruita nel periodo gotico-angioino, a spese del conte Filippo di Sangineto (ca. 1340), e successivamente riammodernata dai PP. Domenicani, ha la facciata in tufo con grande rosone centrale traforato ricostruito sull'antico modello, ma stranamente trascurando le parti originali portale archiacuto con arco di scarico all'uso senese, campanile quadro, con grande bifora. L'interno è stato restaurato nelle forme originarie. Nel presbiterio, grande mausoleo(che si trovava prima alla parte destra, entrando) del fondatore, conte Filippo di Sangineto, con arca scolpita e sostenuta da tre statue a figura intera, che reggono il baldacchino ove due angeli sollevano il tendaggio mostrando la figura giacente del conte. L'opera è identica a quelle angioine esistenti nelle chiese napoletane, e si deve probabilmente attribuire alla scuola di Tino da Camaino, o, secondo una più recente e affascinante ipotesi, all'ancora ignoto "Maestro" di Mileto. Altro avanzo di un mausoleo trecentesco rappresentato dalla statua giacente di un guerriero, e lastra tombale con la figura della famosa contessa di Altomonte, Cobella Ruffo (1447). Bello anche l'altare, del '700 napoletano, intitolato a S. Michele Archangelo. Nel vicino Convento dei Domenicani (1342) è sito il Museo di S. Maria della Consolazione, nel quale sono conservate opere d'arte di rilievo, tra cui: tavola dipinta "Madonna delle pere", di gusto catalano (sec. XV), polittico in legno con numerosi scomparti recanti storie della Passione di Cristo - attribuito al "Maestro" di Onofrio ed Antonio Penna (nobili napoletani sulla cui tomba è altarolo simile) - e tre tavolette, resti di un grande polittico, due con "Santi" e la terza con l'effige di Ladislao d'Ungheria, opere riconosciute di Simone Martini, l'ultima, e di Bernardo Daddi le prime; due riquadri in alabastro, resti di un paliotto d'altare in dieci elementi, scolpiti ad altorilievo, in minuti pannelli sagomati ad archetti in stile gotico fiammeggiante: ogni riquadro ha un episodio della vita di Gesù e della Madonna, identici ai noti avori francesi (sec.XIV); inoltre, una statuetta in marmo della "Madonna con Bambino", detta "Madonna di Trapani", di bottega siciliana del XVII secolo, tavola con "Madonna" dovuta forse ad un primissimo Pietro Negroni (ca. 1530), nonché altre tele di scuola napoletana, sculture, suppellettili intagliate da artieri locali, paramenti, corali, etc. Il convento dei Domenicani fu centro importante di cultura monastica: vi soggiornano Matteo Bandello, Tommaso Campanella, ed altri uomini illustri per dottrina o pietà. Da segnalare, anche, la Chiesa di S. Francesco di Paola (sec. XVIII) con interessanti affreschi del coevo Genesio Galtieri, da Mormanno. A pochi chilometri da Altomonte è Lungro(m.600, ab.3.218), sede eparchica greco cattolica per gli Albanesi di Calabria, dagli originali usi e costumi e dai suggestivi riti civili e religiosi di tradizione orientale (tra cui il Carnevale, con sfilate nei costumi originali, e la "Festa della montagna", il 29 luglio), e per secoli sede di una importante miniera, oggi abbandonata. Nella Cattedrale resti dell'antica decorazione pittorica, affresco di gusto bizantino "S. Parascere" (sec. XVI), e, recente dotazione, nuova iconostasi che modifica quella dipinta da Conti nel 1940.

Tornati sulla A3, in direzione nord, si esce dallo svincolo per Frascineto e Castrovillari. Quest'ultima, grande cittadina (m.350, ab.22.544), è forse di fondazione romana, e fu feudo degli Spinelli e dei Sanseverino. Nella parte sud dell'abitato: il Castello aragonese(1490), ancora però adibito a carcere; la Chiesa della Trinità (1750, addossata al preesistente convento franceschiano), con dipinto sul tela "Madonna con Bambino fra Santi" di Giovan Tommaso Conte(1592), belle tele dell'ajellese Raffaele Aloisio (sec. XIX),scultura lignea del napoletano Nicola Fumo (1711), ricco altare ligneo con tela coeva attribuita a Simone Oliva (1775); Chiesa di S. Giuliano con bel portale in pietra(1568), fonte battesimale (in origine ciborio del '500) con rivestimento ligneo scolpito (sec. XVIII), croce processionale di argenteria locale(1633) e molte altre pregevoli opere d'arte provenienti da diverse località ed edifici.

Più su, dopo il Conservatorio delle Pentite con portale barocco del '600, tela del Marulli(1631) ed altre del '700, il Santuario di S. Maria del Castello (sec. XI), a breve distanza dell'abitato, offre un suggestivo panorama del massiccio del Pollino (m.2271), fino alla valle del Coscile. La chiesa è di impianto normanno, successivamente rifatta: conserva un affresco "Madonna con Bambino", di discussa datazione (sec. XI-XIV, ma forse portoangioino), altro col Redentore(sec. XIV-XV), un notevole bassorilievo di scuola pisana (sec.XIV), alcune tavole del cosentino Negroni(1552-1560) ed altre opere di artisti settecenteschi (Galtieri, 1777, Oliva) e di scuola locale del '500. Nel palazzo Gallo al centro, vicino al Municipio la pinacoteca dell'artista locale Andrea Alfano (1879-1967) ed il Museo civico comprendente materiale archeologico repertato in territorio di Castrovillari a zone limitrofe. Nelle altre chiese S. Francesco di Paola, S. Maria di Costantinopoli (S. Giuseppe), S. Maria delle Grazie affreschi e tele di pittori locali del '500-'700. Nella cittadina si svolgono diverse manifestazioni tipiche, quali la "Sagra delle vecchiaredde" (vecchiette) a gennaio, il Carnevale del Pollino ed il Festival Internazionale del Folklore dal 7 al 12 febbraio.

Da Castrovillari converrà raggiungere Morano per la S. S. 19, in modo da godere la caratteristica visione dell'abitato, ascendente sul Pollino e sormontato dai ruderi del castello normanno. Già stazione sulla via Popilia (159 a.C.), che collegava Roma con il Sud (e che in molti punti è ricalcata dalla S. S. 19), Morano (m. 650, ab. 5.116), patria di Carlo e Nicola De Cardona (sec. XX), offre diversi motivi d'interesse. Nella Chiesa di S. Bernardino attualmente in restauro, soffitto ligneo carenato, su schema veneto, del '500, grande Crocifisso in legno, statua del Santo opera di bottega napoletana del '600, leggio corale del 1536 con stemma dei Sanseverino (fondatori del Monastero),e l'eccezionale polittico "Madonna e Santi" di Bartolomeo Vivarini (1477), ora nella Chiesa dei SS. Pietro e Paolo, in alto nel paese, statue marmoree di Pietro Bernini, padre del celebre Gian Lorenzo, "S. Lucia" e "S. Caterina di Alessandria" (1591), provenienti dal Convento di S. Maria di Colloreto e altre della sua bottega, croce processionale di argentieri abbruzzesi (1445), suppellettile lignea del moranese Agostino Fusco, notevoli tele di PietroTorres, di scuola siciliana, napoletana e romana (1500-1600), artistico organo del '700. Sulla facciata è murata la statua "S. Pietro" del XIV secolo. Nella Chiesa della Maddalena (sec. XIV, modificata nei secoli successivi), ritenuta una delle più belle chiese barocche della provincia, una "Madonna cogli Angeli" del Gagini (1505), tele del Torres (1600), Sarnelli e del Lopez (sec. XVIII)), statua marmorea della Vergine ed altre sculture della fine '500, tutte probabilmente provenienti dal Convento di Colloreto, argenterie e parati sacri di botteghe napoletane e veneziane (F. Guardì?) dei sec. XVII-XVIII, maestoso organo del 1763. Nelle Scuole elementari sede provvisoria, essendo quella definitiva S. Bernardino vi è ancora, il "Museo di storia dell'agricolura e della pastorizia" (nei secoli XIX e XX).

Ancora più a nord è Mormanno (m. 842, ab. 4.277), per raggiungere la quale vi è l'imbarazzo della scelta, perché se da un lato il percorso della S.S. 19 permette di valicare lo storico passo di Campo Tenese, ove l'ultimo episodio bellico, nel 1806, segnò la sconfitta dell'esercito borbonico, quello sulla A3 offre la suggestiva veduta, sul "Cappellazzo" (m. 1200), di ruderi del Convento di S. Maria di Colloreto, fondato dal Beato Bernardo Milizia, da Rogliano, nel 1544. Normanno risale, quanto meno, ad opeca longobarda (per alcuni autori addirittura al VII secolo). Vi nacque l'illustre architetto ed organaro Giovanni Donadio, detto "il Mormando" (1450-1526). Fra le chiese, quella di S. Maria del Colle (sec. XV), su progetto dello stesso Donadio ma ristrutturata in stile barocco nel 1700: vi sono buone tele di altare di scuola napoletana (sec. XVIII), croce processionale ed altre argenterie di botteghe napoletane (sec. XVII-XVIII), bei parati coevi ricamati a colori, campanile con statua lapidea del XIV-XV secolo, organo attribuito allo stesso "Mormando" (ma del 1671, proveniente dalla cappella del SS. Sacramento). Nel paese vi sono inoltre due Oratori, del Suffragio e di S. Apollonia, affrescati dal locale Genesio Galtieri (ca. 1760). Da Mormanno si lasceranno, infine, le vette del Pollino per scendere in direzione del Tirreno, seguendo la S. 504 che, lungo la valle del Leo, porta a Scalea, attraverso Papasidero e sepolture del paleolitico, ed il Santuario di S. Maria di Costantinopoli, di origine bizantina, e successivamente passando da S. Domenica Talao. Notevole è l'interesse paesaggistico di tratti del corso del fiume, ancora incontaminati, e divenuti negli ultimi anni meta di escursionisti e canoisti.

Scalea (m. 25, ab. 7.008), rinomato centro balneare, è l'antica Laminium posta sulla via consolare tirrenica, ed i numerosi ritrovamenti archeologici permettono di situare ancora più indietro nel tempo gli insediamenti nella zona. Vi dimorano a più imprese, ospiti del filosofo Gregorio Caloprese (1650-1715), il Metastasio e il Gravina. Su quella che anticamente era l'isoletta di Capo Talao, bella torre di vedetta dell'epoca di Carlo V e, nei pressi, zona paleo-archeologica ("Grotta della Torre"). Di fronte, il centro storico, davvero notevole per lo sviluppo di scale, vicoli, portici suggestivi.In basso è la Chiesa di S. Nicola in Plateis, angioina su preesistenze: nella cripta sepolcro marmoreo (1343) dell'ammiraglio Ademaro Romano,famoso personaggio storico locale, opera della scuola di Tino da Camaino, e tela della Madonna del Carmine, dovuta a G. B. Azzolino (sec. XVI). Poco più in alto, il palazzo già dei Principi Spinelli, feudatari del luogo, con bifora ogivale su schema arabo-siculo, murata, cortile e decorazioni (sec. XIV-XVII). Salendo ancora, l'aragonese "Torre del carcere" (o Cimalonga) (sec. XV), "Antiquarium", la Chiesa di S. Maria d'Episcopìo, costruzione medievale in seguito rimaneggiata, con avanzi di affreschi del '500, e grande dipinto sulla Circoncisione di Gesù, del De Matteis (1662-1728) e, vicino, la Chiesa detta dell'Ospedale (prop. fam. Grisolia), con affreschi di stile bizantino databili X-XIII secolo. Al culmine, i ruderi del castello di origine normanna. Altri monumenti, o resti, nel territorio circostante, come quelli della "Torre di Giuda", così detta per il tradimento di un soldato che aprì la strada ai corsari turchi. Scalea offre anche alcune feste ormai tradizionali, e cioè quella in onore della Vergine del Carmine (15-16 luglio), la processione a mare e la fiera per la Madonna del Lauro (7-8 settembre), l'altra della Natività, col "palio di S. Lucia" (novembre), e svariate manifestazioni, come il "Concorso Ippico Nazionale".

Cosenza , Itinerario n. 6
"Costiera Tirrenica Direttrice Sud - Valle Crati" Km 146 (ore 8)
Scalea-Praia-Scalea (S. S. 18: Km. 21) (ore 1 e 45') (*)
Scalea-Guardia (S. S. 18: Km. 48) (ore 3)
Guardia-S. Marco (S. 238 + S. 533: Km. 30) (45')
S. Marco-Cosenza (A3: Km. 47) (ore 2 e 30')

La prima parte (*), che con un breve percorso porta a nord, prima di intraprendere il ritorno verso Sud e Cosenza, può essere eliminata, se è necessario ridurre la percorrenza. Il veloce balzo in direzione nord ci consente di arrivare quasi all'estremo confine occidentale della provincia di Cosenza, e di vedere l'isola di Dino, con le sue pittoresche grotte,e la bella torre di Fiuzzi (o di Capo Dino), facente parte delle oltre cento fortificazioni costruite in vista delle spiagge, dal XVI secolo, onde prevenire gli attacchi dei corsari, molte delle quali, anche se purtroppo mal conservate quando non ridotte a ruderi, punteggiando ancora oggi le coste calabre.

Praia a Mare (m. 5, ab. 5.551), la remota Plaga Sclavorum fondata intorno al 610, offre un esempio di architettura religiosa rupestre, il Santuario di S. Maria della Grotta, luogo di ritrovamenti archeologici verificatisi anche in altre parti del territorio e relativi ai periodi paleolitico e neolitico. Ricordiamo, come curiosità, che la Chiesa del Santuario fa uso di una campana proveniente da una nave inglese naufragata presso l'Isola di Dino. Interessante la Rocca (forse del sec. XV, purtroppo inaccessibile perché privata) dominante la torre e l'Isola a sud dell'abitato. Ritornati indietro a Scalea, o partendo direttamente da essa, procedendo a sud sulla S. S. 18 si incontrano diversi luoghi degni di nota: Cirella (m. 20, ab. 1.300), dominata a mezza costa dalle rovine di "Cirella vecchia" (sec. XIII-XIV, abbandonata nel 1811), in una zona che mostra numerose tracce di antiche civiltà, da quella romana (Cirella era stazione della via consolare tirrenica) caratterizzata dal cosidetto "Mausoleo", a quella bizantina; Belvedere Marittimo (m. 150, ab. 8.821), situato a monte della "Marina", in prossimità della S. 105 che conduce a S. Agata d'Esaro: patria di S. Daniele, martire francescano di Ceuta (1227), col vasto castello Spinelli, di origine normanna ma ricostruito in epoca aragonese (torri cilindriche, portale d'ingresso, sormontato dal notevole stemma, e con resti del ponte levatoio e del rivellino d'accesso; di proprietà privata, è però aperto solo nei mesi estivi), la Chiesa di S. Maria del Popolo (circondata da costruzioni e negozi moderni) con tele di ottima scuola napoletana (sec. XVII-XVIII), quali quelle di Giovan Battista Lama, e la "Madonna con Bambino" in marmo (1500), e la Chiesa del Crocifisso col grandioso e spagnolesco "Cristo in Croce" ligneo del XVII secolo (per visitarla, rivolgersi all'abitazione sulla destra); Sangineto (m. 333, ab. 1.513), nella cui marina, importante centro turistico, è il castello, dalle caratteristiche aragonesi ma di origine più remota, e comunque poco opportunamente adibito a ...discoteca. Continuando verso sud, si arriva a Guardia Piemontese (m. 514, ab. 1.467), così denominata in quanto venne fondata nel sec. XIII dagli esuli delle valli piemontesi del Chisone, di religione valdese. Essi, tenaci agricoltori, mantennero lingua, costumi e riti d'origine fino a che, intorno alla metà del sec. XVI, l'Inquisizione non scatenò contro di loro una "crociata", sterminando la maggior parte degli "ultramontani" di Guardia , (ove al "Porta del Sangue" ricorda il triste episodio), Montalto Uffugo, San Sosti, Vaccarizzo. Nell'abitato, la cui popolazione, benchè ormai ridotta, conserva tuttora gelosamente il dialetto ed i costumi propri della loro storia, resti della cinta muraria e del castello. Vicino alla "Porta", il Centro di cultura valdese, e nel centro storico un piccolo "Museo della civiltà contadina".

Nella valle prospiciente la marina, sovrastata da un pittoresco picco chiamato "Dito del diavolo" si trova la migliore stazione termale della Calabria, che utilizza cinque sorgenti, con acque sulfuree tra le più apprezzate in Europa, e già note ed utilizzate sin dal XV secolo, per la cura delle malattie della pelle, orecchio, naso, gola, delle broncopatie, dell'osteoartrosi ed in ginecologia. Alle "Terme Luigiane" e nella marina, numerose manifestazioni ricreative e culturali contrassegnano l'estate. Da Guardia una superstrada di recente costruzione, e di buone caratteristiche panoramiche, sale sino a circa 1000 m. e supera la catena costiera, ricongiungendosi poi con la S. 533 e scendendo verso la valle del Crati. E' qui, che s'incontra S. Marco Argentano(m. 430, ab. 7.813), l'antica Argentanum pre-romana ricordata da Tito Livio ed intitolata poi all'evangelista Marco, suo patrono, caposaldo della dominazione normanna, eretta in diocesi nel secolo XI (unita nel 1818 a quella di Bisignano ed oggi sede arcivescovile cui fa capo Scalea). Sull'abitato si erge la torre detta "di Dragone Normanno" che, però, seppure risalente al sec. XI, si presenta nella forma più tarda, dovuta ai Sanseverino di Bisignano (sec. XV) il cui stemma (ormai consunto e non più leggibile) si ritiene sormonti il portale d'ingresso.

Il manufatto, classico "dongion" collegato, forse da ponte levatoio, al rivellino, è ben conservato e merita una visita (la chiave si trova presso il Comando dei VV.UU., disponibili con grande cortesia) all'interno che si sviluppa su tre piani ed i sotterranei, con una scala circolare nella parete esterna ed ambienti ancora dotati dei tipici "servizi" medievali. Anche la Cattedrale è di impianto normanno (ma ne conserva solo la cripta medievale): vi sono custoditi una croce reliquario in argento, a rilievi bizantineggianti, di arte forse abbruzzese (o, secondo alcuni, locale) del sec. XIV, probabilmente proveniente dall'Abbazia di S. Maria della Matita , ed un dipinto su tavola raffigurante S. Nicola di Bari, di anonimo, forse locale, dallo spiccato gusto catalano (sec. XV). Una breve visita alla Chiesa della Riforma, originaria del XIII secolo e poi modificata secondo lo schema monastico di Val di Crati, rivela interessanti affreschi dei sec. XIV-XVII, parti di un polittico del Negroni (1553), un dipinto "Madonna con Bambino e Santi" di incerta attribuzione (sec. XVII ?), e, nella sacrestia, pregevoli intagli lignei di frà Gennaro da Bonifati e frà Giuseppe da Grimaldi (sec. XVIII). Nel paese si svolgono varie manifestazioni in agosto e settembre, con mostre di prodotti agricoli. Scendendo verso la valle, a circa quattro chilometri da S. Marco, in una doppia curva si trova la frazione "La Matina", dove in un nucleo di abitazioni rurali è sita l'Abbazia di S. Maria (proprietà famiglia Valentoni), di rilevante interesse malgrado le modifiche apportate nel tempo. Fondata intorno al 1060 dal sovrano normanno Roberto il Giuscardo per i monaci benedettini, vi dimorò Urbano II nel 1093; passò poi ai cistercensi, che la ricostruirono dopo il terremoto del 1184 in perfetto stile monastico-ogivale, con caratteristici elementi borgognoni (i monaci della Sambucina la occuparono verso il 1220). Si accede alla chiesa da un ingresso archiacuto, ed attraverso un atrio coperto a piccole volte a crociera, sorrette da colonne a fascio, e dotato di porte con lunette decorate, il tutto, però, malauguratamente ridipinto a vivaci colori; da qui si passa al grande cortile, con resti di affreschi, su cui s'apriva il chiostro, ormai crollato, e dal quale si entra nella suggestiva aula capitolare, cui recenti restauri hanno restituito la severa bellezza gotica, impreziosita da straordinarie colonne a fascio e da finissimi capitelli a fiori e foglie, finestroni bislunghi e portali ogivali, mensoloni collegati da una decorativa cornice modanata. Sono presenti, anche, buone tele di scuola napoletana. L'autostrada per Cosenza può infine essere raggiunta proseguendo sulla S. 533 ed entrando per lo svincolo di Tarsia, o, per chi non gradisse molto la tortuosità di questo percorso (peraltro breve), continuando a sinistra in modo da imboccare lo svincolo di Spezzano Terme, circa 5 km. più a nord del precedente.


Cosenza , Itinerario n. 7
"Valle del Savuto-Costiera Tirrenica Sud-Nord" Km 127 o 119 (ore 8 o 7:30)
Cosenza - Svincolo Altilia - Grimaldi (A3: km. 35) (ore 1:00) oppure:
Cosenza - Svincolo Rogliano - Grimaldi (A3 + S. S. 108: km. 27) (min. 30)*
Grimaldi - Aiello (S. S. 108: Km. 18) (ore 1:30)
Aiello - Amantea (S. Com. + S. S. 18: Km. 17) (ore 1:30)
Amantea - Paola (S. S. 18: Km. 25) (ore 2:30)
Paola - Cosenza (S. S. 107: Km. 32) (ore 1:30)

Questo itinerario consente, tra l'altro, di ripercorrere, seppure in piccola parte, quelle che erano le antiche vie di comunicazione che, sin dall'età romana, portavano al Tirreno, e cioè quella per la valle del Savuto e quella mediana per l'importante nodo strategico di Aiello. Se necessario, però, la prima direttrice citata può essere eliminata, risparmiando otto chilometri ed un certo tempo, necessario per il percorso verso il Savuto. Ed infatti, partendo da Cosenza, in direzione sud sull'A3, l'uscita al secondo svincolo (Altilia-Grimaldi), quando già si è in vista della visita della valle del fiume Savuto, suggerisce "doverosamente" una escursione per la strada provinciale verso Scigliano, dove, in località S. Angelo, a breve distanza dall'autostrada ma a fondo valle che richiede un quarto d'ora per essere raggiunto esiste ancora un ponte di epoca romana, che faceva parte del percorso stradale che vide tanti fatti d'arme e storici, dalla campagna di Annibale (che, secondo alcuni, avrebbe fatto costruire l'agile arcata) del 212 a.C. all'immatura scomparsa della Regina Isabella d'Aragona (1271).

Risalendo, poi, per Maione, si arriva a Grimaldi, che, come dicevamo, può essere raggiunta col più breve e veloce percorso alternativo dallo svincolo di Rogliano. Da Grimaldi si prosegue sulla S. S. 108, superando il Monte Faeto (m. 1103) e giungendo così in vista di Ajello (m. 560, ab. 3.114), dominato, dall'alto di una pittoresca roccia, dai ruderi del possente castello (uno dei più grandi della Calabria) di origine normanna e centro militare nei secoli successivi. L'abitato era racchiuso da un'imponente cinta fortificata, con torri, di cui restano tracce. Chiesa di S. Giuliano (sec. XV), con paliotto ligneo del XVII secolo ed altra suppellettile di artigiani locali. Chiesa di S. Maria delle Grazie, già degli Osservanti, con affreschi e frammenti di sculture di bottega napoletana del sec. XV. Bei palazzi feudali, in particolare quelli dei Principi Cybo-Malaspina (feudatari nei sec. XVI-XVIII) e della famiglia Viola. Il 1° febbraio vi si svolge la Festa di S. Giuliano, patrono, mentre l'altro protettore, S. Geniale, ha la sua celebrazione, anch'essa con festeggiamenti religiosi, gare, gastronomia, il 5 maggio, ed ancora in luglio v'è la processione notturna della Madonna delle Grazie, con grande fiera e giochi popolari, mentre l'11 novembre vi è una sagra gastronomica: la zona è infatti rinomata per la produzione di salumi, fichi secchi, vini, olio così come la vicina Cleto, ove sono i ruderi di un altro castello. Una nuova strada scende velocemente per la vallata del torrente Oliva, e porta in pochi minuti sul mare, nei pressi di Campora S. Giovanni (qui, altra torre costiera, purtroppo "fagocitata" dalle costruzioni addossatevi). Pochi chilometri a nord, sulla S. S. 18, si trova Amantea (m. 54, ab. 11.198). Oggi accorsato centro turistico, la cittadina, sorta forse sul sito dell'antica Clampetia, ebbe sempre un ruolo predominante per la sua importante posizione strategica sulla costa calabrese; fu così testa di ponte dei bizantini, sede di un Emirato Arabo (sec. VIII-IX), protagonista di varie gesta guerresche. In queste ebbe parte preminente il grande castello (ripristinato nel sec. XIV ma preesistente), le cui vestigia sovrastano la parte antica dell'abitato: si ricorda, in particolare, l'eroica difesa degli insorti contro la dominazione francese. Vicino al forte, i ruderi della Chiesa di S. Francesco d'Assisi (sec. XIV). Di particolare interesse è la Chiesa di S. Bernardino degli Osservanti, costruzione monastica di artigiani locali (1436); la facciata è ornata da nove piatti di ceramica colorata di schema siculo-iberico, attualmente in restauro nel Museo di Reggio Calabria, e arricchita da un bel portico; all'interno, nel Museo di Reggio Calabria, e arricchita da un bel portico; all'interno, ripristinato in tempi recenti ed adibito anche a sala concerti, statua marmorea della Madonna con Bambino del Gagini (1505), il gruppo della "Annunciazione" attribuibile a Francesco da Milano ed altre opere d'arte (statue, tele, per la gran parte oggi bisognose di restauro). Amantea, che ha dato i natali tra altri al musicista Alessandro Longo (1864-1945), universalmente noto per la sua "Tecnica pianistica" e le "Revisioni" dei clavicembalisti italiani, è anche sede di un importante archivio storico, privato, del marchese Cavallo-Marincola, ed ospita nel corso dell'anno varie manifestazioni, tra cui un premio letterario, una nutrita serie di concerti, la solenne processione di S. Antonio (maggio), gare di pesca, un torneo internazionale di scacchi ed altri sportivi, nell'estate, e la fiera-mercato dell'artigianato (ottobre). Proseguendo a nord, altre località offrono spunti per una visita: Belmonte (m. 262, ab. 3.123), patria del poeta-tiranno Galeazzo di Tarsia (sec. XVI) e di Michele Bianchi (1883-1930), ed il cui suggestivo mausoleo funebre (una colonna su base con bassorilievi, opera del Piacentini) è ormai l'unico monumento degno di nota, visto che i ruderi del castello e della cinta fortificata (sec. XIV), nonché un piccolo centro storico, sono orrendamente contornati ed oppressi da costruzioni selvagge o, peggio, da accostamenti di gusto orrido dei novelli Wright, mentre i bei palazzi ottocenteschi della famiglia Del Giudice ed il più antico casino Giuliani alla marina, sono destinati alla rovina irreversibile. Offrono comunque discreti motivi d'interesse la Chiesa dei Cappuccini (sec. XVII), la centrale Chiesa del Carmine (sec. XVI) e la Matrice (sec. XVI-XVII). Il paese ha anche una tipica produzione agricolo-alimentare (pomodori giganti, fichi variamente lavorati, formaggi, etc.). Longobardi (m. 300, ab. 2.269), con la torre "di Santi Quaranta" e la Chiesa della Madonna (sec. XIII) con dipinto "Madonna con San Leonardo" del fiammingo Teodoro d'Errico (fine 1500).

Fiumefreddo Bruzio (m. 220, ab. 4.072), patria dell'artista Giuseppe Pascaletti (1699-1757), ed importante centro storico-culturale, dotato di un abitato cinquecentesco di estensione notevole e di discreta conservazione, e ricordato anche per la vicina Abbazia di S. Maria di Fontelaurato, la più famosa dell'ordine florense, dopo quella di S. Giovanni in Fiore (inizi sec. XIII: di proprietà privata famiglia Mazzarone).

Degni di nota, inoltre, il castello (sec. XVII, già dei Mendoza e su costruzione più remota), come al solito in via di progressivo disfacimento (anche per vandalismo, privato e pubblico), la Chiesa di S. Chiara (sec. XVI; purtroppo quasi sempre chiusa) con tele ed opere d'arte in legno dovute a settecenteschi come Solimena, Simonelli, Castellano, la Chiesa Madre (vicina ad un'antica porta), con portali del sec. XVII, tele di Nicola Menzele e la tavola "Madonna" del Negroni, la Chiesa di S. Francesco di Paola (sec. XVII) con lapide sepolcrale degli Alarçon y Mendoza, i resti della cinta muraria, palazzi feudali del XVI-XVII sec. (Pignatelli, Zupi, Mazzarone, Lancilotta, etc.), e bellissimi panorami; immediatamente a monte dell'abitato, verso la stradina che conduce all'Abbazia, che dista circa 4 Km., la Chiesa del Carmine (sec. XIV). S. Lucido (m. 60, ab. 5931), altra località turistica molto frequentata, anche per le varie possibilità di svago dell'estate, vanta un remoto passato, come comprovano i resti di una necropoli e di costruzioni romane venuti alla luce in località Pietralonga (o Palazzi) 2 Km. a sud del paese, e "San Cono", e l'utilizzazione, nei secoli passati, quale importante porto. Nell'abitato, il piccolo centro storico è dominato dai ruderi del vetusto castello (in cui nacque il celebre cardinale Fabrizio Ruffo, 1744-1827), con torre e ponte d'ingresso (sec. XIV). A fianco, la Chiesa di S. Giovanni Battista (sec. XVII), con sarcofago marmoreo dell'800, recentemente restaurata, così come la Chiesa dell'Annunziata (sec. XIV-XV), situata all'entrata nord dell'abitato: essa fu pure Convento dei Minori Osservanti, e la sua abside serba strutture originarie, visibili anche in altri punti dell'edificio, come nell'ingresso a sinistra del portale principale (aragonese); interessanti, alcune sculture di scuola siciliana (sec. XV-XVI). Nei pressi della stazione, una poco nota fortificazione sette-ottocentesca; ancora nel territorio, la torre cinquecentesca, dotata di loggette e merlature a gigli, detta Casino dei Rossi. Si è quindi a Paola (m. 94, ab. 16.651), terra natale del Santo Francesco (1416-1507) e dei musicisti settecenteschi Giuseppe e Francesco Avossa, paese di antica origine, e nell'età moderna importante nodo di comunicazioni con Cosenza (oggi facilmente raggiungibile, col treno o con l'auto, in una ventina di minuti) e frequentato centro turistico, ove, specialmente d'estate, si svolgono numerose manifestazioni culturali. Non si può prescindere da una visita al grande Santuario-Basilica di S. Francesco : esso presenta una facciata barocca del sec. XVII, sulla preesistente costruzione di tradizione gotica (sec. XV), la cappella Spinelli (o "S. Francesco") del 1595, con pala d'altare attribuita in parte al fiammingo d'Errico, il chiostro interamente affrescato (sec. XV), la ricca biblioteca monastica (1778), e numerose opere d'arte, come la "Madonna degli Angeli" di Jacobello d'Antonio (sec. XV), la croce processionale d'argento (fine sec. XV), la serie di lastre d'ardesia con i "Miracoli", di Andrea Lilio (sec. XVI), il "San Michele Arcangelo" del Pascaletti (1750), statue del '700 in marmo, coro ligneo del '600 di artigiani locali, il busto del Santo, opera di argentieri meridionali del sec. XVI, oggetto in tempi recenti di furto sacrilego, e sostituito con copia: esso viene portato nella grande "processione a mare" del 2 aprile. Altri monumenti meritano comunque una visita: la Chiesa della Annunziata (sec. XV su preesistenze), con tavola (1580) del pittore fiammingo Hendriskz e altre opere d'arte; la Chiesa di S. Caterina con portale florense del 1493;nella centrale Piazza del Popolo, con la bella fontana e la torre dell'orologio con portico, seicentesche, la porta di S. Francesco (sec. XVIII), la Chiesa della Madonna di Montevergine (sec. XVIII) con lo scenografo prospetto barocco di scalpellini locali su disegni di Niccolò Ricciulli (attribuzione: Mario Borretti); sul vicino corso Garibaldi, la barocca Chiesa del SS. Rosario (1615), con coevo altare marmoreo ed importante organo del 1888 di Pacifico Inzoli; la Chiesa di Sotterra ove si sono rinvenuti affreschi bizantineggianti (sec. XVII) e fonte battesimale ancora più antica; la Chiesa dei Cappuccini o Cimitero, con polittico del napoletano F. Santafede (sec. XVII) e sculture, i ruderi del castello aragonese (torre cilindrica) e della medievale torre quadrata costiera, presso la stazione ferroviaria.

Per tornare a Cosenza si seguirà la S.S. 107, sul moderno tracciato che, pur veloce, offre belle prospettive panoramiche, dall'alto dei costoni della serra della Palombara (nelle giornate più limpide è possibile scorgere lo Stromboli). Gli amanti della quiete potranno seguire il più tortuoso tracciato della vecchia S. S. 107, che transita per il valico della Crocetta, immerso tra boschi di faggi e castagni. Le due vie ricongiungono, poco dopo S. Fili (m. 550, ab. 2.511), e poco più giù conviene imboccare, per un breve tratto, l'A3, allo svincolo Cosenza-Nord, a meno che si debbano raggiungere altre zone della città, servite da due superstrade, ormai urbane, e dalle numerose strade di Cosenza-Nord e Rende.


Cosenza , Itinerario n. 8

"Sila" Km 157 o 175* (ore 5 o 6)
Cosenza - Rogliano
(A3+S. S. 19: km. 18) (ore 1:00)
Rogliano - Bivio Bocca Di Piazza
(S. 535: Km. 23) (min. 45)
Bivio Bocca Di Piazza - Lago Arvo - Rovale
(S. S. 108 Bis: Km. 25) (min. 45)
Rovale - Silvana Mansio- S. Giovanni In Fiore
(S. Prov. + S. S. 107: Km. 30) (ore 1 e 30')
S. Giovanni in Fiore - Cosenza
(SuperS. 107: Km. 61) (ore 1:00) oppure:
Soldato - Cosenza
(S. S. 108 Bis + S. Prov. + SuperS. 107: Km. 79*) (ore 2:00)


E' questo, un itinerario a carattere prevalentemente paesaggistico, è consigliabile soprattutto d'estate, per godere della frescura della "Selva Bruzia": non mancano, però, gli spunti storico-artistici. Si prende l'A3 in direzione sud, ed al primo svincolo in località "Piano Lago" si esce per proseguire sulla S. S. 19, giungendo dopo poco a Rogliano (m. 650 ab. 5.843). La cittadina, sita in amena posizione, patria dei Vescovi ed Arcivescovi Ricciuli (sec. XVI - XVII), è nota perché culla secolare di una fiorente scuola di artigiani (scalpellini, intagliatori, campanari, etc.), di notevole valore artistico, e che operarono in tutta la regione ed oltre (anche all'estero). Vanno visitate: in centro, il Duomo, dalla imponente facciata in tufo (sec. XVIII); a destra, imboccando l'antico corso, con portici e stemmi, la Chiesa di S. Giorgio, a pregevoli altari barocchi del roglianese Altomare e altre opere scultoree e d'intarsio; in località "Camino", la chiesetta di S. Maria delle Grazie (1611), dall'elegante soffitto ligneo e con tele di pittori locali del '600-'700. Da Rogliano, si imbocca la S. 535 della valle del Savuto, zona di produzione del rinnovato vino, come il "Succo di pietra" dei Piro, celebrato da Mario Soldati, e che, salendo, si svolge a ridosso di selvose colline. Bella vista del Monte Reventino (m. 1416); varcato il fiume Savuto e risalita la sponda opposta, si passa per Parenti (m. 850, ab. 2.265), si continua nell'ascesa e si giunge poi sull'altopiano silano, in località "Bocca di Piazza" (m. 1267), nei cui pressi sono il laghetto e le sorgenti del fiume che, assieme al torrente Ciricilla e ad altri affluenti, alimenta il grande lago artificiale dell'Ampollino (75 Kmq., 67 milioni di mc.). Questo può essere raggiunto prendendo, a destra, la panoramica S. S. 179, ma non è incluso in questo itinerario, che prosegue, invece, svoltando a sinistra, sulla S. S. 108 Bis. All'altezza del bivio di Quaresima (m. 1305), cui si congiunge la S. 178 proveniente da Aprigliano, la strada comincia a costeggiare il lago Arvo, altro serbatoio artificiale - il secondo, in ordine di costruzione, degli impianti silani, con diga di terra, lungo circa 11 Km. e dalla capacità di 67,5 milioni di mc. - con un percorso quasi pianeggiante.

Poi la strada si inerpica lungo l'agreste vallata del Bufalo, perdendosi brevemente la visione dell'invaso; nella susseguente località "Passo delle Cornacchie" (m. 1263) vi è un camping, mentre stranamente abbandonato risulta l'Autostello dell'A.C.I., che era una delle prime strutture alberghiere, costruito in suggestiva posizione fra le folte pinete e con bella vista sul lago. Si giunge quindi a Lorica (m. 1314), borgo residenziale con villini disposti sotto fitte pinete, prospettanti il lago, diversi edifici rurali, con chiesetta e caserma, realizzati a suo tempo dall'ex Opera per la Valorizzazione della Sila (oggi E.S.A.C.), ed abbondanti attrezzature ricettive (alberghi, bar, camping, impianti sportivi). Arrivati nell'amena località di Rovale (m. 1322), suggeriamo di svoltare a sinistra, per la strada che conduce a Silvana Mansio, pittoresco centro turistico estivo, con un complesso di villette in muratura e legno, denominato "Villaggio delle Fate". Il luogo è punto di partenza per escursioni a Cecita, Aria Macina, all'Arvo e sulle circostanti montagne coperte di pini ed abeti, e ricche di flora alpestre. La strada si riallaccia, poi, alla

Superstrada 107. Se si volesse, però, abbreviare il percorso, da Rovale si può continuare, a destra, sulla 108 Bis, passando indi per Ramundo (a destra, in fondo, la catena del Monte Nero, m. 1881), nei cui pressi è il bivio per Ceraso, meta di piacevoli gite, arrivando quindi al bivio Garga. Da qui, per la Superstrada 107, o, alternativamente, per il più panoramico ma serpeggiante tracciato della vecchia 107, si scende a S. Giovanni in Fiore (m. 1050, ab. 20.179). L'abitato è il più importante agglomerato urbano dell'intero altopiano silano, ed è anche uno dei pochi paesi della provincia cosentina che si trovi ad una notevole altitudine. Contrariamente alla tendenza negativa più comune, esso ha segnato una discreta espansione, ed infatti è un frequentato centro turistico. S. Giovanni sorse nel XII secolo, attorno all'archicenobio florense fondato dall'abate Gioacchino (nato a Celico nel 1130 ca.), e fu feudo monastico dell'Abbazia. La chiesa, restaurata, ha elementi di architettura cistercense, con la caratteristica abside medievale, a volta spezzata, arco maggiore, e fondo con occhi trilobati, absidi integre e cripta (XIII secolo), nella quale vennero conservate le reliquie del fondatore "di spirito profetico dotato". Interessante il grande fastigio ligneo a fioroni barocchi dell'altare maggiore e del coro, del 1685. Nella piazza principale, Chiesa di S. Maria delle Grazie, con portali in pietra scura (sec. XVII), argenterie barocche e parati sacri con stemmi degli Abati commendatari. Presso l'Abbazia, è il "Museo etnografico e della civiltà contadina". L'artigianato comprende la tessitura di stoffe e tappeti, con una scuola d'arte appositamente impiantata sotto la guida di artigiani armeni, l'oreficeria, e gli scalpellini, la cui tradizione risale addirittura al 1200. Il 29 marzo ha luogo una singolare processione in costume, simboleggiante la morte e la resurrezione di Cristo. A questo punto, da S. Giovanni si può proseguire ancora più a sud, nella "Sila piccola" (provincia di Catanzaro), oppure tornare indietro, a Cosenza, abbastanza velocemente, utilizzando la Superstrada 107.Se però si ha ancora tempo a disposizione, l'itinerario di ritorno a Cosenza può essere così variato: si torna a Rovale tramite il percorso non fatto all'andata (contrada Ramundo, S. S. 108 Bis, oppure Silvana Mansio, da S. S. 107) e, da Lorica, si prende il bivio per il suggestivo monte Botte Donato (m. 1876). Riallacciatasi, poi, alla vecchia S. S. 107, in località "Fago del Soldato", si può prendere la Superstrada recante lo stesso numero, per Cosenza, attraverso Spezzano e Celico, centri presilani ricchi di tradizioni.

Cosenza , Itinerario n. 9 "Costiera Jonica-Direttrice Nord" Km 137 o 156* (ore 5:30 o 6:30*)

Cosenza - svincolo per Sibari
(A3: Km. 51) (min. 30)
Svincolo - Sibari
(SuperS. 534: Km. 22) (ore 1:00) oppure:
Svincolo - Cassano-Sibari
(SuperS. 534 + S. Prov.: Km. 41)* (ore 2:00)
Sibari - Amendolara
(S. S. 106 Radd. + S. 481: Km. 36) (ore 2:00)
Amendolara - Rocca Imperiale
(S. 481 + S. S. 106 Radd. + S. Prov.: Km. 28) (ore 2:00)

Si tratta di un itinerario che, unitamente a vari motivi d'interesse,presenta però lo svantaggio di toccare l'estremo limite nord-orientale della provincia di Cosenza, che è la più estesa della regione. Ciò, e la mancanza di un percorso alternativo per il ritorno a Cosenza, rendono quest'ultimo defatigante, salvo pernottamento, per cui l'itinerario è consigliabile a chi debba poi dirigersi a nord verso la Basilicata e la Puglia, o ne provenga. E' anche possibile proseguire in direzione centro-nord, riallacciandosi alla A3 tramite la SuperS. 653, ma con un ulteriore percorso mediano (Est-Centro) di circa 90 Km., dal bivio sul fiume Sinni allo svincolo di Lauria Nord. Si parte, in direzione nord, sull'A3, dalla quale si esce allo svincolo per Sibari, proseguendo sulla SuperS. 534, verso il mare Jonio. Si può deviare, prima di arrivare al bivio della S. S. 106, per Cassano, passando per Doria/Cassano stazione: una deviazione consigliabile per chi avesse tempo a disposizione, comportando un maggior percorso, fra andata e ritorno, di soli 19 Km. circa.

Cassano Jonio (m. 252, ab. 18.613), già nota sin dal IX secolo a.C. come importante centro longobardo, pretesa patria di S. Eusebio papa (1309), è sede di Vescovado, la cui fondazione risale al secolo VIII. La Cattedrale, ricostruita nel XV secolo su preesistente cripta normanna, con affresco in stile bizantino "S. Biagio" (1500), ha una ricca facciata barocca (vescovo Coppola, 1795) e conserva all'interno interessanti opere marmoree dei sec. XV-XIX, tracce di affreschi del '400 e suppellettile varia: vicino, il campanile (1606). Dominano l'abitato i ruderi del castello (sec. XII), mentre nelle vicinanze sono il Santuario della Madonna della Catena (1620), con tele di Nicola Malinconico (1663-1721), seguace di Luca Giordano, la Grotta di S. Angelo dai ritrovamenti archeologici dell'età neolitica, e le Terme con sorgenti alcaline e sulfuree, molto frequentate per la cura di malattie delle vie respiratorie e dell'epidermide. Nei pressi della Cattedrale vi è, inoltre, il Museo Diocesano, contenente dipinti, tra cui "L'Annunziata" attribuita ad Orfeo Barbalimpida (1500), sculture, parametri, pergamene, platee. Manifestazioni popolari tipiche sono la "corrida del maiale" (13 febbraio), la processione dei "varetti" (Misteri della passione di Cristo, 29 marzo), la fiera-mercato dell'artigianato e la sagra dell'uva (settembre). Ritornati sulla SuperS. 534, si procede sempre dritti verso il mare, sino a che, nei pressi della foce del Crati, si giunge nella zona di rilevante interesse archeologico dell'antica Sibari, e delle colonie di Copia e di Thurio. Sibari era stata fondata verso il 720 a.C., ed aveva raggiunto grandi dimensioni (si stendeva per alcuni chilometri), notevole rilievo politico-economico, e quell'opulenza tramandata poi in negativo dai suoi nemici, che la distrussero verso il 510 a.C.

Gli scavi hanno messo in luce molti edifici abitativi, resti di templi, strade, teatri, monete, ed altre vestigia. Nella direzione dei "Laghi di Sibari" si trova il Museo Archeologico della Sibaritide, che comprende anche materiali rinvenuti nella vicina Francavilla Marittima, ed oggetti, per lo più ragguardevoli, provenienti dagli scavi stessi (moltissimi altri sono ancora da inventariare e restaurare). Continuando a nord sulla S. S. 106, si arriva, deviando per la S. 481, ad Amendolara (m. 237, ab. 3.053), l'arcaica Ad Vicesimun, stazione sulla via consolare jonica, ma di origine ben più remota, come comprovano i rapporti con la colonia greca di Sibari e le numerose scoperte archeologiche (necropoli e città pre-elleniche, elleniche, romane, e vestigia bizantine). Nel centro, che ha dato i natali al letterato Pomponio Leto (sec. XV), Chiesa della Matrice (sec. XV) con portale degno di interesse, fonte battesimale, croce processionale coeva di produzione calabra; resti del castello normanno, e di numerose chiesette bizantine (S. Maria della Lista, oggi detta "Cappella dell'Annunziata", S. Giuseppe, ed altre, con affreschi del '500). Da segnalare, anche, il Museo archeologico dovuto alla passione di un privato, il dr. Laviola, che è stato pure il principale artefice delle numerose scoperte di reperti storici e che raccoglie oggetti delle età del bronzo e del ferro, greco-arcaici, romani, bizantini, coprendo un arco di tempo di oltre sette secoli. Ancora più a nord, la S. S. 106 passa per la marina di Roseto Capo Spulico (m. 210, ab. 1.743), dove, su una roccia sul mare, svetta l'agile sagoma del castello svevo, che segnava nel secolo XIII il limite della "Porta Roseti", e che finalmente è in corso di restauro ad opera di una società privata che lo ha acquistato, sottraendolo...all'incuria pubblica. Interessanti, anche, gli avanzi della cinta fortificata dell'abitato più a monte, mentre pochi chilometri più a sud è la cosidetta Torre spaccata di capo Spulico ed altre ancora si trovano lungo il litorale. Si arriva, infine, a soli quattro chilometri dall'estremo confine della provincia (e della Regione), a Rocca Imperiale (m. 198, ab. 3.433). In cima all'abitato, che ne porta il nome, il vasto castello (recentemente acquistato dal Comune) di impianto svevo ma molto rimaneggiato in epoca aragonese e poi nel Viceregno spagnolo, e che conserva numerosi, notevoli, ambienti. Nel duomo, campanile forse del XIII secolo, con bifore di tipo normanno e, all'interno, il corposo fastigio ligneo di polittico del sec. XVII. Le attuali tele sono dovute al Sampietro (sec. XX).

FONTE: www.calabriaonline.com

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