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Campania

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Agriturismo Scopri l'ItaliaCampaniaItinerari della regione CampaniaItinerari Storici - Archeologici della Regione Campania

Itinerari storici - archeologici della regione Campania

All' interno della Campania è possibile percorrere più itinerari di grande interesse, scoprendo tanti "musei a cielo aperto", perchè numerosi sono i luoghi della memoria.


ZONA NAPOLI

"C'è Napoli e.....Napoli"


Visita guidata al centro storico di Napoli, autentico cuore della città. Si visiterà la zona dei decumani con la Chiesa del Gesù Nuovo, il complesso conventuale di Santa Chiara, la Chiesa di San Domenico Maggiore con l’omonima piazza, il Duomo. Successivamente visita guidata ai suggestivi cunicoli di Napoli Sotterranea, per scendere nelle viscere della città.


POMPEI

"La Pompei Ritrovata"


Arrivo a Pompei. Percorrendo le antiche strade si possono visitare le case che furono abitate dai patrizi romani prima della tremenda eruzione del 79 d.C. e i meravigliosi affreschi che le decorano. Questa escursione permette di approfondire sia gli aspetti culturali ed artistici, sia quelli legati alla vita quotidiana di Pompei e delle ville suburbane di età romana.


CAMPI FLEGREI

"Passeggiando tra gli antichi splendori"

Visita ai luoghi dove i patrizi Romani costruirono splendide ville e fastosi palazzi, palcoscenico dei loro svaghi come l’Anfiteatro Flavio, una delle più grandi espressioni dell’architettura e dell’ingegneria romana a Pozzuoli. Il tour prosegue al regno dell’enigmatica Sibilla Cumana: il santuario di Cuma dove, da ogni parte del Mediterraneo, giungevano fedeli per ascoltare i preziosi oracoli che la maga vaticinava dal suo antro . Sosta pranzo in ristorante. Il tour prosegue con la visita guidata al Tempio di Serapide, l’antico Macellum o mercato alimentare.


COSTIERA SORRENTINA

"Sorrento delle Sirene"

Arrivo a Sorrento, meta campana fra le più affascinanti, considerata una delle zone più suggestive d’Italia, la dolce Sorrento deriva il suo antico nome Surrentum, dalle Sirene. Ingresso e visita al Museo Correale, posto a picco sul mare, conserva una vasta collezione di dipinti e reperti archeologici. Una volta arrivati in città sarà possibile visitare il Duomo, preceduto da un bizzarro campanile poggiato su un arco con quattro colonne antiche; il sedile Dominova, una loggia quadrata del XV secolo e simbolo della nobiltà sorrentina. Durante il tour è prevista una sosta pranzo in ristorante della zona.

FONTE: www.vesuvioincoming.com


Torre dell'orologio

La tradizione, raccolta dallo storico avellinese F. Scandone, vuole che essa sia stata edificata su una torre dell’antica cinta muraria o addirittura eretta sui resti di un antico campanile. Costruita intorno al 1650, essa è stata spesso attribuita al Fanzago, (il Pescatori addirittura affermava che fosse "costruita di pianta su apposito disegno") presente in Avellino alla metà del’600 come consigliere di Francesco Marino Caracciolo, per il suo perfetto inserimento nell’immagine della nuova città ridisegnata dall’artista bergamasco, ma tale attribuzione non è supportata da documenti certi.

Della torre, la cui costruzione in origine era a due piani, di cui quello superiore aperto, il Pescatore ci fornisce un' attenta relazione tecnica scrivendo: "Tutta la Torre è alta 36 metri, ha un basamento a bugne riquadre; il primo ordine architettonico è toscano con trabeazione mista a dorico, in pietra dura oscura; l’ordine superiore è corintio, di tufo misto a mattoni".

La costruzione che fin dalle origini appartenne all’Università, fu gravemente danneggiata dai terremoti del 1668 e del 1742, ma i primi interventi si ebbero soltanto nel 1783 con l’utilizzo di denaro pubblico che dotarono la struttura di un nuovo macchinario per l’orologio: un orologio a campane e una "diana" da suonare soltanto in caso di pericolo.

I restauri seguiti all’ultimo terremoto del 1980 hanno restituito alla cittadinanza una torre sapientemente recuperata.



Il Castello normanno

Il castello edificato in una posizione strategica e di difficile accesso, circondato da barriere naturali, scoscendimenti e dirupi, domina le valli dell'Ufita, del Miscano e del Cervaro, e, dalla sommità, le cedette spaziavano nel vasto giro dell'orizzonte, da un lato verso i territori beneventani e di Montefusco, dall'altro verso la piana di Camporeale e le gole pugliesi.

Non solo l'asprezza del luogo e la robustezza delle solide mura lo resero impenetrabile, quanto la intrigata rete di vie sotterranee, che scorreva al di là delle mura (Madonna di Loreto, Guardia e Pasteni). E la storia dei lunghi assedi ne dà atto; lo stesso re Ruggiero nel 1139 assediò la città, ma ben presto si convinse che il castrum era imprendibile, tolse l'assedio e l'ira lo indusse a devastare tutto ciò che incontrava durante la ritirata, anche se nel 1140 entrerà in Ariano come possessore.

Ha forma trapezoidale, munito di quattro torri troncoconiche, comunicanti tra di loro tramite corridoi che si aprono lungo le mura perimetrali. Alla sommità sfida il tempo l'antico rudere del mastio, da cui, come asseriscono antichi autori, si scorgeva attraverso la gola di Monteleone, il Golfo di Manfredonia.

I muri di cortina sono muniti di contrafforti, ora interrati, che partendo dall'attuale piano di calpestio, terminano a circa sei metri sul punto iniziale della scarpa, come da saggi condotti sul lato Sud-Est (lato prospiciente al monumento del Parzanese), durante il primo restauro.

Le torri sono composte di due vani, uno superiore e l'altro inferiore, che prendono luce ed aria da bocchettoni cilindrici o talvolta biconici.

Ancora visibili le caditoie, intercalate dagli orecchioni, questi ultimi usati per le comunicazioni rapide fra le milizie operanti lungo le merlature e le postazioni nei piani sottostanti.

La metà dell'attuale fortezza è interrata e, chi visita la torre Est, a cui si accede nel piano inferiore tramite due rampe di scale, si accorge di trovarsi al di sotto del livello stradale.

Nel vano interrato si aprono tre ambienti, con postazioni a semiluna, con feritoie per colubrine medie passavolanti, le cui gittate erano "radente uomo".

Sul lato Sud, tra la torre della Madonna degli Angioli e quella si S.Elziario, così denominate dalla tradizione, si apriva nella prima cinta, un primo ingresso con fossato e ponte levatoio, e nella seconda, la porta principale con secondo fossato ed altro ponte levatoio.



Palazzo Reale - Reggia

La storia della Reggia ha inizio il 28 agosto del 1750, quando Carlo di Borbone, re delle Due Sicilie da 16 anni, acquista dagli eredi della famiglia Caetani Acquaviva il territorio pianeggiante, ai piedi dei Monti Tifatini, dove si trovavano un piccolo villaggio ed una torre piramidale, un "torrazzo", precisamente. Il costo di quella transazione tolse alle casse regie ben 489.343 ducati (come si rileva dai documenti dell'epoca), ma la spesa venne ritenuta necessaria per la realizzazione di un progetto che da tempo il sovrano accarezzava: la "riorganizzazione militare ed amministrativa del regno" (come scrive l'architetto Gian Marco Jacobitti, Sovrintendente ai Beni Ambientali e Architettonici di Caserta in una sua opera).

Un' iniziativa che non voleva limitarsi ad edificare una reggia che competesse per splendore con quella di Versailles, ma che puntava a dare al regno una nuova capitale, lontana dal mare e dalle offese che da questo potevano venire, come era stato dimostrato dalla flotta inglese nel 1742, quando questa aveva minacciato di bombardare Napoli (e come avverrà oltre mezzo secolo dopo, quando ad ormeggiare nelle acque si presenterà Nelson con le sue cannoniere per costringere alla resa i capi della Repubblica Partenopea del 1799 ed impiccare al più alto pennone della sua ammiraglia Francesco Caracciolo).

Una città nuova, insomma, della quale il Palazzo Reale costituisse il centro propulsore ed amministrativo. Un progetto ambizioso, per il quale si rendeva necessario assumere un architetto all'altezza del compito, cui dovettero rinunziare Ferdinando Fuga (impegnato oltre ogni limite all'Albergo dei Poveri ed alla maestosa antistante piazza) e Nicola Salvi (che stava lavorando alla pontificia Fontana di Trevi). Fu proprio dal Papa - Benedetto XIV - che Carlo di Borbone, destinato a salire al trono di Spagna col nome di Carlo III, ricevette il consenso e l'autorizzazione ad assumere un architetto napoletano, di origine olandese, che stava lavorando alla preparazione del Giubileo del 1750: Luigi Vanvitelli.
I contatti ebbero inizio nello stesso 1750, quando il già cinquantenne Vanvitelli presentò al Borbone i suoi piani.

Nel 1751 il progetto fu ufficialmente presentato al re, del quale ottenne consenso ed approvazione. Poco meno di due anni e mezzo dopo la transazione con i Caetani Acquaviva, e precisamente il 20 gennaio del 1752, veniva posata la prima pietra dell'opera. Frano presenti il re e sua moglie Amalia di Sassonia, il ministro Tanucci, il Nunzio Apostolico e numerosi dignitari. Sette anni dopo, con i lavori in pieno fermento, Carlo lasciava la sua Napoli per trasferirsi a Madrid come sovrano di Spagna.

Nel 1773 moriva Luigi Vanvitelli e la costruzione non era ancora ultimata; soltanto nel 1847, a distanza, quindi, di quasi un secolo dalla posa della prima pietra, veniva ultimata la Sala del Trono: l'opera poteva considerarsi compiuta, anche se con qualche rimaneggiamento rispetto all'originario disegno vanvitelliano, dovuto non tanto alla morte del grande architetto, cui era succeduto il figlio, chiamato Carlo in onore del sovrano, quanto al "diminuito interesse" (come scrive il Soprintendente Jacobitti) scaturito dalla partenza di Carlo di Borbone e dagli impegni spagnoli che lo distraevano dal ricordo e dalla nostalgia della "sua" Napoli e della "sua" Caserta.

La Reggia, in ogni modo, si poneva come cuore pulsante della nuova capitale vagheggiata da Re Carlo: un impianto urbanistico moderno, una città-corte che competesse con Versailles e costituisse simbolo di prestigio della Casa Borbonica per magnificenza, per monumentalità, per volumetrie e per estensione.
Una città che andava sorgendo, a mano a mano, intorno all'antico "torrazzo" degli Acquaviva ed al loro cinquecentesco palazzo, richiamando abitanti della zona e, soprattutto, quelli della vicina, antica Casa Hirta (oggi Borgo Medioevale di Casertavecchia).

Un impianto urbanistico che regge perfettamente anche oggi, a distanza di oltre due secoli dalla sua progettazione, e che tuttora esalta la funzione del Palazzo Reale e del suo Parco. La Reggia, sulla scorta dei meticolosi documenti contabili di Corte, costò una cifra enorme per l'epoca: ben 6.133.507 ducati, dodici volte e mezzo il costo di tutto il territorio ceduto dagli eredi degli Acquaviva, ed impegnò un numero imprecisato - ma certamente altissimo - di maestranze, tra le quali schiavi e galeotti musulmani "catturati dalle navi regie sul Mediterraneo o lungo la costa libica" (Gian Marco Jacobitti).

Accurata fu la scelta dei materiali: il tufo da San Nicola La Strada, il travertino da Bellona (la famosa "pietra di Bellona"), la calce da San Leucio, la pozzolana da Bacoli, il laterizio da Capua, il ferro da Follonica, il marmo grigio da Mondragone e quello bianco da Carrara. La pianta del palazzo è rettangolare, con i lati di metri 247 e 190, un perimetro di 874 metri, un'altezza di 41 metri, una superficie di oltre 44.000 metri, e una volumetria di quasi 2.000.000 di metri cubi. L'area interna è divisa in quattro per altrettanti cortili e con due corpi di fabbrica che si intersecano ad angolo retto.

Ognuno dei quattro grandi e splendidi cortili ha gli angoli smussati da un taglio a 45 gradi, e questo accorgimento, insieme con le geniali intuizioni di Vanvitelli, contribuisce ad evitare le rozze squadrature che sarebbero state inevitabili per la mole dell'edificio, "rendendo l'architettura più fluida e meno massiccia di quello che potrebbe apparire a prima vista" (Gian Marco Jacobitti).
Alla Reggia Vanvitelli progettò un accesso da Napoli altrettanto monumentale e maestoso, con un grande vialone (oggi Viale Carlo III) che si innesta su un doppio emiciclo che forma la grande Piazza Vanvitelli, e dal quale si scorge, fin da lontano, la facciata della costruzione, che appare d'un delicato rosa che si sta-glia sull'azzurro del cielo ed il verde delle colline.

Oltre ai cortili ed agli altri spazi creati dall'intersezione dei corpi di fabbrica, il Palazzo Reale comprende 1.200 stanze con 1.742 finestre (245 delle quali si aprono nella facciata). Struttura polifunzionale nel progetto vanvitelliano, la Reggia doveva comprendere, oltre agli alloggi reali, gli alloggiamenti della truppa, gli uffici amministrativi, la cappella, il teatro: dei 1.200 vani soltanto 134, infatti, erano destinati alla famiglia reale.

La Reggia di Caserta appartenne alla Casa Borbone per oltre un secolo: dal 1752 al 1860, anno in cui passò ai Savoia. Un decreto ministeriale la attribuì al demanio dello Stato Italiano nel 1919. La vicenda della Reggia di Caserta si sovrappone perfettamente al tracciato storico degli oltre due secoli della sua vita. Vanto, orgoglio e fasto dei Borbone all'inizio, controllata per brevissimo tempo dalla Repubblica Napoletana nel 1799 e nello stesso anno riappropriata al Borbone fino al 1805, quando le sorti di Napoleone portarono il condottiero corso a dominare l'intera Europa e ad assegnare prima al fratello del Bonaparte, Giuseppe, e poi, nel 1808, a Gioacchino Murat il Regno delle Due Sicilie, tornò alla Casa Borbone con la caduta delle aquile napoleoniche ed il susseguente Congresso di Vienna nel 1815.

Seguì il periodo Savoia dal 1860 al 1919. Dal 1926 e negli anni che precedettero e videro lo svolgersi del Secondo Conflitto Mondiale, e fino al 1943, ospitò l'Accademia dell'Aeronautica Militare Italiana. Il 14 dicembre del 1943, dopo lo sbarco degli Alleati a Salerno, fu occupata dalle Armate Alleate. Il 27 aprile del 1945 accolse i plenipotenziari che vi firmarono la resa delle armi germaniche in Italia.

Nel luglio del 1994, infine, ospitò per una cena offerta dal Presidente della Repubblica i Capi di Stato in occasione del Vertice G7. Attualmente ospita la Soprintendenza ai Beni Ambientali Artistici Architettonici e Storici di Caserta (cui è affidata in consegna), l'Ente Provinciale per il Turismo di Caserta, la Società di Storia Patria, la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, la Scuola Sottufficiali dell'Aeronautica Militare ed alcuni alloggi di servizio.

Il genio di Vanvitelli si rivela nell'architettura dell'imponente complesso, che occupa uno spazio immenso e consta della grande Piazza antistante la Reggia, il Palazzo Reale, il Parco e il Giardino Inglese.
Quanto all'architettura, il Soprintendente Gian Marco Jacobitti - architetto anch'egli - rileva che "è notevole la continuità di un asse prospettico" ottenuto attraverso la sequenza dei vari elementi: il Viale Carlo III, la Galleria del Palazzo, il Viale del Parco, la grande Cascata.

Così, ancora, l'architetto Jacobitti descrive la costruzione in un'opera edita nel 1992 dall'Editoriale Museum di Roma: "Il prospetto anteriore della Reggia, eseguito parte in travertino e parte in laterizi, si sviluppa su uno schema orizzontale composto da un basamento a bugnato e da un maestoso ordine com-posito cui fa da chiusura, in alto, un attico realizzato alla maniera classica, aperto in piccole finestre e coperto da un cornicione sormontato da una balaustra. Ai due angoli e nella parte centrale, la facciata viene leggermente più avanti, evidenziando l'ingresso principale e le due estremità del fabbricato.

Il movimento ad arco della porta centrale è ripetuto nella parte superiore da una nicchia aperta tra finestre con timpani triangolari e coppie di colonne scanalate".
Luigi Vanvitelli (Napoli, 26 maggio 1700-Caserta, i marzo 1773), che aveva lavorato per lo Stato Pontificio ed aveva realizzato nelle Marche ed a Roma opere di grande impegno, aveva ereditato dal padre Gaspare (dal cognome, Van Wittel, ancora nella grafia originaria) l'amore per la pittura, cui era stato dapprima indirizzato.

Ben presto, però, si sviluppò e prevalse il richiamo dell'architettura, della quale ebbe una visione personale cui molto dovettero incidere, quanto a senso armonico e grandiosità, gli studi proprio della pittura ed il ricordo dei quadri del padre Gaspare. Suo maestro fu Filippo Juvara, autore, tra le altre opere, della Basilica di Superga, dell'esterno del Palazzo Reale di Madrid e della Sacrestia di San Pietro; e da Juvara trasse gli elementi dell'architettura classica. Da solo, poi, proseguì gli studi osservando e misurando scrupolosamente i monumenti di Roma, appassionandosi a Vitruvio ed ai trattatisti del '500 e, finalmente, eseguendo i primi progetti: il restauro del Palazzo Albani e delle chiese di San Francesco e di San Domenico a Urbino.

In collaborazione eseguì l'Acquedotto di Vermicino (e questa esperienza si rivelerà fondamentale per la realizzazione del grande Acquedotto Carolino, lungo 41 chilometri, per alimentare la Cascata nel Parco della Reggia di Caserta). Pur legato culturalmente ai progetti di Juvara, di Borromini, di Bernini, Vanvitelli sviluppò una propria originale visione architettonica, e l'incarico offertogli da Carlo di Borbone gli fornì l'occasione per metterla in pratica in maniera grandiosa.

Le reminiscenze barocche, i modelli di Borromini, di Guarini e di Bernini che affiorano nel progetto del Palazzo Reale di Caserta non prevalgono sulle intuizioni vanvitelliane e non turbano l'unità dell'insieme: l'unicità dell'opera vanvitelliana rivela la forte personalità dell'architetto e costituisce le basi del gusto neoclassico che si affermerà negli anni a venire. C'è, semmai, da dolersi del fatto che la morte lo abbia colto prima che potesse portare completamente a termine - ed a suo modo - sia la Reggia e sia, soprattutto, il progetto dell'avveniristica città di Caserta, che avrebbe precorso di un secolo le conquiste urbanistiche della seconda metà dell'Ottocento ed influenzato quelle dei giorni nostri.

Nel Museo dell'Opera, allocato nella Reggia, possono essere ammirati i disegni originali del Vanvitelli ed avere una veduta d'insieme e completa dell'opera come egli l'aveva immaginata; mentre la visita alla Reggia ed al Parco è paradigmatica per constatare, vivendone gli spazi, quanto grandiose siano state le intuizioni del genio vanvitelliano.


Museo del Belvedere
Il percorso di visita al Museo del Belvedere è il seguente:

- Appartamento Reale (tra le altre stanze, tutte riportate al loro primitivo splendore grazie ad un buon lavoro di restauro, il cd. Bagno di Maria Carolina con i dipinti ad encausto di P. Hachert e la grande vasca in marmo; la sala da pranzo dipinta da Fedele Fischetti; la stanza da letto con il soffitto dipinto da G. Cammarano; il coretto che dà sulla chiesa di San Ferdinando re. Inoltre, l’Appartamento sarà nei prossimi mesi arredato con mobilio e suppellettili d’epoca provenienti dalla Reggia di Caserta);

- Archeologia industriale (comprendente gli strumenti e gli attrezzi per la produzione e la lavorazione della seta; gli antichi telai restaurati e perfettamente funzionanti; la ruota idraulica per attivare i torcitoi. Tra le altre cose, è da segnalare la ricostruzione dei due Torcitoi che, a richiesta, possono essere messi in funzione);

- Primo nucleo del Museo della seta (esposizione di tessuti serici);

- Giardini del Belvedere, giardini all’italiana disposti su terrazzamenti e dai quali si gode uno splendido panorama, visitabili il sabato e la domenica.

Su richiesta, sarà possibile visitare una delle fabbriche moderne per vedere da vicino la produzione dei tessuti serici secondo i moderni sistemi.



Anfiteatro campano
Il nucleo dell'antica città di Santa Maria Capua Vetere è l'Anfiteatro, una sontuosa costruzione i cui elementi sono stati reputati anteriori a quelli del Colosseo di Roma. Posto in piazza I ottobre 1860, vi si accede percorrendo corso Umberto I, in prossimità dell'Arco di Adriano. Poche notizie si possono ricavare da un'iscrizione mutila, rinvenuta durante gli scavi del 1726 e oggi conservata nel Museo Campano di Capua. "Colonia Iulia Felix Augusta Capua Fecit": sono le prime parole di quell'epigrafe , la cui sola parte centtrale è originale mentre le altre sono frutto dell'integrazione del Mazzocchi. Grazie ad essa, in ogni caso, si può dedurre che "La Colonia Giulia Felice Augusta Capua" lo costruì intorno al I secolo a.C. L'attendibilità della data, tuttavia, è incerta.

Secondo molti studiosi contemporanei, infatti, l'attuale anfiteatro sarebbe sorto, tra il I ed il II secolo d.C., su quanto restava di uno di epoca precedente. In seguito fu abbellito dall'imperatore Adriano con statue e colonne (119 d.C.); Antonino Pio nel 155 d.C. lo inaugurò. All'esterno dell'anfiteatro sono visibili dei sepolcri qui trasportati e ricostruiti: in alcuni di essi sono rinvenibili tracce degli affreschi che li decoravano. Alla destra dell'attuale ingresso, inoltre, è degno di nota un giardino in cui sono custoditi reperti di varia origine e provenienza (edicole, capitelli, statue, vasi), nonchè un grande mosaico su fondo bianco.

Entrando all'interno dell'edificio è da notare la cavea che poteva ospitare ben 40.000 spettatori, distinta in tre ordini "sociali" (il popolino in alto, le persone più distinte al centro, tribuni, senatori, magistrati e cavalieri in basso). Anche alle donne era riservata una collocazione - in una loggia detta "cathedra". Le gradinate, rivestite di marmi, erano attraversate in senso trasversale da altre più piccole, venendo così a formare i cunei.Su di esse si ergeva un portico di colonnine marmoree monolitiche fatte aggiungere da Adriano. Sono ancora visibili i "vomitori", dai quali uscivano ed entravano gli spettatori, lateralmente ricoperti da pannelli a bassorilievi (plutei), raffiguranti animali, scene sacrificali o imprese di Ercole.

In posizione centrale, in basso, era situato il podio, riservato alle autorità e posto ad un'altezza di 2.35 metri;era circondato da una cancellata, che fungeva da protezione dalle belve, durantegli spettacoli dei gladiatori. L'arena , ancora ben conservata, misura 72,46 metri ed è cinta da tre ordini di fasce di mattoni rivestiti di marmo e travertino. Da essa si diramano otto uscite divise da blocchi di mattoni monolitici. I sotterranei, cui si accede attraverso delle scalette, sono costituiti da 76 archi in mattoni rosso scuro e servivano da spogliatoi e depositi. Costituiti da dieci corridoi comunicanti, erano dotati anche di una vasta cloaca a croce per lo scolo delle acque. In corrispondenza dei quattro ingressi principali si notano, nei sotterranei, delle gallerie che comunicano con la via Appia e con il Tfata. Sul lato settentrionale si nota la presenza di un piccolo vano - in chiara asimmetria rispetto al lato opposto- che avrebbe ospitato una cappellina, nella quale si rifugiavano i primi Cristiani per sfuggire alle persecuzioni. Sulla parete sinistra, si rinvengono tuttora tracce - peraltro estremamente esigue - di un affresco, forse raffigurane un Santo.

Dove si trova:
Piazza I ottobre, Santa Maria Capua Vetere


Ponti della Valle - Acquedotto Carolino

Inserito dall'UNESCO nel 1997 tra i beni da tutelare nella Lista del Patrimonio Mondiale, questa grandiosa opera di ingegneria idraulica fu realizzata da Luigi Vanvitelli durante il regno di Carlo III (Borboni).

Il sovrano, salito al trono di Napoli nel 1734, si impegnò in un'intensa opera di rinnovamento in tutti i campi, giuridico, economico, artistico, culturale, promuovendo una serie di opere pubbliche, di interventi sulla viabilità e per la bonifica del territorio, e la costruzione delle residenze reali, tra cui quella di Caserta, progettata lontano dal mare per motivi di sicurezza.

L'architetto Luigi Vanvitelli, nell'elaborazione del progetto, previde le "reali delizie" cioè un parco con fontane, un lago artificiale e una cascata per cui si rese necessaria la costruzione di un nuovo acquedotto, la cui acqua avrebbe rifornito anche le zone circostanti e avrebbe incrementato l'approvvigionamento idrico di Napoli allacciandosi al seicentesco acquedotto del Carmignano.

La spesa per il solo acquedotto, riportata nella Storia delle Finanze del regno di Napoli, fu di 705.826 ducati su un totale di 6.133.508 ducati spesi per la realizzazione del palazzo, del parco, con la peschiera, la vaccherIa, la scuderia.

Una serie di sorgenti: Fizzo, Noce, Volla, Sanbuco ecc., adatte per portata e per posizione, affinché l'acqua, trattandosi di un acquedotto a pelo libero, potesse giungere con la pressione necessaria, furono individuate alle falde del Taburno, a 254 metri sul livello del mare.

Per la realizzazione dell'opera, un condotto interrato (largo m. 1,20 e alto m. 1,30), si rese necessario il superamento di una serie di ostacoli, dalla diversa natura geologica dei terreni attraversati, alcuni durissimi da traforare, altri friabili e quindi franosi, altri paludosi, alla topografia del territorio che presentava monti, che dovettero essere traforati, e vallate per il cui superamento si rese necessaria la costruzione di ponti, tra cui il Ponte della Valle, un'opera imponente per l'epoca.

Nel corso dei lavori furono ritrovati i resti di una antico acquedotto romano, detto dell'Acqua Giulia, perché dedicato a Giulio Cesare. I lavori, Iniziati nel 1753, furono completati solo nel 1770, per i numerosi problemi emersi e anche per alcuni incidenti mortali.

Il percorso complessivo, di circa 38 Km., è ancora percorribile per lunghi tratti ed è segnalato da torrini numerati, costruzioni a pianta quadrata, con un tetto piramidale, che servivano da sfiatatoi e per l'ispezione del condotto.

Si tratta di un ponte a tre ordini di arcate, lungo 529 metri e alto 95, costruito per superare l'ampia valle di Maddaloni. tra monti Longano e Garzano.

Il monumento-ossario, alla base del Ponte, inaugurato il 1 ottobre 1899, contiene i resti dei soldati morti nella battaglia del Volturno del 1 ottobre 1860. A Valle di Maddaloni, infatti, si scontrarono la brigata garibaldina, di cui facevano parte anche Menotti e Bixio e le truppe borboniche.

Il monumento è costituito da un obelisco triangolare, con una stella di bronzo simboleggiante l'Italia, che si eleva da una base triangolare in cui si apre la porta per l'ingresso all'ossario; ai lati di questa dei bassorilievi raffigurano Garibaldi e Bixio, mentre, sulla porta, una statua in bronzo raffigura la Vittoria Alata.


Piazza dei giudici

Piazza dei Giudici è situata al centro della città, dove si affacciano il Palazzo municipale del XVI secolo, nella facciata si possono vedere sette busti presi dall’anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere e la Chiesa di S. Eligio costruita nel medioevo fa ristrutturata nel periodo barocco.
La denominazione deriva dai Magistrati o Judices della città che risiedevano nel palazzo, sede attuale dell’amministrazione comunale. Essa presenta una configurazione regolare, è ben proporzionata in sé e costituisce il simbolo di tutta la città.
La piazza abbraccia, con una sequenza continua, il palazzo di Giustizia (Governativo), la Chiesa di S. Eligio con la porta omonima, il Seggio dei Giudici Loggia ed il Palazzo dell’Udienza (Comunale).


Torri di Federico II

Nel 1234 Federico II fece costruire la Porta di Capua a guardia dell'unico passo sul fiume Volturno. Questa porta e' stata distrutta, nel 1557, per ordine del vicere' Duca D'Alba. L'unico disegno esistente, anteriore al '500, che descrive lo stato orginario della porta è conservato nella Biblioteca Nazionale di Vienna.

La porta, a tre piani, era costituita da un arco di trionfo tra due torri. Gli scopi attribuiti a questa porta erano molteplici: mostrare la meastosita' di Roma e di Capua a tutti coloro che facevano ingresso nella citta', considerata seconda solo a Roma stessa; purificare il re dal sangue dei nemici uccisi in battaglia; fu anche un monumento in forte contrasto con lo stato Pontificio come dimostravano le glorificazioni dell'imperatore, i suoi trofei scolpiti su di essa e le pietre usate per costruirla: quelle della chiesa di S.Antonio Abate e di s. Terenziano, demolite appositamente.

Sulla porta erano state messe 16 statue tra cui una donna, Capua Fidelis, simbolo della fedelta' di Capua, che stracciandosi in petto mostrava un'aquila reale.Oggi si possono osservare solo i basamenti delle torri in pietra e i resti di alcune statue conservate nel museo Campano in Capua, tra cui la testa di Capua Fidelis.

Il ponte combaciato alle torri e' stato ricostruito dopo la Seconda Guerra Mondiale sui resti dell'antico Ponte Romano di Casilinum.



Castello di Maddaloni

Incontrastato simbolo della città di Maddaloni resta sempre il suo castello, svettante ricordo di tempi burrascosi e di interminabili lotte di potere tra gli abitanti della zona. Il torrione quadrato e le due torri cilindriche sull'estremità del colle sono quanto ci rimane del maestoso complesso di difesa con il quale si identificò la cittadina nei primi secoli della sua esistenza.

L'edificazione del "Castrum calato magdala" - come viene citato nei documenti dell'epoca - risale al periodo normanno e la sua fortificazione seguì nel 1135 ad opera del cancelliere Guarino e di un certo Giovanni Admiratus. Durante tutto il XII secolo mantenne il suo ruolo strategico per poi cadere nell'oblio fino alla metà del XIV secolo, quando fu concesso a Carlo Artus, conte di S. Agata dei Goti, in seguito ad una serie di guerre locali.
Dal 1390 al 1420 Carlo Artus fece edificare la torre che da lui prende il nome e nello stesso periodo si svolse una ristrutturazione generale del complesso.

I lavori conferirono alla fortificazione una tale imponenza che l'ambasciatore milanese, in visita presso il regno di Napoli, lo definì "un Falcone in questa Terra di Lavoro".
Ne determinarono l'abbandono, solo alcuni anni dopo, i gravissimi danni subiti nel 1460 per un incendio appiccato dai ribelli contro il feudatario Pietro de Mondrago. Aprendo un lunghissimo periodo di dominio, che sarebbe durato dal XV al XVIII secolo, i conti di Carafa costruirono la loro dimora nel centro abitato del paese, lasciando che il castello, già danneggiato, andasse in rovina.



Castello (Torri Aragonesi)

Il Castello di Alvignano e' costituito da quattro possenti torri cilindriche angolari di forma circolare, nell'orditura dei tufi spezzettati del vecchio maniero, si riconosce la compresenza di una torre quadrata preesistente, che fu incorporata nel castello, ipotesi che fa supporre che in origine il castello fosse molto più piccolo e spartano.
Diverse sono state le modifiche apportate alla struttura originaria: fu ampliato nel 1282, rinforzato nelle mura in epoca angioina e, nel 1400, accresciuto con quattro possenti torri cilindriche. All'interno sono ben conservati i due cortili, le cucine, i depositi e le stanze residenziali.

Il mastio conserva ancore il suo caratteristico decoro di beccatelli in tufo locale. Possesso di Altardo prima e Ruggiero poi, il castello fu poi feudo di Bareusonus e successivamente affidato a Marcantonio de Clovellis. Nel 1504 fu la volta di Geronimo al quale successe il figlio Francesco.


Castel dell' Ovo

Il Castello sorge sull'isolotto tufaceo dell'antica Megaride (su cui la leggenda vuole che fosse approdata, sfinita, la sirena Partenope, che avrebbe dato il nome alla città antica), poi collegato alla terraferma, sul quale il patrizio romano Lucullo fece erigere per sé una fastosa ed enorme villa (il Castrum Lucullanum).

Intorno alla fine del V secolo, l'area divenne sede di un monastero di monaci basiliani, di cui rimane l'antica chiesa. Poi, in periodo ducale, vi fu costruito un fortilizio, e nel XII secolo vi si stabilirono i Normanni, che fecero ampliare e rinforzare la fortificazione. Un ulteriore rafforzamento fu realizzato dagli Svevi. Nel XIV secolo, si diffuse l'attuale denominazione, per la quale vi sono due teorie: l'una la riferisce alla pianta particolare del castello, l'altra, più accreditata, fa risalire il nome al poeta Virgilio, che vi avrebbe nascosto un uovo, alla sopravvivenza del quale sarebbe stata legata la sopravvivenza del bastione.

L'aspetto attuale del Castel dell'Ovo è quello determinato dalla ristrutturazione operata nell'epoca vicereale, dopo i danni subiti nell'assedio del 1503. Alla fine del 1800, al di fuori della cinta muraria, venne realizzato un piccolo borgo di pescatori, l'attuale Borgo Marinari.

Il castello è attualmente visitabile tutti i giorni (nei festivi solo di mattina): la passeggiata all'interno é molto suggestiva, con squarci panoramici sul lungomare inquadrati da elementi architettonici molto interessanti; da visitare è la sala delle colonne, forse refettorio nell'antico monastero, ed il museo di etnopreistoria del Club Alpino Italiano. Ascendendo alla terrazza superiore, si può godere di un panorama mozzafiato, della città e dei dintorni, da una prospettiva molto particolare.


Maschio Angioino

Il Castel Nuovo di Napoli, conosciuto più comunemente proprio come Maschio Angioino, è attualmente fruibile per lo più nella veste architettonica assunta fra il 1443 e il 1458. Ma la sua fondazione risale all’epoca angioina: fu infatti nel 1279 che Carlo I d’Angiò volle elevare una reggia che si differenziasse dalle due fortificazioni partenopee già esistenti, e cioè Castel dell’Ovo e Castel Capuano.

Pertanto, il sovrano francese incaricò della costruzione di un nuovo castello gli architetti Pierre d’Angicourt e Pierre de Chaule. L’edificio non aveva tuttavia la sola funzione di residenza reale, ma rivestiva anche e soprattutto dei compiti strategici, essendo stato concepito e realizzato a sorveglianza del porto, nell’area urbana compresa fra l’abitato e il promontorio di Pizzofalcone.

In breve, Castel Nuovo assurse a centro direzionale della città e del regno meridionale, accogliendo intorno alla mole castellare le dimore dei duchi di Durazzo, dei principi di Taranto e dell’intera corte. Il prestigio del Maschio Angioino venne nutrito dalla frequentazione di personaggi eminenti: il monumentale palazzo dovette accogliere papa Celestino V (il celebre eremita Pietro da Morrone), che vi soggiornò fino all’abdicazione, e poté ospitare altresì il conclave di elezione del successivo pontefice, l’altrettanto famoso Bonifacio VIII.

Fra gli ampi saloni del castello, inoltre, trascorsero dei lunghi periodi sia Francesco Petrarca che Giovanni Boccaccio, mentre diversi pittori, come Pietro Cavallini o Montano d’Arezzo, provvidero ad ornarne le lussuose architetture col genio della loro arte. Al fasto di Castel Nuovo non mancò nemmeno l’apporto di Giotto, che nel 1332 venne chiamato da Roberto d’Angiò ad affrescare la Cappella Palatina.

Ma di tanto splendore non rimase granché: l’avvento degli Aragonesi condusse in effetti ad un sostanziale rimaneggiamento del castello. La ricostruzione della reggia-fortezza venne affidata dal re Alfonso d’Aragona all’architetto catalano Guillén Sagrera, che ne permeò la fabbrica col gotico di Catalogna.

L’accento spiccatamente iberico si concretizzò peraltro negli interventi ornamentali dei vari Bartolomeo Prats, Antonio Frabuch e Antonio Gomar, che impressero agli interni del castello atmosfere di tradizione, ancora una volta, catalana. Nel rinnovato palazzo regio, divenuto un fervido crogiuolo della cultura contemporanea, non tardarono a transitare letterati e umanisti del calibro di Lorenzo Valla, di Gioviano Pontano o del Panormita.

Con la calata dei Francesi, nel 1495 il castello finì per un breve periodo nelle mani del re Carlo VIII. Finché Ferdinando II non lo riconquistò definitivamente, grazie all’accurato sistema di mine che, secondo la tradizione, sarebbe stato predisposto dall’onnipresente Francesco di Giorgio Martini. In seguito, Castel Nuovo venne ulteriormente rinforzato da un altro circuito di difesa chiamato “la Cittadella”, consistente in un recinto trapezoidale con gli angoli rinforzati da bassi torrioni, che gli Spagnoli trasformeranno nel Cinquecento in più moderni bastioni.

L’aspetto del castello restò più o meno immutato fino alla dominazione borbonica, quando perse il ruolo di reggia (o comunque di sede viceregale), a vantaggio del Palazzo Reale di Napoli. In ogni caso, il valore simbolico di Castel Nuovo ne cagionò il saccheggio durante i rivolgimenti della Repubblica del 1799. Negli anni Trenta dell’Ottocento, ancora, andò incontro a un accurato restauro, commissionato da Ferdinando IV ed eseguito da Luigi Bardet di Villanova. Con l’Unità d’Italia, infine, la cinta bastionata esterna fu abbattuta. Oggi la struttura appartiene al Comune di Napoli, ed è sede del Museo civico Castel Nuovo-Maschio Angioino. Una doppia dicitura, che un po’ ne riassume la lunga e gloriosa storia.

Dopo essere stato ricondotto dai restauri alla sua forma quattrocentesca, Castel Nuovo si presenta adesso in una compatta mole trapezoidale, caratterizzata agli angoli da poderose torri cilindriche merlate, a loro volta rafforzate alla base da falsebraghe. La facciata principale è ubicata sul versante occidentale, e comprende tre torrioni: a sinistra la "Torre della Guardia", al centro la "Torre di Mezzo" e a destra la "Torre di San Giorgio".

Fra le prime due si innesta un grandioso arco di trionfo marmoreo: si tratta dell’esuberante ingresso realizzato intorno al 1452 su disegno di Francesco Laurana, con l’apporto di Pietro di Martino, Domenico Gagini, Isaia da Pisa, Paolo Romano e di diversi altri artisti, chiamati a celebrare nel marmo il trionfo di Alfonso I d’Aragona.

L’immensa e scenografica apertura costituisce certamente una delle più rigogliose espressioni artistiche del Rinascimento, non solo partenopeo, ma anche dell’intero Mezzogiorno: consta di due arcate sovrapposte, inquadrate da colonne binate e sormontate da attici che straripano di statue e rilievi, culminando nella preziosa lunetta di coronamento.

Sotto l’arco inferiore si trova il portale che, sovrastato da un bassorilievo con l’incoronazione di Alfonso I, immette in un vestibolo dalla volta stellare, da cui si accede al cortile quadrilatero. Di fronte all’entrata è posta la chiesa di Santa Barbara, con un portale rinascimentale ornato da una Madonna di Francesco Laurana del 1471, e da un rosone traforato. Una scala esterna conduce poi all’impressionante sala dei Baroni, coperta da una bellissima volta stellata a costoloni, e dotata di un magnifico camino.

Sul lato-mare, il castello è caratterizzato dalla grande "Torre del Beverello", oltreché dalla parete esterna della sala dei Baroni, con due finestroni a croce guelfa, dall’alta abside della cappella palaziale, inserita fra due torrette, da un paio di logge ricavate fra il Quattro e il Cinquecento, e dalla "Torre dell’Ovo".


Galleria Umberto I

L'edificazione della bellissima galleria Umberto I avvenne in un contesto di ristrutturazione edilizia e bonifica territoriale resesi necessarie in seguito all'epidemia di colera del 1884: interi quartieri sovraffollati (Porto, Pendino, Mercato, Vicaria) furono sventrati, e venne nominata una commissione di professionisti cittadini, per valutare i progetti di ricostruzione.

Tra le aree interessate, rientrava quella di S.Brigida, per cui furono presentati quattro distinti progetti; risultò vincitore quello dell'ingegnere Emanuele Rocco, che prevedeva, nell'area risultante dalle demolizioni degli edifici fatiscenti preesistenti, l'edificazione di quattro ampi edifici, collegati e impreziositi da una grande galleria in ferro e vetro larga 15 metri, progettata dall'ingegner Paolo Boubée.

Le vetrate, con una superficie di 1076 metri quadrati, formano quattro bracci, che si intersecano in corrispondenza di una ampia cupola.Dei quattro ingressi alla galleria, il più valorizzato è quello che fronteggia il Teatro San Carlo, con un porticato leggermente arcuato, che forma un piccolo slargo, e una facciata enfatizzata con statue di marmo e nicchie.

La galleria venne inaugurata ufficialmente il 10 novembre 1892 dal sindaco Nicola Amore, e divenne tra fine '800 e inizio '900 il centro artistico e mondano della città (vi si trovava il celebre salone Margherita, che ospitò i maggiori artisti del varietà).

Dopo una fase di decadenza nel periodo tra le due guerre, oggi è un ampio ed elegante salotto cittadino, con bei negozi, ritrovi ed uffici: sicuramente uno dei principali gioielli della città, che completa una zona già ricca di monumenti, strade e piazze importanti.


Piazza Dante

La piazza, in origine Largo Mercatello, assunse l'attuale struttura nella seconda metà del Settecento, con l'intervento del grande architetto Luigi Vanvitelli, il Foro Carolino commissionatogli doveva costituire un monumento celebrativo del sovrano Carlo di Borbone.

I lavori durarono dal 1757 al 1765, e il risultato fu un grande emiciclo, tangente le mura aragonesi, che inglobò la seicentesca Port'Alba a nord, e affiancò la chiesa di San Michele a sud.

L'edificio, con le due caratteristiche ali ricurve, vede in alto la presenza di ventisei statue rappresentanti le virtù di Carlo, e al centro una nicchia che avrebbe dovuto ospitare una statua del sovrano, e un torrino d'orologio, di epoca successiva; ora costituisce l'ingresso del convitto nazionale Vittorio Emanuele. Al centro della piazza, si erge una grande statua bianca di Dante Alighieri (del 1871, opera di Tito Angelini), oggi incastonata tra le vetrate delle uscite della linea 1 della metropolitana.

La piazza è stata ridisegnata, ristrutturata e riarredata proprio in occasione dei lavori per la metropolitana, conclusi nel 2002.


Castel Sant'Elmo

Il Castel Sant'Elmo domina dall'alto la città, sorgendo nella zona di San Martino, in cima al quartiere Vomero. La posizione arroccata, l'impianto a forma di stella a sei punte, e lo schema "a doppia tenaglia", che consentiva di disporre le forze difensive in posizione simmetrica, ne facevano una fortezza inespugnabile. Dalla piazza d'armi e dagli spalti si gode di una vista suggestiva del centro antico e del golfo di Napoli: dai luoghi dell'antica Partenope a Neapolis, con la stretta feritoia di Spaccanapoli.

Il castello vede la sua origine nel 1275, durante il regno di Carlo I d'Angiò. In questa fase doveva avere la struttura di un palatium medievale. Roberto d'Angiò lo ampliò nel 1329, affidando l'incarico a Francesco di Vivo e Tino da Camaino. Il palatium, chiamato Belforte, era di forma quadrata, fortificato con mura e torri sul lato frontale. Nel corso della ricostruzione venne modificato con opere difensive, tanto da essere chiamato castrum Sancti Erasmi, probabilmente per la presenza di una cappella dedicata a Sant'Erasmo.

La ricostruzione cinquecentesca, voluta da Carlo V e diretta da Don Pedro de Toledo, fu eseguita secondo il progetto dell'architetto Pedro Luis Escrivà di Valenza. Tra il 1538 ed il 1546, il castello (chiamato Sant'Ermo o Sant'Elmo forse dall'originario Sant'Erasmo) trovò la sua attuale configurazione. La pianta stellare a sei punte ben si addice al luogo e alla funzione strategico-difensiva. Lavori di riedificazione furono realizzati nel 1599 da Domenico Fontana (nel 1587 un fulmine aveva colpito il deposito di munizioni, distruggendo la palazzina del castellano, gli alloggi militari e la chiesa).

Comunque, l'originaria struttura non è mai stata alterata né da questo né dai successivi restauri. Teatro degli ultimi atti della vita della Repubblica Napoletana del 1799 (ospitò le ultime disperate difese dei rivoluzionari ribellatisi alla tirannia dei Borbone, fino alla loro capitolazione), è stato demanio militare fino al 1976, anno in cui ha avuto inizio l'ultimo restauro, condotto dal Provveditorato alle Opere Pubbliche con l'intento di restituirlo alla città come sede di attività culturali.


Piazza Plebiscito

Questa meravigliosa grande piazza e' il simbolo della Napoli che cambia e si rinnova. Impreziosita da edifici di grandissima importanza storica e artistica, si trovava nell'oblio e nell'incuria, ridotta al ruolo di parcheggio nel cuore della città, fino al suo recupero e alla sua rivalutazione nei primi anni '90, e alla sua consacrazione nei giorni del G7 del 1994. Oggi è una delle mete privilegiate degli autobus dei turisti, un ampio spazio pedonale che consente anche, in occasioni particolari, di ospitare manifestazioni o concerti.

Ai lati della piazza si trovano quattro edifici, che la incorniciano e la caratterizzano: il Palazzo Reale, la basilica di San Francesco di Paola, e i due edifici simmetrici della Prefettura e del Palazzo di Salerno. Per la presenza della sede della corte reale, fino al 1860 la piazza era denominata Largo di Palazzo; il suo nome attuale ricorda invece il plebiscito con cui il Regno delle Due Sicilie acconsentì all'annessione al nascente stato italiano nell'ottobre 1860.

Il colonnato semiellittico della basilica, che si rifà a quello della basilica di San Pietro a Roma dona alla piazza una forma particolare; in corrispondenza dei fuochi dell'ellisse, si trovano, su basamenti di marmo, due statue equestri in bronzo, opera del Canova e rappresentanti Carlo III e Ferdinando IV di Borbone, commissionate da quest'ultimo per celebrare il ritorno della casata spagnola dopo la parentesi napoleonica.
Statue bronzee di leoni decorano poi le scale di accesso alla basilica, in più punti del colonnato.

Una recente tradizione vuole che nel periodo natalizio la piazza diventi lo scenario di complessi allestimenti di arte moderna, ogni anno differenti, commissionati a grandi nomi del panorama internazionale.


Palazzo Reale

Il Palazzo Reale di Napoli nasce per volontà del viceré Fernandez Ruiz de Castro, che nel 1599 volle costruire a Napoli una reggia capace di ospitare sfarzosamente il sovrano e la corte spagnola. L’incarico venne affidato a Domenico Fontana, famoso architetto della corte papale. La costruzione del Palazzo ebbe inizio nel 1600, ma continuerà per secoli, e si completerà solo nel 1843 ad opera di Gaetano Genovese, che ampliò e regolarizzò il progetto originario, conferendo al Palazzo un’impronta architettonica unitaria.

Nucleo di tutto l’edificio è l’Appartamento Reale. Ad esso si accede tramite un monumentale scalone in marmo bianco decorato nella parte inferiore da bassorilievi allegorici. Prima sala a destra dello Scalone è il Teatrino di Corte, allestito da Ferdinando Fuga nel 1768. La sala è decorata con stucchi bianco e oro e conserva le originarie 12 statue in cartapesta raffiguranti Apollo, Minerva, Mercurio e le nove muse.

Tre anticamere introducono alla Sala del Trono: il trono, databile intorno al 1845-50, è in stile impero; il baldacchino di velluto e galloni dorati risale al XVIII secolo e proviene dal Palazzo Reale di Palermo. Il soffitto neoclassico raffigura l’estensione del regno delle Due Sicilie nel 1818. La sala è allestita con ritratti di personaggi di corte, re, principesse e regine. Superando la Galleria, si accede alle stanze private, fra le quali la Cappella di Maria Cristina, prima moglie di Ferdinando II. Dietro l’altare ligneo, dei primi dell’800, è conservato il sarcofago di rame argentato della regina.



Galleria Principe

La costruzione della galleria si inserisce in una fase di profondi cambiamenti urbanistici, in un frangente di grandi variazioni tecniche e di gusto e di grossi stravolgimenti politici e sociali. In questo clima l'idea di creare una galleria in ferro e vetro era una naturale conseguenza di quelle variazioni di gusto che anche a Napoli, grazie agli interventi di Enrico Alvino, cominciavano a farsi sentire.

Già nel 1863 si era provveduto a migliorare la pendenza di Via Fosse del Grano, ma soltanto nel 1870 si diede inizio ai lavori di costruzione della nuova galleria che sulla scorta dei "passages" parigini e degli "arcades" londinesi si sarebbe proposta come un nuovo centro commerciale cittadino, e che fu terminata solo nel 1883.

Il progetto aveva dovuto tener conto dei diversi livelli di accesso e così, la presenza delle scalinate di raccordo determinò una certa estraneità dall'ambiente circostante; la preesistenza della chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, inoltre, non consentì la costruzione del quarto braccio e così la galleria ebbe i suoi accessi da Via Bellini, dalla Salita del Museo e dal largo spazio porticato costruito di fronte al Museo Nazionale.


Il Duomo di Amalfi

Il Duomo, si presenta con la sua importante scalinata che conduce alla porta meravigliosa porta originale fatta fondere a Costantinopoli nel 1066 e alcuni capitelli. Ha subito profonde ricostruzioni ma conserva ancora alcuni affreschi e due amboni. La porta bronzea del Duomo venne donata dal ricco mercante Pantaleone di Mauro alla Cattedrale della Repubblica marinara, sua città natale.

La serie costantinopolitana comprende anche due porte della Basilica di S. Marco a Venezia, quella detta di S. Clemente, e quella donata da Leo da Molina, procuratore della Basilica dal 1112 al 1138.

I battenti bizantini si distinguono nettamente dalle altre porte romaniche,caratterizzate dal rilievo estremamente plastico e da una vivacità ricca di notazioni espressionistiche: presentano tutti un rivestimento bronzeo fissato per mezzo di chiodi a capocchia semisferica ad una robusta struttura lignea.

Verticali e correnti racchiudono pannelli decorati con figure ageminate. Le immagini sono cioè incise a bulino e nei solchi sono battuti fili d'argento, rame e smalto.
La croce che si eleva sulla porta rievoca il sacrificio di Cristo sulla croce, attraverso il quale l'uomo ha riconquistato la salvezza eterna.

Le quattro formelle inserite fra le croci fogliate, raffigurano l'intercessione da parte della Vergine e dei Santi tutelari della chiesa a Cristo perchè permetta all'uomo di entrare nel tempio e quindi nel Regno dei Cieli.

Dal Duomo è possibile accedere direttamente al Chiostro del Paradiso, fatto realizzare dall'arcivescovo Filippo Augustariccio nella seconda metà del 1200, come sepolcro dei personaggi illustri della città.
Museo Civico (tel. 871066) conserva la Tabula Amalphitana, il più antico codice di navigazione.

La potenza navale di Amalfi è testimoniata dai resti dell'Arsenale, grandiosa costruzione gotica.
Il Museo della Carta, si trova nella Valle dei Mulini, nel Palazzo Pagliara, e conserva le memorie dell'attività cartaria, un tempo molto importante, con cascatelle che hanno alimentato le più antiche cartiere d'Europa, alcune ancora funzionanti.


Duomo (Cattedrale di S.Matteo)

La cattedrale fu fondata da Roberto il Guiscardo. Nel Marzo del 1081 venne inaugurata la cripta e nel luglio del 1084, la chiesa venne consacrata dal papa Gregorio VI in persona, rifugiatosi a Salerno. Il Duomo è esemplato sul modello dell'Abbazia di Desiderio a Montecassino con una pianta di tipo basilicale composta da tre navate longitudinali, un transetto e un quadriportico. L'aspetto attuale corrisponde per ampia parte alla ristrutturazione barocca, avviata dopo il terremoto del 5 giugno 1688 su progetto dell'architetto napoletano Arcangelo Guglielmelli modificato e completato dall'architetto romano Carlo Buratti.

L'ingresso attuale ha modificato quello medievale con la coppia scultorea del leone e della leonessa. L'atrio è circondato da un porticato retto da 28 colonne di spoglio con archi a tutto sesto rialzato, che riecheggiano tipologie islamiche. Esso è arricchito su tutti i lati da una serie di sarcofagi romani, riutilizzati in epoca medievale, configurandosi come una specie di Pantheon della città. Sul lato meridionale sorge un alto campanile della metà del XII secolo. L'ingresso principale alla chiesa è costituito da una porta di bronzo bizantina, inserita in u portale marmoreo medievale. Le cappelle laterali risentono soprattutto della cultura barocca con quadri settecenteschi di buona fattura come il San Gennaro di Francesco Solimena e la Pentecoste di Francesco De Mura. Non mancano prò le opere di altre epoche, come la statua gotica della Vergine col Bambino del XIV secolo, il Monumento funebre della Regina Margherita di Durazzo del Baboccio.

Nella navata centrale si possono ammirare i celebri amboni degli ultimi decenni del XII secolo, decorati con sculture e mosaici di ambito siciliano. Da ammirare nel transetto il pavimento a mosaico dei primi decenni del XII secolo, i mosaici delle absidi laterali ed il sepolcro del papa Gregorio VII. Nella cappella del Tesoro, dopo la sacrestia, si possono ammirare diversi reliquiari gotici fra cui il braccio di San Matteo e le statue d'argento dei SS. Martiri Salernitani (XIII sec.), oprtate in processione in occasione della festa patronale.

Al livello inferiore, in corrispondenza dell'altare centrale, vi è la Cripta. Nel 1081 le SS. reliquie dell'apostolo Matteo, patrono della città, vennero inumate nella cripta alla presenza di Alfano I, dell'Imperatore Michele e del Duca Roberto il Guiscardo. La cripta si estende sotto il transetto ed il coro ed è costituita da un ambiente a sala con nove file di tre campate, con volta a crociera poggiate su colonne; queste ultime si snodano nelle diverse direzioni e formano, con mirabile effetto architettonico, un intreccio di curve che degradano sfumando. L'impianto a sala riprende una tipologia utilizzata dai monaci cluniacensi, ma la costruzione complessiva della Cattedrale è frutto del nuovo clima spirituale e religioso del XI secolo.

Nel XVII secolo si determinarono per la Basilica inferiore grandi trasformazioni anche dovute allo stato di degrado in cui versava. I lavori furono commissionati a Domenico Fontana, responsabile del progetto architettonico e decorativo. Il Fontana concepì la volta della cripta in riquadri ottagonali che si alternano a quelli circolari, delimitati da stucchi e dipinti ad affresco. Egli determinò il doppio altare centrale di S. Matteo, la cui statua bifronte favoriva la celebrazione simultanea di due messe e collocò nell'abside centrale le soglie dei SS. Martiri Salernitani. Il Fontana si avvalse della collaborazione di B. Corenzio e della sua bottega (1606-1608) per i dipinti della volta raffiguranti la Storie di S.Matteo, di N. Naccherino per la statua di bronzo di S.Matteo. Nel XVIII secolo, tra il 1718 ed il 1721, furono modificati i due accessi alla cripta dalle navate. Nel 1763 fu ricoperta di marmi policromi da Francesco Ragozzino, integrando e rispettando pienamente il presupposto decorativo concepito dal Fontana.


Castello Arechi

Le origini di questa imponente costruzione situata sul monte Bonadies sono da attribuire all'epoca dei castrum romani. Successivamente nell'epoca longobarda, Arechi II trasferi' la capitale dei suoi possedimenti da Benevento a Salerno modificando e fortificando la struttura di questo imponente castello che assunse in maniera eccellente la funzione difensiva nei confronti dei Franchi.

Nel XVI secolo il castello subi' delle modifiche assumendo l'odierna conformazione. Successivamente la maestosa costruzione comincio' a perdere importanza a causa dell'evolversi delle strategie offensive che non assicuravano piu' la solida difesa della citta' assicurata nei secoli precendenti.


I numerosi ritrovamenti, per lo piu' utensili e ceramiche usati dagli abitanti del castello hanno permesso di allestire, dove una volta si trovavano le stalle, un museo all'interno delle mura. E' possibile visitarlo tutti i giorni escluso il lunedi.

Il castello dell'Arechi e' divenuto anche sede di congressi e dalle sue mura di cinta e' possibile ammirare un panorama che comprende tutto il golfo di Salerno.

fonte: www.campaniatour.it

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