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Agriturismo Scopri l'ItaliaLazioArtigianato della Regione LazioIl Doratore della Regione Lazio

Il doratore della regione Lazio

Occorrono una pazienza ed una grazia fuori dal comune per riuscire ad applicare sul legno, appositamente preparato con un lungo ed accurato procedimento, quelle particolari foglie di argento ed oro zecchino talmente sottili che si accartocciano ad ogni minimo movimento, e che persino un respiro fa volar via. E' quindi sorprendente la disinvoltura degli artigiani più esperti, la naturalezza e la padronanza con cui usano queste lamine che soltanto una lunga pratica consente di tenere a bada.
I doratori (o indoratori, come venivano definiti un tempo), abili superstiti di un'attività in passato particolarmente florida a Roma, sono oggi sempre più rari. E' comunque possibile trovare ancora, nei rioni storici della città, ad esempio - ma non solo - nei dintorni di via dell'Orso, alcune botteghe dove vengono "curati" candelieri, cornici ed altri oggetti in legno dorato e laccato.
Consigliamo dunque, a chi non conosce questo affascinante mestiere, di dedicare un po' di tempo alla sua scoperta. E' veramente interessante infatti osservare un doratore all'opera, soprattutto nella fase dell'applicazione dell'oro (oppure dell'argento, perché i procedimenti sono analoghi). Con una mano leggera, ma ferma e sicura, l'artigiano solleva la foglia - disposta su un apposito cuscino e precedentemente tagliata nelle misure desiderate - con un pennello di zibellino sottile e piatto che, per farvi aderire la lamina, struscia sulla propria guancia rendendolo così carico di energia statica. Questo rituale che lascia, al termine del lavoro, simpatiche tracce luccicanti sul volto del nostro "prezioso" artigiano, può comunque essere sostituito da uno strofinamento del pennello su una qualsiasi superficie leggermente ingrassata, procedimento forse più pratico ma certamente meno caratteristico. La foglia viene infine adagiata sul legno precedentemente preparato ed inumidito con una soluzione di acqua e colla animale.
Nei secoli scorsi le tecniche della doratura a foglia furono applicate su larga scala ed ebbero a Roma una notevole diffusione, come testimoniano la sfarzosità dei candelieri e degli altari delle chiese ma anche la sontuosità delle cornici e delle decorazioni dei palazzi nobiliari. Già nel 1836 però il Belli denunciava gli scarsi guadagni dei doratori, approfittandone per lanciare una delle sue consuete sferzate contro il lusso della Chiesa: "A' tempi de mi' nonno, scertamente/ l'arte de l'indorà fruttava assai;/ ma mo cosa t'indori? un accidente?/ Li secolari nun dànno lavoro/ perché sò pien de debbiti e de guai,/ e a casa de li preti è tutto d'oro".
Nella doratura a foglia (una tecnica antichissima che sembra risalire ad almeno 4000 anni fa!), come accade anche per numerose altre attività artigianali, i materiali e gli attrezzi utilizzati - colla di coniglio, gesso di Bologna, bolo, appositi pennelli e pietre d'agata per la brunitura - sono rimasti invariati nei secoli, e così anche le differenti fasi della preparazione del supporto in legno, dell'applicazione della lamina, della sua lucidatura e dell'eventuale invecchiamento.
Sono invece mutate le procedure di fabbricazione della foglia, che fino a pochi secoli fa veniva battuta a mano dopo essere stata resa idonea da apposite presse; oggi, ottenuta con un più veloce procedimento industriale, è ancora più sottile che un tempo.
In passato esisteva quindi, a Roma come altrove, la singolare figura del battiloro, artigiano che produceva manualmente le sottilissime lamine - circa un decimillesimo di millimetro - a colpi di martello e con accorgimenti di vario tipo. Distinti erano invece il tiraoro, che riduceva l'oro in fili da utilizzare per i ricami di paramenti ecclesiastici, uniformi ed abiti e il filaoro, mestiere prevalentemente femminile che consisteva nell'avvolgere il prezioso filo da utilizzare per i ricami intorno ad un'anima di seta.
Nel Seicento, secolo d'oro (è proprio il caso di dirlo!) per tutti questi mestieri, le botteghe dei battiloro erano concentrate nei pressi dell'attuale piazza del Fico, intorno a S. Maria della Pace. Probabilmente coloro che praticavano questa attività non erano allora più di una quindicina: un numero irrisorio, quindi, se rapportato a quello di altre categorie artigiane dell'epoca. Ma il motivo che li portò, nonostante l'esiguità numerica, ad unirsi in sodalizio, nel 1612, fu la necessità di unire le forze per condurre una singolare ed un po' curiosa battaglia, quella volta a risolvere un assillante problema: il reperimento delle budella - di bue e di altri animali - indispensabili in una fase della battitura del metallo. La questione non era però di facile soluzione, come potrebbe apparire a prima vista, perché si trattava di un "bene" molto ambito e conteso, fondamentale anche per altre produzioni, quale ad esempio quella delle corde musicali. I battiloro riuscirono comunque, con una pressione sulle autorità, ad ottenere una vittoria, dal momento che beccai, pollaroli ed in genere tutti i venditori di carne furono obbligati a cedere loro una parte delle tanto agognate budella.

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