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Agriturismo Scopri l'ItaliaLazioArtigianato della Regione LazioL'Arte del Vetro nella Regione Lazio

L'arte del vetro nella regione Lazio


Passeggiando nel rione Monti, per le tranquille stradine intorno all'antica Suburra, una rara zona di Roma ancora pullulante di botteghe artigiane, l'attenzione viene catturata dal singolare laboratorio dove Beatrice, una giovane ma esperta artigiana, con l'ausilio di pochi strumenti e di una sorprendente abilità, trasforma semplici bacchette di vetro in candelieri, bicchieri, eleganti caraffe ma anche in originali creazioni a forma di fiore o di conchiglia. Si tratta forse dell'unica bottega della città in cui ci si dedica esclusivamente alla soffiatura artistica del vetro, una tecnica importata dalla Liguria che non ha solidi legami con la tradizione locale. I pochi altri laboratori ancora esistenti a Roma si occupano prevalentemente di lavori per uso chimico-farmaceutico dal momento che, anche se può apparire strano, mentre le comuni provette sono prodotte a livello industriale, numerosi altri oggetti in uso nei laboratori e negli istituti scientifici vengono ancora soffiati artigianalmente.
Il metodo usato nella bottega monticiana è poco noto a Roma, anche se risulta certamente più pratico ed economico rispetto alla rinomata tecnica dei maestri muranesi - che richiede una fornace ed una struttura industriale con costi elevati - e particolarmente adatto per la creazione di oggetti di piccole e medie dimensioni. Per la soffiatura a lume bastano infatti una piccola fiamma e pochi utensili... oltre, ovviamente, ad una buona dose di maestria e di determinazione!
La città non ha avuto nei secoli passati una tradizione consolidata nel campo della lavorazione artistica del vetro, mentre fu sempre sviluppata la produzione di oggetti per uso comune: bicchieri, bottiglie, ma anche la classica e caratteristica fojetta.
Numerosi sono invece oggi a Roma i laboratori di vetrate artistiche, una tecnica che da alcuni decenni è in continuo sviluppo, come testimonia anche l'interesse mostrato dai giovani ed il fiorire di nuove botteghe e di numerosi corsi. La tradizione, creativamente rinnovata, convive con nuove forme di espressività e con tecniche più recenti (o modernizzate), spesso importate dall'estero ma non meno affascinanti, come la vetrofusione, il collage, e soprattutto quella tessitura con rame saldato a stagno (comunemente chiamata tiffany) che produce ottimi risultati nella realizzazione di lampade ed altri originali oggetti.
La parte del leone continua però ad averla la vetrata tessuta a piombo, certamente dal momento in cui, agli inizi del Novecento, questa antica tecnica fu rilanciata a Roma in tutto il suo splendore. Risalente probabilmente al X secolo, consiste in una sorta di "mosaico" di vetri colorati legati con fili di piombo e poi saldati e stuccati affinché diventino più resistenti. La rinascita, espressiva e tecnica, della vetrata artistica a Roma, ma soprattutto la capacità di sviluppare le moderne potenzialità di metodi antichi, si devono alla proficua collaborazione fra Mastro Picchio, al secolo Cesare Picchiarini, e celebri artisti dell'epoca. L'abile maestro vetraio - la cui bottega si trovava nella piazza Pozzo delle Cornacchie (oggi intitolata a Giuseppe Toniolo) e, successivamente, in piazza S. Salvatore in Lauro - riuscì infatti a fungere da catalizzatore, agli inizi del secolo, per artisti quali Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi, Paolo Paschetto e Duilio Cambellotti, insieme ai quali organizzò alcune mostre e realizzò pregevoli opere, tra cui le vetrate, recentemente restaurate, per la Casina delle civette di Villa Torlonia.
Picchiarini effettuò anche numerosi lavori a carattere religioso, proseguendo la tradizione secolare della vetrata, che a lungo è stata usata quasi esclusivamente quale elemento decorativo nelle chiese e che soltanto in un periodo relativamente recente è divenuta parte integrante dell'architettura e dell'arredamento. L'opera di Mastro Picchio e del suo gruppo fu particolarmente importante dal momento che, a Roma come altrove, la vetrata era progressivamente scaduta a semplice pittura, anche se "a gran fuoco" (la tecnica chiamata grisaille), e ad una produzione di scarso valore, che spesso portava persino alla realizzazione di vetrate opache, che toglievano dunque al vetro la sua principale caratteristica, fonte di quel fascino sempre rinnovato nel tempo. Sensibile interprete, più che semplice esecutore, dei cartoni degli artisti, Picchiarini - che per un periodo insegnò anche l'arte della vetrata nell'Istituto del S. Michele a Ripa - ci ha lasciato un prezioso libro di "appunti di vita di mestiere e d'arte", dal titolo Tra vetri e diamanti. Ad un certo punto, non riuscendo più a gestire il laboratorio a causa di disturbi nervosi, lo cedette ad un suo collaboratore, quel Giulio Cesare Giuliani operante nella città già nel 1900 e i cui eredi proseguono ancora oggi nell'attività intrapresa dal celebre maestro.

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