La ceramica, lavorazione e restauro nella regione Lazio
Nella lavorazione artistica della ceramica Roma non ha avuto, nei secoli passati, un ruolo primario. Più importante è sempre stata invece la produzione di oggetti per uso comune, mestiere antichissimo che viene ricordato persino da un intero quartiere, Testaccio, sorto proprio su una montagna di cocci. La cottura delle diverse argille modellate manualmente con l'ausilio del tornio - uno strumento che ha sorprendentemente mantenuto la stessa forma a distanza di migliaia di anni, con la sola differenza che oggi può essere azionato elettricamente - risale addirittura all'epoca preistorica, ma un forte sviluppo dell'arte della ceramica per uso ornamentale si ebbe in Italia solo nel Rinascimento. Alcune fabbriche e scuole sorsero a Roma nel Cinque-Seicento - in genere però ad opera di "stranieri", provenienti cioè da altri stati italiani - ma si ricordano i nomi di pochi maestri, che oltretutto lavorarono principalmente per conventi e farmacie, come Diomede Durante e Giampaolo Savino. La produzione della ceramica per uso quotidiano è invece stata, in passato, molto diffusa, dal momento che solo da alcuni decenni la terracotta - sostituita da alluminio, vetro o plastica - non è più largamente usata per pentole e tegami. Le antiche botteghe sono quasi ovunque scomparse, tanto che i cocci artigianali sono oggi molto ricercati; i pochi "terracottari" superstiti sono sparsi nei vari paesini della provincia più che nella città. Fondamentale fu anche, nella Roma del passato, la fabbricazione di mattoni, tegole ed altri materiali per l'edilizia, che sfruttava le cave di argilla dei Monti di Creta per il reperimento delle materie prime e, per la cottura, le numerose fornaci esistenti nella città, a cui è tuttora dedicata una via. E' sempre il nome di una strada, situata però nell'antico quartiere di Trastevere, a ricordare ancora oggi i vascellari, denominazione che nulla ha a che vedere con la costruzione di imbarcazioni ma che invece, per una classica deformazione dialettale romanesca, indica i vasellari, cioè i vasai e fabbricanti di boccali ed oggetti in coccio. Questi artigiani si erano stabiliti nello storico rione perché la zona permetteva, per la vicinanza con il Tevere, il rifornimento di acqua e di terre, ma anche il commercio dei prodotti nel vicino porto di Ripagrande. Riuniti in un sodalizio, questi artigiani organizzarono ogni anno, fin dopo il 1870, "ne ll'ottavario der Corpusdommine" una processione per le vie di Trastevere, probabilmente la più celebre tra quelle promosse dai differenti mestieri nella Roma dell'epoca. "Era una bbella precissione - ci dice Giggi Zanazzo, attento osservatore delle tradizioni romane - perché cciaveva uno de li più bbelli stennardi de Roma. Se diceva de li Bbucaletti perché 'sta precissione era fatta da la compagnia de li Vascellari, che in quer tempo, ortre a ffa' le pile, li tigami, li dindaroli, li scardini eccetra, co' la créta de fiume, ce faceveno puro li bbucali de còccio che anticamente invece de le fojette e dde li mèzzi de vetro, s'addropàveno pe' sservì er vino in de ll'osterie". Agli annosi problemi di "precedenze", che assillavano la ricorrenza e che, più in generale, turbavano tutte le processioni della Roma papale, Belli aveva persino dedicato, nel novembre 1831, un divertente sonetto intitolato La compagnia de' Vascellari: "Si ccaso mai, sor faccia de pangiallo, / l'arreggemo noi puro er bardacchino. / Ch'edè? nun zemo indeggni de portallo? / E vvoi chi ssete? er fio der re Ppipino? / Nun t'aricordi ppiù, bbrutto vassallo, / de quelli scarponacci da bburino / quanno a le mano sce tienevi er callo / e mmaggnavi a ppagnott'-e-ccortellino? / Oggi che cc'è er Zantissimo indisposto / potressi armanco usà pprudenza, e a cquelli / che ssò pprima de té' ccedeje er posto. / Er bardacchino tocca a li fratelli / de segreta: epperò ssor gruggno tosto / Levàtevesce for da li zzarelli"...dove, anche se qualche parola può risultare poco chiara - indeggni sta ad esempio per degni, indisposto per esposto - il senso dell'ultima esortazione, nonostante tutto, è di immediata comprensione! Vascellaro "per ricchi", o forse vero e proprio artista, fu Giovanni Trevisan, detto Volpato che, giunto da Venezia, introdusse nella sua fornace la tecnica del biscuit e realizzò, insieme a circa 20 abili operai, pregiate statuette che venivano poi vendute nel celebre negozio di Merico Cagiati o nelle altre botteghe che si trovavano lungo il Corso. Ma questi oggetti avevano prezzi proibitivi. I più dovevano quindi accontentarsi dei prodotti di altre fornaci, come quella di Nino La Vista in Borgo Vittorio. Di alcuni vasai dell'Ottocento è rimasta menzione sino ad oggi solo perché divennero celebri per altri motivi: è il caso del baritono Antonio Cotogni, trasteverino, ma anche di Bartolomeo Pinelli che da giovane aveva seguito le orme del padre Giovan Battista realizzando anche statuette per i presepi. Quasi tutti i vascellari infatti, nel periodo natalizio, si trasformavano in pupazzari, interpreti di un'antica arte popolare non del tutto scomparsa a Roma. Tramandata di padre in figlio, vive ancora nelle botteghe e case-laboratorio di pochi estrosi superstiti, situati alle porte della città, che ricostruiscono con vera maestria paesaggi e scene di vita quotidiana. I loro prodotti si trovano in genere nelle bancarelle che, fra immancabili polemiche, ogni anno ricompaiono immutate a piazza Navona. Accanto a schiere di statuine in plastica prodotte industrialmente spicca qualche pregevole lavoro artigianale in terracotta dipinto a mano, ma anche la ricostruzione di scorci di una Roma scomparsa, ripresi dagli acquerelli di Roesler Franz e le particolari grotte in sughero di uno "storico" artigiano, che prosegue una tradizione familiare iniziata intorno al 1820. Negli ultimi anni la città ha assistito ad una generale riscoperta dell'arte della ceramica, pur se la produzione artigianale ha risentito negativamente della prepotente irruzione sul mercato di prodotti di importazione realizzati in paesi in cui la manodopera ha un costo bassissimo. A tecniche e metodi molto antichi, come la lavorazione a colombini - quella sorta di "bastoncini" in creta che, disposti uno sull'altro, permettono di realizzare manualmente vasi ed altri oggetti - si sono affiancati ben più sofisticati macchinari, in una collaborazione fra artigianato e industria che in alcuni casi ha prodotto ottimi risultati. Accanto ad una schiera di hobbisti e dilettanti sono emersi artisti ed artigiani di un certo livello, in grado di coniugare la tradizione romana con tecniche di altra provenienza, come il raku, di origine giapponese. Un altro mestiere forse poco conosciuto, ma certo non meno prezioso, è il restauro di ceramiche, porcellane, maioliche, attività che per lungo tempo è stata esercitata dagli stessi ceramisti. Nei pochi laboratori operanti a Roma, spesso piccoli o nascosti, colmi di boccette, colori, fornellini a spirito, bisturi e collanti, gli oggetti danneggiati - vasi e soprammobili di particolare pregio o soltanto tazzine e piatti importanti per il loro valore affettivo - riacquistano l'iniziale splendore, in virtù della maestria dei restauratori ma anche grazie ai moderni e "miracolosi" materiali (adesivi, resine, stucchi, consolidanti) che, frutto di una lunga ricerca scientifica, favoriscono la risoluzione ottimale dei differenti problemi. L'effetto finale è in genere sorprendente: neanche uno sguardo attento è infatti in grado di distinguere le parti e le decorazioni ricostruite! Tra i laboratori alcuni sono specializzati in settori quali il restauro archeologico o quello degli smalti. Colpiscono il passante le rare botteghe ancora oggi dedicate alla "cura" delle bambole, quei locali particolari e talvolta un po' inquietanti, quasi da film dell'orrore, dove gambe, braccia e teste sbucano da tutte le parti.

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