Itinerari religiosi della regione Marche
Conoscere una regione comporta non solo la conoscenza dei luoghi fisici, ma anche un contatto, un rapporto, una implicazione con la sua storia, la sua cultura, la sua vita religiosa. Alla valorizzazione di quest’ultimo aspetto vuol contribuire il presente lavoro teso a non disperdere quel patrimonio di esperienza umana che ha in gran parte sorretto la storia del millennio che stiamo per concludere. L’ottica su cui si pone è quella dei Santuari che in maniera capillare e pressoché uniforme coprono il territorio regionale. Etimologicamente Santuario significa "luogo sacro", luogo dove, in forza di una speciale manifestazione, la divinità vi viene riconosciuta e venerata.
Le prime manifestazioni si ebbero attorno ai Luoghi Santi della vita di Gesù, poi verso le tombe dei primi martiri, specialmente S.Pietro e S.Paolo, quindi ai luoghi di apparizione della Vergine.
Generalmente i santuari più antichi si trovavano lungo le grandi strade di comunicazione o agli incroci delle vie, svolgendo così anche la funzione di centro di irradiazione sociale e culturale.
La loro nascita, che avveniva per impulso popolare, spesso non è riconducibile a fatti certi, anzi in alcuni casi è avvolta nella leggenda; tuttavia sarebbe riduttivo porre tutta la que stione sulla semplice verifica storica dei fatti o sullo smascheramento della leggenda perché in tutti i Santuari - anche in quelli che possono offrire alla critica validissimi documenti di certezza storica - ciò che più conta è la storica manifestazione del soprannaturale nei frutti di grazia, nei prodigi, nella fede e nel culto che vi si esplicano. Testimoni di ciò sono i fedeli che in pellegrinaggio accorrono numerosi e fiduciosi.
Con il termine pellegrinaggio - dal latino peregrinatio, cioè viaggio in terra straniera - si intende una pratica devozionale che consiste nel recarsi collettivamente o individualmente a un santuario o a un luogo comunque sacro e quivi compiere speciali atti di religione, sia a scopo di pietà sia a scopo votivo o penitenziale.
La pratica del pellegrinaggio è come un simbolo: quello di uno sforzo compiuto per il superamento di sé e non come pratica interessata alla soddisfazione di bisogni immediati e materiali; lo stesso Pontefice, Giovanni Paolo Il, in occasione del pelle grinaggio a piedi da Macerata a Loreto, nel giugno 1993 ebbe a ricordare ai partecipanti che «La vita umana, la vita del credente, è un continuo pellegrinare». E la Chiesa continua a sollecitare i pellegrini perché si accostino ai sacramenti della confessione e comunione.
Il valore pedagogico del pellegrinaggio, infatti, è notevole perché implica le categorie del tempo e dello spazio: richiede un cammino e quindi una strada da percorrere ed una meta, richiede tempo e fatica. Esso esalta il vincolo collettivo unendo nel percorso, nei gesti, nelle pratiche e dà a tutto ciò un valore eccliesiale-liturgico: aiutando chi fa fatica nei cammino, spezzando insieme il pane, non solo aumenta la fratellanza ma già si sperimenta il primo frutto di cambiamento della vita. La visita ai santuari, specie a quelli fuori del proprio territorio, era anticamente - come ancora oggi - anche occasione di viaggio e perciò di esperienza non comune: spesso costituiva l’opportunità di conoscere e visitare nuove città, di ampliare le proprie conoscenze geografiche ed etniche. Accadeva pure che, oltre alla meta principale - che nella nostra regione era rappresentata dalla Santa Casa di Loreto - si visitassero altri santuari (e gli itinerari qui proposti si muovono nella stessa logica).
Durante il viaggio, i pellegrini trovavano ricovero nei monasteri, nelle innumerevoli case religiose, negli ospedaletti destinati a questo scopo. Nei centri principali erano numerose le strutture di accoglienza e ospitalità ed erano sorte anche alcune confraternite che fornivano vitto e alloggio ai pellegrini. Una volta giunto, il fedele lasciava un ex voto, segno della propria gratitudine per aver ricevuto un qualche dono o come adempimento ad una promessa fatta; in genere tali oggetti sono appesi alle pareti, sugli altari o sulle immagini stesse. Una forma più interessante dal punto vista storico-documentario è costituita dalle tavolette dipinte che, sempre come ex voto, rappresentano in maniera semplice e popolare il fatto miracoloso, spesso con indicazioni di date, nomi, descrizioni. Opere di arte minore, si rivelano tuttavia di grande interesse proprio perché costituiscono documento prezioso dal punto di vista etnografico (abbigliamento, attrezzi, mezzi di trasporto, abitazioni e loro arredo, ecc.).
La varietà di espressioni e di tipologie dei santuari marchigiani è tale da non rendere possibile il ricondurre tutto a schemi definiti.
Il primo dato emergente è che i santuari rispecchiano con molta fedeltà le condizioni di vita della nostra gente: in città o in campagna, in pianura o in collina, ciò che emerge sono i problemi quotidiani legati, il pià delle volte - proprio per l’economia prevalentemente agricola del nostro territorio - alla necessità di trovare tutela contro le intemperie della natura; ad essi si affiancano i problemi legati alla salute, particolar mente in tempo di pestilenze odi epidemie.
Ovunque, il bisogno del popolo di poter affidare timori e speranze o di poter dimostrare gratitudine per l’aiuto miracoloso ricevuto in occasioni di particolare disagio o pericolo. Momenti di rinnovata intensità si verificano in occasione di particolari periodi: dalle pestilenze (nei secoli più lontani, particolarmente il XV), ai terremoti (che nel Settecento hanno provocato numerose vittime), agli eventi bellici (fino agli ultimi due conflitti mondiali).
Tutto conferma lo stretto legame tra la vita quotidiana e l’esperienza di fede: quest’ultima si intensifica maggiormente nei momenti del bisogno e non ne rimangono estranee neppure le autorità civili che spesso hanno affidato le proprie preoccupazioni a gesti quali il "voto" o il pellegrinaggio.
Un ruolo importante nella nascita di alcuni santuari è stato svolto dalla presenza dei francescani e dello stesso San Francesco, che effettuò alcuni viaggi nella nostra regione;
tale presenza, cui ha fatto seguito la beatificazione dei primi seguaci del santo vissuti in terra marchigiana. divenne ben presto il riferimento di numerosi santuari caratterizzati da una cura pastorale di tipo popolare.
Come già accennato, accanto ai santuari sorgono anche strutture ricettive e un‘importanza straordinaria in tale senso riveste il Santuario Mariano di Loreto che nel tempo si è adeguato specializzandosi nell’accoglienza degli ammalati e creando servizi per anziani, handicappati, ragazze madri, ecc., senza trascurare altri aspetti di vita pastorale come il creare luoghi di incontro per associazioni e movimenti, favorendo così il fiorire della vita religiosa e associativa: è ancora vivo nella memoria lo straordinario evento del Pellegrinaggio Europeo dei Giovani (1995). La grande fioritura dei santuari, che sono stati per secoli punto di riferimento religioso e civile, ha subito una brusca interruzione a causa delle soppressioni degli Ordini Religiosi voluta da Napoleone, cui ha fatto seguito quella promossa dallo Stato Italiano (Decreto Valerio del 1866). Di quelli rinati, un numero preponderante è dedicato alla Madonna che viene invocata sotto i titoli di Immacolata, Madre di Dio, Madonna degli Angeli, Madonna delle Grazie, ecc.., ma anche con denominazioni meno teologiche e più lega te alla quotidianità (Madonna della te del faggio, dei lumi, ...). Non mancano quelli dedicati al Crocifisso o a singoli santi. Ad ognuno sono attribuiti "poteri" particolari, efficaci nella cura di determinate malattie (S. Albertino è invocato per l’ernia, S. Tommaso martire per le malattie delle ossa, il Beato Rizzerio dai febbricitanti, S. Gino dagli epilettici, S. Leonardo per la tiroide; e ancora: Santa Veronica protegge i fotografi, S. Pacifico i fanciulli, il Beato Ugolino è invocato dalle donne per aver latte, ................Identificare quali fossero i percorsi frequentati dai pellegrini nella nostra regione non è cosa agevole. Certamente va tenuto presente che, in epoca medievale, le grandi vie di comunicazione e quindi di maggior transito restavano quelle romane, in particolare al nord la via Flanzinia, al sud la Salaria; una terza strada, costeggiando l’Adriatico, scendeva fino al Gargano. La grande meta era rappresentata da Loreto men tre gli altri santuari costituivano tappe intermedie, per cui anziché di grandi "arterie" dirette a Loreto, sarebbe più opportuno parlare di una infinità di "capillari" che da ogni vallata, da ogni valico, da ogni paese, confluivano alla S. Casa, ciascuno seguendo la traiettoria più breve.
Sono sorti così innumerevoli itinerari alternativi che, pur essendo meno agevoli, si rivelavano più sicuri e meglio "serviti"; ne sono documentazione le tante abbazie ed i numerosi santuari che quasi uniformemente coprono il territorio delle Marche offrendo ai pellegrini un approdo sicuro dopo una giornata di cammino ed anche quell’assistenza medica prestata dagli ospedali che quasi immancabilmente ad essi si affian cavano.
Una vera e propria ragnatela di percorsi si intesseva su tutto il territorio regionale creando intrecci di carattere non solo religioso ma anche culturale, sociale, economico e politico, che occorre non disperdere perché costituiscono il patrimonio più genuino della nostra regione.
Una parte consistente della storia, della cultura materiale, della identità dei marchigiani è racchiusa nella fitta rete di percorsi della fede e della religiosità popolare che si intrecciano su tutto il territorio regionale.I 163 santuari che costellano la regione testimoniano lo stretto legame tra vita quotidiana e pratica religiosa che per secoli ha scandito l'evoluzione della gente delle Marche. Eremi francescani ed abbazie benedettine completano il quadro e dimostrano come la ricerca di srpiritualità fosse sempre accompagnata da uno sforzo continuo di migliorare le condizioni di lavoro e di vita : "ora et labora" non è solo la regola monastica ma anche l'insegnamento che si tramanda che si tramanda nella cultura contadina.Accanto alle abbazie, luoghi della confidenza con il sacro, i Santuari, luoghi della devozione, del mistero, della fede, del culto per il soprannaturale. La visita ai Santuari , il pellegrinaggio, acquista nelle Marche un significato particolare per i tanti contenuti simbolici che vi si sommano : la pratica devozionale, il percorso che è spesso scoperta di luoghi e comunità, lo scambio di esperienze e di conoscenze.Sin dall'antichità le Marche hanno rappresentato il luogo di transitodei romei, i pellegrini che si recavano a Roma : le due grandi vie consolari, la Flaminia e la Salaria che collegavano e collegano tutt'ora l'Adriatico alla Santa Sede, hanno costituito l'ossatura dei percorsi dei pellegrini.Ad esse si aggiunse, dal '400 , la via Laurentana, grande via della fede tra la Santa Casa di Loreto, i luoghi sacri di Assisi e Roma.Le tre grandi vie per Roma, parallele tra loro, sono collegate da una ragnatela di percorsi punteggiati di luoghi di culto: eremi francescani, come quelli del Montefeltro e del fabriianese; abbazie benedettine lungo la valle dell'Esimo e in quella del Chienti; i luoghi farnensi dell'ascolano e le pievi romantiche nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini. E ognuno dei luoghi sacri delle Marche rappresenta o custodisce un tesoro: di architettura, d'arte, di fede così come straordinarie sono le bellezze naturali e le testimonianze storiche e artistiche che si incontrano lungo il cammino.
la via romea e le sue varianti
La prima grande via giubilare che attraversa le Marche è l'antica via Romea della Marca, così detta per indicare per indicarne il tratto che percorre la regione. In realtà la Romea è la via per Roma percorsa dai pellegrini che scendevano dal nord-est della penisola costeggiando l'Adriatico: l'innesto della litoranea con la consolare Flaminia presso la città di Fano costituiva il tracciato ideale verso le Basiliche romane . Da Fano, risalendo la valle delMetauro lungo la Flaminia e dopo una breve deviazione per visitare l'Eremo camandolese di monte Giove, ecco Cartoceto e poi Fossombrone; poco più avanti di Fossombrone, la suggestiva Gola del Furlo e poi Acqualagna e Cagli. La Flaminia continua per Cantiano per poi entrare in Umbria verso Gubbio. Una importante variante della Romea che i viandanti cominciarono a percorrere nel '400 per evitare il Furlo, spesso inagibile e malsicuro, è quella che da Fossombrone, lasciata la Flaminia, va verso Pergola; da qui si raggiunge l'Eremo di Fonte Avellana epoi si scende a Sassoferrato.Poco più avanti a Canacelli di Fabriano,siamo in Umbria alle porte di Gualdo Tadino.
la via lauretana e le sue varianti
La via Lauretana, che i pellegrini per Roma iniziarono a percorrere dopo l'edificazioine della Basilica della Santa Casa di Loreto nella seconda metà del '400, segue il tracciato della attuale strada statale della val di Chienti.Dopo la visita di Loreto, prima di avviarsi nell'entroterra , si può conpiere una breve e piacevole deviazione verso ilmare: nel parco regionale del Monte Conero, da visitare il borgo marinaro di Numana e l'Abbazia di San Pietro, sulla sommità del monte.Si va poi verso Recanati, che ci accoglie coi suoi splendidi luoghi leopardiani per poi proseguire per Macerata, Civitas Mariae, città devota al culto mariano. Una breve deviazione per Pollenza, e si riprende la statale per Tolentino dove, nella Basilica di San Nicola,i padri agostiniani custodiscono tesori d'arte e un grande patrimonio librario. Poco più avanti, ci accolgono i primi rilievi dell'Appennino: si incontrano Caldarola, Muccia il cui Santuario ospita le spoglie del Beato Rizzerio, compagno di studi giovanili e amico fraterno di San Francesco e Serravalle del Chienti, al confine con l'Umbria.
la via salaria e le sue varianti
La Salaria antica via consolare e via di pellegrinaggio verso Roma, parte da San Benedeto del Tronto-Porto d'Ascoli, la " riviera delle palme", una delle perle dell'Adriatico. Risalendo la valle del Tronto si compie una deviazione per Monteprandone, città di San Giacomo della marca, per poi riprendere la statale verso Monsampaolo e Spinetoli, il cui Santuario di Santa maria dell'Icona conserva come unico oggetto sacro presente nella chiesa un'immagine della Madonna incisa nel tufo.Siamo alle porte di Ascoli Piceno, la città di pietra viva, delle piazze salotto,dei sei santuari dalla suggestiva architettura che costudiscono tesori d'arte tra i più importanti della regione. Sulla città incombe il Monte Vettore, cuore e vetta del parco nazionale dei monti Sibillini. La Salaria costeggia il parco, passando per Acquasanta Terme, con le sue sorgenti termali, e Arquata del Tronto, rocca duecentesca che sembra vigilare sul confine regionale.
il santuario di loreto
Loreto, cittadina in provincia di Ancona lungo il litorale adriatico, grazie al suo Santuario è da secoli una delle mete più importanti in Italia per pellegrini di tutto il mondo.
La storia del Santuario, cosi come ci è stata tramandata, ha inizio nel 1294. Fu in quel periodo infatti che, secondo gli storici, i crociati di ritorno dalla Palestina trasportarono (miracolosamente) la casa della Santa Famiglia di Nazareth. La portarono fino a Loreto e da allora, grazie anche a diverse apparizioni della Vergine Maria e ad altre manifestazioni divine, attira ogni anno enormi masse di fedeli.
Il Santuario vero e proprio così come oggi lo conosciamo fu iniziato a partire dal 1468 con il concorso di diversi illustri architetti del tempo; Bramante, Sansovino, Vanvitelli, L.Signorelli. Per due secoli si susseguirono visite illustri, da Torquato Tasso a Cristina di Svezia, da Mozart a Goldoni.
L’occupazione delle truppe francesi, il 13 febbraio del 1797, fu devastante. Buona parte della ricca suppellettile religiosa conservata nel Tesoro del santuario fu depredata e molti oggetti finirono a Parigi. L’anno successivo fu instaurato in città un governo repubblicano, fatto cadere il 14 agosto del 1799 da una rivolta dei contadini locali, spalleggiata dalle autorità pontificie.
L’epoca della Restaurazione segnò la rinascita di Loreto come centro di pellegrinaggio e di assistenza agli infermi (vocazione questa che ancor oggi ne motiva l’esistenza).
All'interno del grandioso Santuario è custodita la Santa Casa, una costruzione in pietra a pianta rettangolare lunga poco meno di dieci metro e larga quattro. L'originaria provenienza dalla Galilea è stata più volte messa in dubbio nei secoli; ma sulle pietre e sui materiali presenti all'interno della Santa Casa sono stati effettuati dei test chimici e fisici che ne hanno certificato l'originalità.
All'interno della Casa stessa si può ammirare, in una nicchia sopra l'altare, la statua della Madonna con il Bambino in legno di cedro. Non è l'originale, che rimase distrutta in un incendio nel 1921. Ogni anno, nella seconda domenica di giugno viene organizzato un pellegrinaggio, a piedi, da Macerata a Loreto.
SS. ruffino e vitale
Nei primi documenti l'Abbazia è menzionata con il nome di San Vitale; il nome di San Ruffino fu aggiunto in un secondo momento. Fino al 1274 ebbe giurisdizione su diverse chiese dei dintorni, con diritto di giuspatronato comune con i Signori di Smerillo e di Monte Passillo; nel 1495 venne data in commenda.
L'Abbazia è di antica fondazione su un locus di preesistenze romane, l'alzato e la cripta sono databili tra l'XI-XII sec.La chiesa ha struttura basilicale con presbiterio rialzato sopra la cripta, è a tre navate, suddivise da pilastri e con copertura in capriate. Le pareti del presbiterio sono arricchite da due affreschi del XIV e del XV secolo. La cripta, ripartita in cinque navate da colonne non molto alte con capitelli abbelliti da semplici decorazioni a foglia, conserva l'altare con le reliquie di San Ruffino. Dalla navata sinistra si accede alla cappella ipogea a pianta cruciforme, terminante con un abside: alle pareti si possono ammirare resti di alcuni affreschi presumibilmente risalenti al X secolo. La facciata presenta al posto del rosone centrale una finestra rettangolare, dei contrafforti ai lati del portale, un sovrapporsi di vari materiali di costruzione, pietra squadrata in conci regolari e irregolari, strati di laterizio e malta. Il campanile quadrangolare poggiato sul piccolo abside di sinistra risale alla fine del XIV secolo.
Abbazia dei SS. Vincenzo e Anastasio
( a 5 Km. da Amandola)
Abbazia Benedettina, dedicata in origine al solo S. Anastasio, che sorse in contrapposizione a quella di S. Rufino, probabilmente, prima del Mille; sembra sia esistito un documento, menzionato da Leopardi, ma mai rinvenuto, in cui si attestava una donazione di terre del Re Liutprando ( 713-744) al convento. Le prime notizie documentate risalgono invece al 1044.
La costruzione ha subito profonde modificazioni a partire dal 1295 fino al XV sec., per cui dell’originale struttura resta solo l’ala destra, dove sono visibili alcuni archi appartenenti al chiostro, e parti frammentarie dell’abside rettangolare. Per il resto, l’edificio é stato ridotto nelle dimensioni, in lunghezza, ed é stato invertito il suo asse principale, collocando l’ingresso, sopraelevato, nella parte absidale rettangolare, mentre, nel 1461, alla base dell’ingresso originale, é stato ricostruito un campanile.L’impianto interno é ad unica navata, con copertura a capriate, ed anch’esso, come le altre abbazie coeve, presenta un’unica scala che mette in comunicazione la navata con il presbiterio rialzato; ai lati, un corridoio introduce nella cripta. Quest’ultima ha una sola navata, sorretta da un’unico pilastro centrale, illuminata da monofore, ubicate ai lati della scala d’ingresso.
Chiesa di S. Pietro in Castagna
(Fraz. S. Pietro in Castagna)
La piccola costruzione, sorta su un territorio, Castania, già ricordato in documenti anteriori al Mille, era una delle 51 chiese appartenenti alla giurisdizione dell’Abbazia Benedettina di S. Angelo in Montespino. In seguito viene citata nella convenzione di spoglio del 1301 fra le chiese i cui patrimoni passarono alla Diocesi di Fermo.Molto interessante il portale romanico, a tutto sesto, che ha un architrave, ornato da figure degli apostoli scolpite a bassorilievo (anche se l’erosione del materiale tufaceo ne ha quasi compromesso la leggibilità), ed una lunetta, circoscritta da triplice ghiera. Il portale ed una finestra di epoca successiva sono inclusi tra due contrafforti, il cui slancio verso l’alto é richiamato da un campanile a bandiera. Nella parete a sud residuano degli elementi originali costituiti da due monofore. All’interno, tre altari barocchi, uno dei quali conserva, nel timpano, una tela del Malpiedi.
Chiesa di S. Francesco
L’edificazione della chiesa, consacrata nel 1352, iniziò nel 1313 in seguito al trasferimento dei Frati Minori dal sito dov’era ubicato il primitivo convento, eretto probabilmente al passaggio di S. Francesco di ritorno da Ascoli P., nel 1215. Lo stile romanico della costruzione é riconoscibile nella linearità della facciata, nella scarsa decorazione delle pareti esterne, salvo la presenza di archetti pensili; il campanile presenta caratteristiche lombarde, riportate allo stile originale nel 1886. Il portale a tutto sesto, sormontato da un timpano e decorato da colonnine tortili, risale al 1429.L’impianto é ad unica navata con abside poligonale. All’interno, nella cappella dell’Annunciazione, sono conservati i resti di decorazione pittorica umbro-marchigiana risalente alla 2° metà del ‘400. All’ingresso dell’attuale sagrestia, durante i lavori di manutenzione, é stata rinvenuta una Madonna con Bambino ed Angeli, di stile trecentesco, che sembra riportare agli schemi del Ghissi, al decorativismo di Andrea da Bologna, ma anche al tratto del Maestro di Offida. Al centro dell’abside si nota un Cristo ligneo della fine del ‘200, uno degli esempi più rilevanti della cultura Benedettina.
Chiostro di S. Francesco
Attiguo al complesso dedicato a S. Francesco e costruito nello stesso periodo, é stato riedificato ai primi del XVII sec.
E’ disposto su due ordini di arcate, poggianti su colonne esagonali; le lunette del piano inferiore sono decorate da affreschi del 1635, raffiguranti scene di vita di S. Francesco.
Chiesa e convento di S. Bernardino
La costruzione della chiesa risale al 1464, mentre il convento fu eretto dai Cappuccini nel 1540, annettendo la chiesa stessa.Questa ha una facciata a capanna con nartece a quattro campate ed un interno molto sobrio, a navata unica, con abside piatta.Vi si conservano due tele della fine del ‘700.
Chiesa di S. Tommaso
Ha origini precedenti al XIV sec.; gli statuti comunali ne parlano già nel 1336. Presenta un’unica sala che nell’800 fu ampliata con l’acquisto di due locali per la cappella dell’Addolorata e per la sagrestia.Fu sede dell’antica Confraternita della Scopa presso la quale é depositata una tela attribuita a D. Malpiedi e databile intorno al 1640.
Chiesa di S. Agostino (o Santuario del Beato Antonio)
La chiesa sorge sul lato sud-est della piazza Risorgimento. Fu eretta nel ‘400 dal Priore Antonio Migliorati, poi beatificato nel ‘700, sull’originario romitorio degli Agostiniani già esistente nel XIII sec. Dalle successive modifiche si svilupparono il convento, il chiostro e la chiesa monumentale, mentre i rifacimenti del ‘700 hanno prodotto l’allungamento verso la piazza e il rinnovo dell’interno in stile neoclassico.
L’esterno presenta una facciata barocca con alte mura ed uno slanciato campanile a piramide ottagonale, iniziato dal Beato Antonio e terminato nel 1464 da P. Lombardo.
Dell’originaria costruzione quattrocentesca rimane il portale goticizzante con arco a tutto sesto, sorretto da colonnine tortili e sormontato da un timpano residuo in arenaria di una porta precedente.L’interno é ad una navata con breve transetto all’altezza del presbiterio, abbellito da affreschi di inizio secolo di F. Ferranti. Sono presenti inoltre ornamenti barocchi e affreschi del Malpiedi.Nell’urna dietro l’altare maggiore sono conservate le spoglie del Beato Antonio. Del chiostro restano poche tracce in seguito all’abbattimento del lato nord-est.
Chiesa della SS. Trinità
Fu possedimento dei Benedettini dell’Abbazia dei SS. Rufino e Vitale sin dal 1249 e, insieme al Castello di Agello, era inclusa nei terreni dei Conti Giberti, che, poi, la vendettero al Comune nel 1265. Nel 1581 assunse il titolo attuale in seguito alla costituzione della Confraternita della SS. Trinità.Nella tipica forma "a capanna", di stile romanico, la chiesa ha una struttura esterna in laterizio, compatta, con una facciata solida, solcata da contrafforti, e alleggerita solo da un finestrone centrale, in alto, e da un grande portale. Sullo sfondo una torre campanaria rappresenta l’unico slancio verso l’alto. Nel 1576 la parete est é stata modificata con grandi finestre strombate.La chiesa, a navata unica, ha un altare maggiore dorato, nel transetto rialzato, e, ai lati, due altari con affreschi seicenteschi.
Chiesa di S. Maria della Misericordia a Pié d’Agello
(loc. Colle d’Agello)
Poco distante da Amandola, ai piedi del Colle Agello, sorge questa chiesa che viene annoverata tra i cosiddetti "Santuari contra pestem", in quanto fu dedicata alla Madonna della Misericordia a difesa della popolazione contro il diffondersi del morbo. Si attesta la sua esistenza sin dal 1403, ma subì una prima riedificazione già nel 1422-25, mentre nel 1437 fu realizzato il porticato esterno come riparo dei pellegrini. Nel 1570 seguirono ulteriori restauri e nel ‘600, in particolare, la elevazione del tetto e l’allungamento dell’edificio. L’interno, a navata unica, conserva nel presbiterio diverse immagini affrescate, peraltro confuse, riferibili a maestri umbro-marchigiani.
Ex Monastero delle Clarisse e Chiesa di S. Maria della Pace
Il convento fu eretto tra il 1506 ed il 1560 e nel 1525 vi si trasferirono le Clarisse; dell’edificio restano il chiostro a due loggiati sovrapposti, terminato nel 1560, ed il refettorio del 1549. La chiesa di S. Maria della Pace, in stato di abbandono, annessa al monastero, presenta sulla facciata un portale ed un oculo soprastante, scolpiti in pietra locale nel 1539 da Francesco da Milano.
Cinque fonti-ex Monastero delle Benedettine
Di origine trecentesca, era detta anticamente Fonte Petronia e fu il sito originario del Monastero delle Benedettine.
Fu restaurata nel 1460 e nello stesso anno il Comune acquisì le mura del monastero per ampliare la sua cinta muraria.
FONTE: www.le-marche.it