Itinerari naturalistici della regione Puglia
ATTRAVERO LA NATURA: L'ARCADIA RITROVATA
L'itinerario consta di due parti, la prima, sale e attraversa i boschi di pino d'aleppo tipici della fascia costiera garganica, la seconda ridiscende verso la costa per un sentiero che si inoltra fra uliveti misti a pascolo. Sui sentieri del Gargano si possono fare chilometri senza incontrare alcuna traccia dell'attività umana: valli completamente coperte da un manto così fitto da sembrare impenetrabile, crepacci impervi colonizzati dalla macchia coriacea e spinosa, sorvegliati dai rapaci e dai corvi. Solo le scie dei motoscafi sulla quinta del mare e qualche torre costiera, intravisti con difficoltà fra i rami, annunciano la presenza umana, ma basta ritornare a guardare le alture interne per immaginare di essere nella "wilderness" di uno dei grandi parchi americani. Indubbiamente è emozionante sentirsi immersi in ambienti incontaminati, eppure anche le zone che recano tracce evidenti dell'attività umana, in questi
luoghi, hanno un fascino incredibile. Ritorna il paesaggio della pietra tanto caro alla cultura rurale pugliese, chilometri di muretti a secco a creare una ragnatela dal significato insondabile. In fondo al sentiero la costa mostra, nascoste fra i rami di pino, le sue torri anticorsare. Padrone indiscusso di questi ambienti è l'ulivo, l'unico che resiste, insieme alla onnipresente macchia, al morso del bestiame, libero di pascolare sotto l'esclusivo controllo di piccoli cani agguerriti. Se c'è una capra c'è anche un cane che controlla, non visto i suoi movimenti, sente tutta la responsabilità del suo lavoro e lo svolge con determinata ostinazione: sembra amarlo. Si muove disinvolto in un paesaggio inventato dall'uomo, ma è difficile incontrare un umano in questi luoghi. Forse sotto un ulivo all'ombra delle foglie d'argento un pastore antico sta suonando il flauto in onore di Dionisio, ma qui si sente solo qualche belato e il rumore del vento.
Il percorso
L'itinerario parte dalla fermata dell'autobus delle Ferrovie del Gargano in prossimità dell'ingresso del camping Manacore. Di fronte all'entrata del camping c'è un distributore di benzina, alla sua destra una recinzione, chiusa da un cancello rudimentale, dà accesso alla pineta. Il sentiero ha inizio immediatamente alla sinistra del cancello, si immette nella pineta e comincia a salire. Dopo qualche minuto di cammino si incontra un incrocio nel quale convergono diversi sentieri: bisogna seguire il tracciato più evidente, quello che gira a destra e continua a salire.
Proseguendo si incontra un cancello chiuso, non potendolo scavalcare, è preferibile passare sotto la recinzione in filo spinato. Bisogna ignorare i sentieri che si incontrano e seguire quello principale. Per un tratto, sulla destra, si costeggia un muretto a secco, poi si incontra un cancello rudimentale e poco dopo una masseria (fare attenzione ai cani). Usciti dalla masseria si può scegliere se terminare l'escursione o proseguire. Se si prende a destra si raggiunge una villetta affacciata su una strada asfaltata che fa una curva a gomito, prendendo la strada a sinistra si arriva alla S.S. 89 proprio in prossimità (al km n. 92) di una fermata delle autolinee delle Ferrovie del Gargano. Ma la parte più interessante dell'itinerario è quella che, lasciata la masseria, imbocca il sentiero a sinistra, scende verso il mare attraversando campi di ulivi misti a pascolo per poi terminare immettendosi sulla litoranea Vieste - Peschici. È un sentiero ben tracciato e praticamente diritto; non si incontrano altri tracciati importanti quindi basta seguire quello principale fino al mare. La fermata dell'autobus delle Ferrovie del Gargano si trova in località Sfinalicchio, per raggiungerla basta percorrere la strada asfaltata per qualche centinaio di metri in direzione Peschici.
Testo e foto: Peppe Allegretta
CICLOTURISMO: CASTEL DEL MONTE
PERCORSO: Barletta, Castel del Monte, Diga del Locone, Minervino (KM. 116 circa)
DIFFICOLTA': medio alta, fondo asfaltato
Questo itinerario attraversa la bassa Murgia, può essere un ottimo punto di partenza per conoscere le migliori risorse architettoniche e paesaggistiche della Puglia. Sfruttando l'ottima rete stradale e ferroviaria si può raggiungere la stazione di Barletta provenendo indistintamente da Nord o da Sud. La sua vicinanza con siti storici e naturalistici di grande rilievo ne fanno un ottimo punto di partenza. Prima di iniziare il percorso si consiglia la visita ai principali monumenti della città, tutti facilmente raggiungibili dalla stazione essendo ubicati nel centro storico. Partendo da corso Garibaldi si incrocia la chiesa del San Sepolcro, nel cui piazzale antistante è situata la statua del colosso Eraclio. Di fronte, prendendo una delle sette rue, arriviamo al cospetto della facciata barocca del Palazzo della Marra. Procedendo a destra lungo via Cialdini costeggiamo la cantina della Disfida di Barletta per poi arrivare lungo via duomo alla Cattedrale Santa Maria Maggiore. Superato il campanile si vedrà di fronte uno dei quattro bastioni del Castello Federiciano, che ospita la collezione De Nittis. Il percorso proposto in bicicletta
con l'aiuto del road book allegato vi permetterà di scoprire il paesaggio lungo strade poco trafficate. L'itinerario parte dalla stazione ferroviaria di Barletta, attraversati i giardini e svoltando a sinistra ci si immette su via Imbriani che ci porta, superando il ponte, fino all'estrema periferia Ovest della città. La prima parte del percorso, circa 20 km si snoda lungo una strada provinciale abitualmente frequentata da cicloamatori. La prima sosta si può effettuare a Montegrosso dopo 23 km dove si possono riempire le borracce alla fontana. Lasciato Montegrosso si svolta a sinistra verso il santuario del S.S.Salvatore per poi prendere la strada in salita che ci porta ai 480 m. di Castel del Monte. A Castel del Monte, dopo i 53 Km percorsi, siamo a metà del percorso e ci si può rifocillare, per poi proseguire, questa volta in discesa, verso Minervino Murge e poi alla diga del Locone. La diga prende il nome dal torrente Locone arginato per creare un invaso d'acqua per irrigazione. Il bacino d'acqua dolce ha ricoperto una valle allagando case e strade, ancor oggi riconoscibili dai tetti e dai comignoli più alti che affiorano al centro della diga. Questo nuovo microclima ha creato l'habitat ideale per aironi, cormorani, svassi e falchi. Dalla diga il percorso continua per 15 km costeggiandola, attraversando zone rimboscate e canneti. Lasciata la diga ci aspetta una lunga salita che ci riporta a Minervino.
CICLOTURISMO: BARI - MONOPOLI
ITINERARIO: Bari - Triggiano - Noicattaro - Rutigliano - Torre di Castiglione - Castellana Grotte - Contrada Petrarolo - Monopoli (64 KM)
DIFFICOLTA': 5 Km su strada sterrata
L'itinerario che qui proponiamo parte dal capoluogo pugliese, attraversa la campagna del sud-est barese ai piedi dell'alta murgia e termina a Monopoli dove raggiunge il mare. Il punto di partenza è il Parco di largo 2 giugno, nella periferia di Bari. La città si lascia attraversando il quartiere di Mungivacca e ci si immette sulla strada comunale "del Crocifisso" che attraversa Triggiano e Noicattaro e raggiunge infine Rutigliano. Qui si può cogliere l'occasione per visitare la Cattedrale consacrata a San Nicola e la chiesa di S. Maria della Colonna (sec. XII) di cui potremo apprezzare il portale del '200 e un polittico di Antonio Vivarini(1430). Prima di lasciare l'abitato di Rutigliano si consiglia di fare scorta d'acqua. Il percorso prosegue per una strada a tratti sterrata ma in buono stato. Lungo il percorso si incontrano cisterne anticamente usate per contenere acqua e successivamente riconvertite in granai. La tappa seguente è la Torre di Castiglione posta su una collina 5 Km a sud-est da Conversano. La torre fu eretta nel '400 su un'area occupata in origine da un villaggio Peuceto e successivamente da un villaggio rurale del sec. X. Per raggiungerla vi aspetta una salita impegnativa. Lasciata la Torre raggiungiamo la città di Castellana nota per le grotte di origine carsica situate circa 2 Km a sud-est dall'abitato. Prima che lo speleologo Franco Anelli le scoprisse nel 23 gennaio 1938 e ne suggerisse l'apertura al pubblico, i contadini le utilizzavano per scaricarvi le sanse e le vinacce inutilizzate. All'interno del complesso speleologico lungo circa 3 Km si può ammirare la caverna Bianca situata a 70 Km in profondità e definita la più splendente grotta del mondo. L'ultima parte del percorso da Castellana Grotte a Monopoli è senza dubbio la parte più impegnativa e affascinante. La strada, ora un po' sconnessa, alterna salite a discese. Si sfiorano muretti a secco e ville fiorite. Gli alberi fanno ombra e il blu del mare riappare sullo sfondo e ci terrà compagnia per tutta l'ultima parte della discesa che porta a Monopoli. Il castello, sede anche di un Museo archeologico, merita certamente una visita: circondato per tre lati dal mare, risale all'epoca di Carlo V ed è stato restaurato di recente. Un bagno in una delle insenature rocciose o nelle baie sabbiose che si alternano sulla costa di Monopoli sarebbe la degna conclusione di questo itinerario ma se le condizioni atmosferiche non lo consentiranno anche la semplice visione delle trasparenze marine sarà sufficiente.
Testo: Michele Torre
Foto: Angelo Antelmi
In collaborazione con RUOTALIBERA
TREKKING: IL TESORO DI MONTE SACRO
Non è un caso che l'ultimo imponente fenomeno religioso di questo secolo in Italia si sia verificato sul promontorio del Gargano, a S. Giovanni Rotondo, dove Padre Pio ha vissuto e ha compiuto la gran parte delle sue opere. L'isola di roccia che si alza imponente e imprevedibile dal tavoliere ha sempre generato forti suggestioni nei popoli che l'hanno abitata e quella appena citata è solo la più recente delle manifestazioni di un'innegabile forza mistica che fa del Gargano una montagna sacra. Questa sacralità è evidente in posti come il già citato S. Giovanni Rotondo o il santuario di S. Michele Arcangelo a Monte S. Angelo, mete da sempre frequentate dal turismo religioso, ma si manifesta soprattutto nei luoghi più difficili da raggiungere anzi, proprio grazie all'isolamento, sembra amplificarsi. Non è difficile quindi comprendere perché l'ordine dei benedettini abbia deciso, nel secolo XI, di erigere l'abbazia della S.S. Trinità sulla vetta del "Monte Sacro", già sede di un tempio destinato al culto pagano di Giove Dodoneo. Il Monte Sacro è la prima altura che, grazie ai suoi 872 metri, può fregiarsi del toponimo di "monte". Per raggiungere la vetta si imbocca una pista sterrata che segue le pendici in ambienti destinati al pascolo. Il percorso che porta in alto, indicato sulla destra da segnali giallo-rossi, per il primo tratto sfrutta un tracciato usato dai locali per il trasporto della legna prelevata nella zona. Questa attività continua ad impoverire il manto boschivo nonostante i divieti vigenti nell'area, dichiarata zona di massima protezione fra quelle comprese nel perimetro del parco nazionale del Gargano. Fortunatamente i mezzi usati sono ancora quelli tradizionali: il trasporto avviene a dorso di mulo, insostituibile sulle forti pendenze che si incontrano in questa parte della salita. Lungo il percorso si scavalcano fili spinati e muretti a secco coperti dai muschi, si incontrano antiche costruzioni rurali, probabilmente funzionali alle attività del convento. Il fondo spesso
fangoso della pista accentua le difficoltà ma, nonostante tutto, il percorso rimane agevole per chiunque e gli sforzi da sostenere non fanno che aumentare le aspettative, puntualmente soddisfatte una volta raggiunta la meta. Superata la prima parte, in forte pendenza, la salita si fa più dolce, ma il tracciato, adesso individuato solo grazie ai segnali giallo - rossi, rimane impervio, questa volta a causa delle asperità rocciose. Stiamo attraversando quello che resta dell'immenso "Nemus garganicus", la grande foresta che ricopriva interamente il promontorio, e il rumore del vento nelle foglie dure delle diverse specie di quercia presenti ci accompagna incessante finchè finalmente il bosco lascia spazio ad un ampio prato nel quale campeggiano i resti dell'abbazia. Esplorando le vestigia del monastero ci si fa prendere dal mistero che avvolge questi luoghi ormai preda degli assalti della vegetazione. Si seguono i resti di un muro cercando di indovinare la destinazione di quella che fu una stanza apparentemente isolata o dei vani sotterranei invasi dai detriti finchè, dietro un leccio,
trattenuti dalle spine di un cespuglio dell'onnipresente macchia mediterranea, si scopre il mare. In piedi sul muro portante della cella di un monaco fortunatissimo, è forte la tentazione di tenersi per sé il prezioso segreto. Si potrebbe rimanere ore a guardare il panorama se il verso stridulo di uno stormo di chiassose cornacchie non ci riportasse alla realtà. Il prato che copre lo spazio antistante l'abbazia crea una forte aspettativa nel visitatore che guarda il portale, ma qualcosa trattiene dall'imboccarlo. Dietro la pietra bianca della facciata colpita dal sole si intravedono le ombre delle sale interne, un tempo luoghi di vita quotidiana, ora decrepiti resti avvinti da edere giganti. Vi si muovono a caccia, non visti, gli spiriti della foresta: donnole, tassi, volpi, gufi, e civette, padroni indiscussi della scena notturna. Ma anche con la luce del giorno non è facile trattenere una certa inquietudine una volta al cospetto di questi ambienti, e la storia del demone che custodirebbe il tesoro del monastero non pare così infondata. Fino a qualche anno fa le ossa dei benedettini sepolti nel piccolo cimitero si confondevano fra i rovi e i calcinacci, portate alla luce dalle ricerche, svolte in tempi meno disillusi, da improvvisati cercatori di tesori. Ora tutto è tornato in ordine grazie all'opera di un'équipe di archeologi impegnata nello studio dei resti del convento. Ma l'intervento episodico di pochi studiosi non è sufficiente a salvare dall'incuria e dalle ferite del tempo ciò che rimane dell'abbazia della S.S. Trinità. Presto il crocifisso dipinto su di una delle pareti ancora in piedi svanirà, il bosco riprenderà il sopravvento su un luogo che comunque gli appartiene e, nascondendo le già povere tracce del passaggio dei monaci, concederà il meritato riposo al demone, custode di un tesoro ormai definitivamente nascosto.
Testo: Peppe Allegretta
Foto: Michele de Santis
Come arrivarci
Da sud:
si segue la SS 16 bis in direzione Foggia fino all'uscita per Margherita di Savoia e di qui si prosegue sulla litoranea (S.S. 159). La strada attraversa l'abitato di Zapponeta poi prosegue in direzione Manfredonia. Avendo l'attenzione di non entrare in città, ma di seguire la tangenziale in direzione Mattinata si raggiunge il paese dopo appena una quindicina di km. Arrivati all'ingresso dell'abitato ci si trova dinanzi un bivio: la strada che dobbiamo imboccare è sulla sinistra, quella che raggiunge Vieste ripiegando verso l'interno (ancora la S.S. 89). Il bivio per Monte Sacro si incontra sulla sinistra, dopo pochi chilometri. Arrivati al punto in cui termina il tratto asfaltato conviene lasciare le auto e proseguire sulla sinistra per il sentiero che segue le pendici del Monte. Incontreremo sulla sinistra un luogo adibito al deposito della legna nei pressi del quale inizia il sentiero indicato dalle tracce giallo-rosse.
Da nord:
si raggiunge Foggia con l'autostrada A14 e di lì Manfredonia con la comoda S.S. 89. Avendo l'attenzione di non entrare in città, ma di seguire la tangenziale in direzione Mattinata si raggiunge il paese dopo appena una quindicina di km. Arrivati all'ingresso dell'abitato ci si trova dinanzi un bivio: la strada che dobbiamo imboccare è sulla sinistra, quella che raggiunge Vieste ripiegando verso l'interno (ancora la S.S. 89). Il bivio per Monte Sacro si incontra sulla sinistra, dopo pochi chilometri. Arrivati al punto in cui termina il tratto asfaltato conviene lasciare le auto e proseguire sulla sinistra per il sentiero che segue le pendici del Monte. Incontreremo sulla sinistra un luogo adibito al deposito della legna nei pressi del quale inizia il sentiero indicato dalle tracce giallo-rosse.
ATTRAVERO LA NATURA: IL FIUME OFANTO
Un itinerario ambientale e turistico, non molto conosciuto ma che merita di essere considerato molto attentamente sia per il vasto assortimento di specie viventi (vegetali ed animali) che lo animano e che lo rendono, per varietà e ricchezza, una delle poche aree naturali di rilievo della Puglia e del basso Adriatico; e sia per le città ed i paesi, dalla storia importante e dalle attrazioni turistiche accattivanti, che s'incontrano durante il suo percorso.
Ci riferiamo al fiume Ofanto che, con i suoi 170 km di lunghezza, risulta essere il più importante corso d'acqua dell'intero Mezzogiorno.
La sorgente principale da cui ha origine l'Ofanto, è posta a sud di Torella dei Lombardi in provincia di Avellino (nelle falde delle colline di Nusco) a quota 715 metri sul livello del mare. Il fiume, dopo un lungo e tortuoso peregrinare tra le province di Avellino, Potenza, Foggia e Bari, dopo aver raccolto le acque da un bacino di circa 2.800 kmq e attraversato il territorio di tre regioni, sfocia in Puglia, in prossimità del golfo di Manfredonia.
Il suo ampio bacino interessa una popolazione di circa 400.000 abitanti. Bagna il centro abitato o soltanto il territorio comunale di 51 comuni, diciassette in Campania, ventitrè in Basilicata (fra cui Rionero in Vulture, Venosa, Melfi e Lavello) e undici nel tacco d'Italia, nel quale funge anche da confine naturale fra le due province più a nord; fra le città pugliesi interessate dal passaggio del fiume ricordiamo, fra le altre, Minervino Murge, Canosa di Puglia, Cerignola e San Ferdinando, oltre che i due centri fra i quali è posta la foce, Margherita di Savoia e Barletta.
Dal punto di vista storico è documentato che il fiume Ofanto fosse già ben conosciuto dai poeti latini quali Livio, Orazio e Virgilio, con l’antico nome di Aufidus flumen; è ricordato, inoltre, da poeti medioevali, con vari nomi tra i quali ricorrono i termini di Offidi, Aufidi, Aufentum ed infine con il termine con il quale è noto oggi.
L'Ofanto, nonostante i gravi attentati alla sua salute derivati dall'inquinamento industriale, conserva ancora un ricchissimo patrimonio ambientale (la sua foce è stata riconosciuta area naturale protetta dalla Regione Puglia). In particolare la zona umida nei pressi di Margherita favorisce la presenza di molte specie animali fra cui un gran numero di volatili quali l'avocetta, la ballerina gialla (dorso grigio e parti inferiori gialle) e il piro piro piccolo (lungo 20 cm e con il dorso brunoverdastro); inoltre non è difficile incontrare il tuffetto, il più piccolo degli Svassi, tozzo con collo e becco corti, che costruisce il suo nido ancorato e nascosto tra la vegetazione delle sponde, e la gallinella d’acqua, massiccio uccello nerastro con becco e placca frontale rossi, riconoscibile perché corre sia sul terreno che sull’acqua per spiccare il volo. Per non parlare del martin pescatore, con il suo piumaggio verde-azzurro iridescente, dell'airone cenerino, di grandi dimensioni (90 cm) dal piumaggio grigio pallido, dell'airone rosso, più piccolo del precedente e di colorazione più scura, della garzetta, del gabbiano, del pendolino e di molti altri ancora. Lungo le rive la vegetazione offre riparo anche a molte specie di mammiferi (volpe, riccio, topo campagnolo), rettili (biscia d'acqua, biacco, ramarro) e anfibi (rane, rospi, raganelle).
I pesci trovano una situazione ospitale soprattutto nella zona appenninica dove il fondo, solitamente ghiaioso e ciottoloso, ospita solo poche specie di piante, in prevalenza forme arbustive ed erbacee. Quando il fiume scende verso la pianura incomincia ad accumulare limo in quantità tale da poter consentire ad alcune piante di crescere sul fondo, mentre sulle rive si possono riconoscere i salici dalle caratteristiche foglie lanceolate e i pioppi. Nei pressi di Canosa, man mano che il fiume scorre verso il mare e il suo letto diventa sempre più ampio, la velocità dell'acqua diminuisce al punto tale da consentire un accumulo sempre maggiore di limo e fango, che permette la crescita sugli argini di numerose e differenti piante; in questa zona sono presenti faggi, ontani e querce. Lungo gli argini si possono trovare anche la canna, la cannuccia e la lisca maggiore o tifa. I margini dei tratti inferiori del fiume sono in grado di ospitare animali adattati a vivere in acque ferme con corrente minima o inesistente. La zona centrale del fiume, dove l'acqua è più profonda, rappresenta l'ambiente ideale per pesci come la carpa, che si nutre prevalentemente di piante e il pesce gatto, che mangia pesci, rane, piccoli mammiferi e uccelli acquatici.
Testo: Raffaele Dambra
ATTRAVERO LA NATURA: TRA PESCHICI E VICO
Il colore dei boschi costieri del Gargano contende il primato a quello del mare, ma i sentieri ombrosi, fortunatamente non sono oggetto dello stesso interesse che i villeggianti riservano alle spiagge, così i boschi sono spesso una valida alternativa alla ressa rumorosa delle coste.
Attraverso la ferrovia è possibile raggiungerli nella massima comodità, senza dover affrontare il traffico estivo e le insidie di un nastro stradale così panoramico ma allo stesso tempo così tortuoso.
La strada ferrata che percorre il versante nord del Gargano, raccordandosi a S.Severo con la linea delle Ferrovie dello Stato, termina la sua corsa nella baia di Calenelle. La divide dalla città di Peschici il Monte Pucci, un'altura coperta di pini e macchia mediterranea che precipita in mare. In cima alla falesia calcarea resa abbagliante dal sole del Gargano una torre di difesa scruta il mare come un tuffatore indeciso, qui l'Adriatico sfuma al turchese offrendo uno sfondo perfetto ai pini che si staccano dalla parete verticale. Le pinete costiere coprono il promontorio per circa 7000 ettari, da Mattinata fino a Peschici, senza soluzione di continuità. Dalla stazione di Peschici-Calenelle, capolinea delle "Ferrovie del Gargano" parte un itinerario che attraversa le foreste di pini e di querce (roverella e leccio) della zona compresa fra Vico del Gargano e Peschici. Si cammina sul crinale del monte Pucci e poi del monte Stregone lungo un facile sentiero di terra battuta utilizzato dai pastori e dalla guardia forestale. Il tracciato è quasi sempre ombreggiato tranne nella parte del monte Pucci che guarda a Peschici, colpita recentemente da un incendio. La macchia ha già ricolonizzato queste zone con cespugli intricati di lentisco, mirto, fillirea e corbezzolo, ricrescendo forse con maggior vigore tanto da risultare, in alcuni punti, impenetrabile. Le salite si alternano alle discese, si attraversano cancelli rudimentali fatti con rami e filo spinato. Nella parte più alta la pineta cede il passo ad un querceto misto di lecci e roverelle che spesso raggiungono grandi dimensioni come nel caso dei due esemplari che si incontrano in prossimità della casa Seppeseppe, un'inquietante costruzione di colore rosa dalle insolite forme acute. Infine si attraversa la Valle Santiago che ci porta sulla statale 528 in località "il parchetto", qui sorge una grande masseria presso la quale ci si può fermare per riposare prima di ritornare alla stazione di Peschici per lo stesso sentiero.
Il percorso
Attraversato lo spiazzo antistante la stazione, si percorre la strada asfaltata per un breve tratto in direzione Peschici poi, sul lato destro della strada, si imbocca un cancello che porta direttamente nella pineta. Piegando subito sulla sinistra ci appare una costruzione rurale che sorveglia una radura. La direzione è quella. Raggiunta la costruzione, dopo aver superato la salita che vi conduce, si prosegue nella fitta pineta fino alla sommità del monte Pucci. Scendendo sull'altro versante, quello che guarda Peschici, si incontra un sentiero che ritorna sul crinale del monte e scorre fra fitti cespugli di lentisco. Il sentiero entra finalmente nella pineta. Arrivati ad una biforcazione netta (l'unica dell'itinerario) prendere a sinistra e poi subito a destra in coerenza con la direzione di marcia. Più avanti il sentiero si congiunge con una strada in cemento che porta, in località Croci, ad un piccolo gruppo di case e villette, ma superato questo tratto ritorna ad immergersi nella foresta. Si incontrano due cancelli, dopo il secondo, totalmente isolata, appare la casa Seppeseppe, una strana costruzione dai colori accesi. Si prosegue e la pineta lascia il posto a piccoli boschi cedui di leccio e roverella. Man mano che ci si avvicina alla strada appaiono masserie destinate per lo più al ricovero del bestiame, infine attraversata la valle Santiago si raggiunge la S.S. 528 (km 14,5) e oltre la strada la grande masseria "Il Parchetto". Questo sentiero attraversa la foresta Umbra e termina a Mattinata per cui per ritornare alla stazione di Peschici Calenelle bisognerà rifare il tratto già percorso.
Testo e foto: Peppe Allegretta
FONTE: www.itineraweb.com